LO SAPEVATE CHE...
Alberto Moravia è stato un
sahariano della prima ora ?
Ebbene è così.
Qualche anno prima che io mettessi piede nel Grande Vuoto, lui c'era già stato
diverse volte e scriveva questa introduzione ad un libro edito dalla Iveco (si,
quella lì...) sulla vita e la mutazione del camion nel Sahara.
Un libro splendido, introvabile, illustrato con magnifiche foto da Roberto
Faidutti e commentato col cuore da Oddone Camerana.
Un soggetto incredibilmente originale, pensato e realizzato prima che il deserto
venisse di gran moda e fosse invaso da torme di esploratori in sedicesimo
frettolosi ed ignoranti.
Problemi di copyright e di tempo a disposizione non mi consentiranno,
probabilmente, di rendervi partecipi di questa meraviglia.
Ma in un prossimo futuro potrei tentare, almeno in parte.
Per ora godetevi questa rarità letteraria, tanto più bella quanto tenuta segreta dall'autore nei più reconditi recessi della sua anima, e così drammaticamente attuale nei suoi contenuti profondi nonostante il quasi quarto di secolo d'anzianità.
“ C’è una parola che in questi tempi di
oscura e ancora indefinibile transizione, esprime bene il senso di leggero
raccapriccio che proviamo di fronte al modo col quale il mondo, come un serpente
a primavera, sta cambiando pelle: “mutazione”.
Nella parola c’è il senso del passaggio dal normale al mostruoso e al tempo
stesso della nostra assuefazione al mostruoso stesso. Tutto cambia in una
maniera che non può non essere chiamata catastrofica; cioè irreversibilmente
verso qualche cosa che è più simile ad una degradazione che ad una
trasformazione. Per esempio, l’Africa che, ancora un secolo fa, poteva essere
definita il continente per eccellenza immobile, tale da giustificare il celebre
lamento dell’Ecclesiaste: “Passa una generazione ne succede un’altra - e
la terra sussiste sempre - Sorge il sole e tramonta e s’affretta al suo posto
- donde si leva ancora... eppure non c’è nulla di nuovo sotto il sole - nè
alcuno può dire: guarda, questa cosa è nuova !”, l’Africa, diciamo, oggi,
non già da una generazione all’altra, ma da un anno all’altro, sta “mutando”
sotto i nostri occhi esterrefatti, appunto in senso catastrofico: ciò che c’era
non c’è più; ma ciò che non c’è non è che la corruzione di ciò che c’era.
Per esempio il Sahara è stato per migliaia di anni esattamente ciò che stavano
ad indicare due luoghi comuni ben noti: un “oceano di sabbia”, da
attraversare sulle “navi del deserto”, cioè a dorso di cammello. Quei due
luoghi comuni, come spesso avviene con i luoghi comuni, testimoniavano una
verità immobile e refrattaria a qualsiasi “mutazione”: che il Sahara aveva
tutti i caratteri di un oceano in cui l’acqua fosse sostituita dalla sabbia:
immensità, conformazione di ondate come in tempesta (le dune) alternate a
piatte bonacce (le distese pietrose), isole (le oasi), porti (pochi centri
abitati), gente di mare (i nomadi), battelli o barche o navi (i cammelli) e
così via.
Ma oggi i due luoghi comuni indizio di stabilità e immobilità sono in gran
parte smentiti da una realtà che come abbiamo già detto non è tanto nuova
quanto degradata rispetto alla vecchia. Il Sahara a partire dalla famosa
carovana di autochenilles Citroen del 1926 non è più valicabile se non con
grandi stenti e coi cammelli; e tuttavia non si può dire che la traversata del
deserto coi mezzi di trasporto moderno (autocarri, automobili e jeep) sia facile
e priva di pericoli; le oasi non sono più isole e tuttavia non si può dire che
siano dei comuni centri abitati; le popolazioni del Sahara non sono più
veramente nomadi e tuttavia non si può dire che siano stabili, l’economia a
cui fanno capo queste popolazioni, non èpiù così miserabile come in passato e
tuttavia è ancora un’economia di sussistenza; e così via.
Come abbiamo accennato, il cammello nel Sahara è stato dovunque sostituito dal
motore. Ma la traversata del deserto, poniamo, da Algeri o da Tunisi rimane
ancor oggi una “traversata” e non un “viaggio”; cioè un’impresa per
molti versi rischiosa, sia pure soltanto per quanto riguarda la resistenza delle
macchine. Anche quando le piste principali non ci saranno più col loro fondo a
sega a massacrare i motori e saranno state trasformate in strade asfaltate,
resteranno le enormi distanze, la durezza del clima, le insidie della sabbia
eccetera eccetera a rendere aleatorio e avventuroso il percorso transahariano.
E infatti, chiunque abbia attraversato il deserto in tempi recenti, cioè da
quando il Sahara è “di moda”, avrà notato lungo le piste principali le
centinaia di macchine abbandonate nella sabbia, in seguito a prevedibili quanto
inevitabili incidenti.
Stranamente, almeno per ora, la “moda” del Sahara ha creato tra l’Europa e
le zone più piovose dell’Africa cioè la regione del Sahel che si trova
immediatamente a sud del deserto, un rapporto, come dire ? vendicativo. Cioè l’economia
di sussistenza del Sahel si “vendica” dell’economia “affluente”
europea, facendo regredire le invenzioni della più raffinata e sofisticata
tecnologia a sottoprodotti di un rozzo quanto fantasioso artigianato.
Durante un mio viaggio da Tunisi ad Agadès mi è avvenuto spesso di assistere
alla scena seguente: un punto qualsiasi della pista, con le rotaie zebrate
scavate nella sabbia dai pneumatici di innumerevoli macchine, che si slanciano
parallele e infinite nella vuota luce fiammeggiante del deserto; la distesa
grigia e dorata delle dune che si accavallano, pullulanti e ferme, affondate
nella sabbia, a poca distanza dalla pista, una automobile fulminata con le
portiere spalancate oppure un camion sbilenco e morto. Ecco arriva un autocarro
vuoto, con i due autisti nella cabina di guida. Un cigolio di freni, l’autocarro
si ferma, ne scendono, armati di chiavi inglesi, e si avvicinano alla macchina o
al camion abbandonati ma ancora intatti con l’aria deliberata e un tantino
sinistra che possono avere i medici che si accingono all’autopsia di un
cadavere alla Morgue. Vanno al camion o alla macchina, alzano il cofano e si
mettono con alacrità al lavoro.
Bisognerebbe essere arabi, cioè avere una diversa nozione del tempo per seguire
fino alla fine questo loro saccheggiamento delle parti metalliche asportabili
dalla macchina. Ci basti dire che prima che il sole sia calato dietro la linea
dell’orizzonte, essi saranno ripartiti con il camion carico di elementi, di
ruote, di congegni del motore, di pezzi di carrozzeria, di parti di chassis. La
macchina, tuttavia, sia imperizia, sia limiti di tempo, non è stata del tutto
depredata. Un secondo camion, si può stare sicuri, uno di quei giorni si
fermerà di nuovo e altri autisti armati anche loro di chiavi inglesi, andranno
a svitare e a strappare dalla macchina tutto ciò che ha resistito al primo
assalto. Poi verrà un terzo camion e magari anche un quarto. Alla fine, della
elegante automobile da passeggio non resterà che una carcassa scrostata e
arrugginita con le quattro portiere spalancate attraverso le quali il vento
spingerà a folate la sabbia sui sedili; del potente autocarro non resterà che
una sagoma annerita, uno sfasciume di assi.
Dove va a finire tutta questa roba che, in successivi interventi, i necrofori
del deserto asportano dagli automezzi abbandonati lungo le piste transahariane ?
Trasportiamoci con l’immaginazione in uno dei grandi mercati del Sahel, a
Mopti, a Kano, a Timbuctu, a Agadès, a Niamey, a Sokoto, a Gao, in quelle
città di argilla rossa, venute su nella savana, ai margini del deserto. Ecco il
brulichio della gente (Aussa, Tuareg, Bororo, Songai) arrivata per la grande
occasione sociale, in giorni e giorni di marcia, da sperduti attendamenti
desertici, da villaggi sparpagliati con le capanne, tra le rupi nude di morti
acrocori oppure di impenetrabili boscaglie; ecco, questa gente, sia seminuda
perchè viene dalla savana assolata, sia imbacuccata fino agli occhi perchè
viene dal deserto ventoso e sabbioso, scorrere, in mobili serpentine di teste e
di schiene, per gli stretti passaggi tra l’una fila e l’altra di tende e di
baracche del mercato, sotto il sole bruciante, nel polverone del suolo sabbioso
calpestato da migliaia di piedi; ecco infine esibiti in terra in gruppi e mucchi
davanti la tenda o davanti la baracca, i prodotti in vendita. Il venditore se ne
sta dentro la tenda, all’ombra, seduto su un tappeto, con le gambe incrociate
e un rosario tra le mani congiunte.
Oppure se è un fabbro, lavora “coram populo”, in una sua piccola e
tenebrosa officina. La gente si ferma, guarda affascinata gli oggetti in
vendita, li prende in mano, discute col venditore e se ne va, ritorna,
ricomincia a discutere, se ne va di nuovo, torna di nuovo: comprare e vendere
non è, come in Europa, un’attività commerciale e basta; è anche come
abbiamo già accennato, un’occasione sociale importante e per ora
insostituibile, qualche cosa, cioè, che dà un senso alla vita e permette a
questi abitanti dell’immenso e spopolato Sahel, di sentirsi membri, tutti
quanti, di una specie di società.
Ad ogni modo che sono questi prodotti sui quali si appuntano le cupidigie e le
illusioni dei compratori ? Sono spesso oggetti ricavati dalle parti asportabili
di metallo e di gomma delle automobili e dei camion abbandonati lungo le piste
sahariane. Li elenchiamo senza descriverli perchè ci pare che a dare una idea
della fantasiosa “vendetta” dell’artigianato africano sulla tecnologia
occidentale, basta nominare l’oggetto, diciamo così, originario accanto all’oggetto
che ne è stato ricavato.
Dunque, davanti alle tende dei venditori, in terra, offerti in bell’ordine,
possiamo vedere, nei mercati del Sahel, orecchini confezionati con le colonne d’acqua
dei radiatori, braccialetti tratti dalla gomma dei paraolii; collane che un
tempo erano fili di rame degli avvolgimenti delle dinamo e dei motorini di
avviamento; pentole fabbricate con l’alluminio duro del blocco-motore;
cucchiai fatti con l’allumio dolce della carrozzeria; ferri di vanghe, zappe,
falci forgiati con l’acciaio degli chassis; coltelli e pugnali derivati da
molloni di sospensione; accette e asce desunte da balestre; bracieri originati
dagli anelli dei talloni dei pneumatici; otri per l’acqua che altro non sono
se non camere d’aria; sandali ritagliati nella gomma dei copertoni; infine,
più mirabolanti, canne da fucili per le loro spingarde a retrocarica, ricavate
dalle barre di direzione degli autocarri. A loro volta tutti questi
sottoprodotti artigianali della tecnologia, vengono fucinati in fornelli arcaici
di minime officine e quindi lavorati e formati su incudini nelle quali sarebbe
impossibile riconoscere il pignone o il semiasse di camion che ha fornito la
materia base.
Ma la vendetta della povertà sulla ricchezza, dell’arcaico sul moderno, dell’economia
di sussistenza sull’economia affluente, dell’artigianato sulla tecnologia
non si ferma alla metamorfosi regressiva dei più sofisticati metalli e congegni
europei in oggetti casalinghi o in ornamenti barbarici.
Anche il camion tutto intero e ancora in normale attività viene preso d’assalto
dall’immaginazione saheliana e trasformato in un fantastico veicolo che fa
pensare alle baracche dei luna-park, ai teatrini dei pupi. Così ecco, sulle
pareti, e dipinti a vivaci colori, i personaggi della savana, uomini, fiere,
mostri su sfondi di alberi o di rupi in alternanza a figure umane e a oggetti di
altre culture e altri luoghi: cow boy del Texas che sparano con la pistola
mentre nel cielo saetta il jet; donne in vestito da sera scollato e lungo fino
ai piedi, che esibiscono voluminosi seni nudi sullo sfondo di pencolanti
grattacieli. Al di sopra del parabrezza, questi camion ammoniscono con sentenze
morali come per esempio: “Dio è la mia sola guida” oppure:
“ l’onestà è la mia regola”. Sulle fiancate, questi sgangherati mezzi di
trasporto nei quali si viaggia in piedi tra sacchi e fagotti per migliaia di
chilometri, sotto il sole, implacabile, tra turbini di sabbia e scossoni
incessanti, portano scritte pompose e involontariamente ironiche come per
esempio: “tigre supersonica dei commercianti”. Il camion, così decorato e
dipinto esprime un rifiuto della razionalità tecnologica, sta a indicare un
impulso di appropriazione culturale altrettanto istintivo e certamente più
disinteressato di quello che porta a ricavare oggetti casalinghi dai rottami
delle automobili. Ma in fondo, vi è pur sempre quella “vendetta” della
immaginazione sulla ragione che nella letteratura orientale si esprime, per
esempio, nel mito del tappeto magico.
Quanto durerà questa utilizzazione artigianale della tecnologia europea da
parte degli africani del Sahel ? E’ difficile dirlo. Analoghi fenomeni di “vendetta”
dell’artigianato sulla tecnologia si sono verificati per esempio, in Italia,
soprattutto nel sud, al tempo dell’occupazione alleata, nell’immediato
dopoguerra. Ma fu una cosa temporanea; ben presto il sud cambiò faccia, pur
restando povero; cessò cioè di essere un trasformatore della tecnologia in
artigianato, diventò un compratore diretto, benchè depresso, dei prodotti
della meccanica.
Nell’Africa le cose potrebbero andare diversamente perchè ci sono condizioni
obbiettive che non fanno prevedere almeno per molto tempo la trasformazione dell’economia
del Sahel da economia di sussistenza in economia di scambio: le enormi distanze
che l’automobile non ha modificato che in parte; la natura dei luoghi; il
clima. Così forse l’artigianato del Sahel continuerà a trasformare
regressivamente la tecnologia fino al giorno, ancora lontano, del trionfo
avveniristico di quest’ultima. Allora il Sahara diventerà, forse, chissà,
una immensa regione fantascientifica, collegata all’Europa da comunicazioni
davvero supersoniche e abitata da una popolazione di tecnici addetti a centri di
produzione e di sperimentazione termonucleari.”
( da “Mutazione”, di Alberto Moravia )