UNA LOTTA SENZA FINE
LE CHIAVI DEL DESERTO

Hussein non c'è. E' in giro ai bordi del Grand Erg Occidentale per tentare di mettere assieme qualche giretto tra le dune. 
Ancora crede di riuscire a trovare il sistema per trattenere i turisti che si fermano al suo campeggio che ha chiamato, con volo pindarico, "Les Palmiers", e non riesce a ficcarsi nella zucca  che da queste parti la gente passa solamente e che tra le dune basse del Geoc c'è ben poco da organizzare in quanto ad escursioni.
Però il campeggio l'ha rimesso a nuovo. Tutti i servizi igienici rifatti, con tazze a sedere, porte che si chiudono con chiavistello, acqua calda per le docce e gelsomini in quantità per tutto l'appezzamento di terreno che mandano un profumo stupendo.
Forse tornerà domani, o dopodomani, o dopodomani ancora. Vallo a sapere.

Gli algerini tagliati fuori dal denaro facile del turismo di massa covano una sorda invidia nei confronti dei loro fratelli più fortunati che lavorano tutto l'anno con le agenzie di Roma o di Parigi, e non vogliono arrendersi alla sorte che ha assegnato loro El Golea o Adrar anzichè Tam o Djanet.
Penso alla differenza, alle diverse chanches. 
Da un lato il contatto continuo con l'occidente, la possibilità di conoscere ragazze bionde e di parlar con loro, un reddito certo, magari al "nero" in valuta pregiata, tanti indirizzi in Europa cui far riferimento un domani.
Dall'altra l'isolamento rotto solo dalla Tv di stato, la difficoltà di sbarcare il lunario, la negazione totale del consumo, nessuno spiraglio di fuga.
E così chi può, chi possiede un fazzoletto di terra incoltivabile e magari anche una Nissan tutta sgangherata che sta in piedi coi cerotti, si illude di potersi lanciare nell'avventura inventandosi un'agenzia di viaggi del tipo "Sahara Tours".
A casa conservo di Hussein, accanto alle foto dei suoi figli che sistematicamente mi spedisce ogni Natale, pile di "depliants" fotocopiati da un originale battuto malamente a macchina ed abbellito da alcuni disegni incomprensibili, depliants che altrettanto puntigliosamente include assieme alle foto nel pacco contenente una scatola di datteri.
Dovrei fargli da rappresentante. Con grande foga mi ha illustrato più volte i vantaggi economici che ne avrei tratto se avessi stabilito dei contatti con qualche grande agenzia italiana.
Farei molto volentieri a meno di dover inventare ragioni sul perchè non si trovi alcuna agenzia in Italia interessata ai suoi programmi turistici partendomene l'indomani mattina, ma non posso fargli questo torto e così dovrò contribuire al prolungamento delle sue illusioni.
Aspetterò che torni. Poi andrò a pranzo a casa sua dove la moglie Aisha mi preparerà un magnifico Osbane. Regalerò ai suoi figli due palloni da calcio con le insegne della Roma e alle figlie tre matrioska comprate a Porta Portese. Quindi ascolterò i suoi nuovi programmi, che sostituiscono i vecchi mai realizzati, ed attenderò con angoscia il momento in cui dovrò prendere la parola e spiegare che "ancora non c'è nulla di concreto, ma qualcosa sembra stia muovendosi...".
Mi disprezzo per la mia mancanza di coraggio, ma non me la sento di spegnere del tutto la luce della speranza negli occhi di questo mite ometto.

La sera insieme al profumo dei fiori porta anche la rottura di timpani dei bongos e delle chitarre teutoniche e ben presto arriva anche l'odore dolciastro dell'"erba". 
Sono stanco delle esibizioni con le quali questi ed altri buffoni del deserto pensano di impressionare chi la sera si lava i denti prima di coricarsi, per cui rimonto in vettura e torno indietro deciso ad andarmene a dormire sopra l'altipiano, a strapiombo sull'oasi.

L'asfalto della nr. 1 si arrampica per poco meno di cento metri ma trovo difficoltà a rimontare la strada in salita, perchè le dunette si sono formate da Sud a Nord e la parte più alta si trova quindi proprio dalla mia parte della carreggiata. Andare contromano è pericoloso perchè i camion che arrivano non si spostano e all'ultimo momento potrei non essere in grado di riguadagnare la destra. E così con uno slalom faticoso raggiungo la terrazza che sovrasta El Golea. 
Naturalmente su in alto è meno caldo; ma forse è solo la mia immaginazione esaltata dal senso di freschezza che mi dà il cielo stellato.

Eccolo il vero sballo ! Altro che chitarre e canne. 

Sotto le lucine di El Golea, e sopra l'impianto d'illuminazione del Padreterno.
Mi sdraio sulla stuoia, al sicuro da improvvisi parcheggi di autotreni in transito, e comincio a inseguire col dito le costellazioni e i satelliti. Purtroppo non riesco ad instaurare un gran dialogo con la volta stellata perchè faccio parte di una generazione di viaggiatori che non ha mai dovuto imparare ad usare il sestante. Carte militari dettagliate sino al centomila ed infine il giocattolino miracoloso col quale anche un ebete può trovare la strada di casa, il Gps, mi hanno disabituato all'orientamento stellare che una volta utilizzavo con una certa efficacia.
La tecnologia ci deruba ?

Sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano. 
Non so però se oggi i giovani e danarosi skipper che si lanciano in traversate oceaniche a bordo di barche miliardarie cariche di strumenti elettronici, trovano la stessa carica d'avventura che trovava qualche decennio fa Bernard Moitessier a bordo della sua Marìe-Thérèse costruita con l'accetta.
Qui, nell'oceano di sabbie, in fin dei conti è la stessa cosa.

Naturalmente non c'è essere vivente che riesca a sfuggire, anche in una notte nera come la pece, all'occhio d'aquila di un camionista stanco e desideroso d'attaccar bottone davanti ad un bel bricco di tè fumante. 
E così la bolla di sapone delle mie elucubrazioni astronomiche viene fatta esplodere da un Berliet carico di bombole di gas diretto a Timimoun.
Non c'è alcuna possibilità di fuga - e del resto neanche la cerco - così tra una chiacchiera e l'altra diluite da un tè troppo forte per l'ora, spillo delle notizie fresche fresche sullo stato della Nr. 1 che quest'anno risulta da incubo, specie sull'altopiano del Tademait.
Il mio amico Ahmed, sì cosi si chiama il conducente del Berliet, è veramente stanco perchè dopo la terza sigaretta si accascia fulminato accanto al fornello per il tè, montato su una delle sue bombole, senza neanche spegnerlo. 
Qui nel Sahara sembra che il vizio del russare sia sconosciuto e anche lui, come altri, mi dà l'impressione di essere morto. Mi avvicino e l'odore di portacenere bagnato che esce dalla sua bocca mi segnala che domani verso le sei si alzerà per proseguire nel suo breve viaggio.

Salutato Hussein al quarto giorno dal mio arrivo - non c'è stato verso di sottrarsi, ho dovuto accompagnarlo per due giorni fino a Fort Mac Mahon costeggiando il bordo sud del Geoc per poi tornare indietro sulla strada per Timimoun - inizio il mio avvicinamento all'incubo.

L'incubo nr.1 può presentarsi in tre stadi distinti: prima della cura, durante la cura, dopo la cura.

Prima della cura.
La malata presenta la pelle butterata da innumerevoli crateri, alle volte larghi decine di metri e profondi alcune decine di centimetri.
La progressione è letteralmente impossibile oltre i 10 Kmh., gomme ed ammortizzatori incassano anni di vecchiaia, i nervi del conducente subiscono un logorio subdolo e continuo. 

Durante la cura.
Per arrecare sollievo ai viandanti, i medici aprono ai lati della malata varianti di pista che alle volte si allontanano in modo preoccupante dall'asfalto. I consumi aumentano, le tappe programmate a Roma nel salotto con aria condizionata saltano. Nel frattempo i medici grattano via la pelle morta della malata, preparano un pessimo sottofondo in pietrisco sul quale stendono della terra rossiccia e, senza alcun tipo di serio rullaggio, vi colano sopra la nuova pelle. Tutti i fusti di catrame adoperati per l'operazione vengono diligentemente abbandonati ai lati della malata guarita, in cataste inverosimili guarnite con contorno di vecchi pneumatici.

Dopo la cura.
La pelle della malata è stata completamente rinnovata mediante trapianto. Si presenta bella liscia ma è ancora molto morbida e sensibile. Pertanto i medici la cospargono di migliaia di pietre che impediscono alle vetture il passaggio fino a completa guarigione. Alle vetture, ma non ai fuoristrada e ai camion che, grazie alla maggiore altezza da terra riescono a zigzagare ad una discreta velocità tra un sasso e l'altro. Un paio d'anni prima ho imparato a non fare il furbo e a rispettare la malata in convalescenza. Con mia moglie alla guida, io dormivo, ho rischiato il ritiro dei passaporti ed una multa salata da parte del caposquadra di un cantiere che riportava a casa gli uomini sul camion, per aver invaso la carreggiata protetta dai sassi. In algeria questi sono pubblici ufficiali e possono farlo. Ma poichè ho il dono di riuscire antipatico a tutto il mondo tranne che agli algerini, me la sono cavata offrendo una sigaretta a tutti. Io non fumo, mia moglie nemmeno.

Tutta la storia si ripete infinite volte, in una eterna rincorsa tra chi distrugge e chi ripara. Il grande peso degli autotreni tormenta in continuazione il mediocre asfalto che poggia su di un fondo ancor peggiore. Non appena si apre la prima crepa, vento e sabbia iniziano a dar man forte ai camion e ben presto il fondo stradale diviene grigio e butterato. Le riparazione non sono previste: quando i piani di manutenzione raggiungeranno la data fissata si provvederà a rifare integralmente tutta la strada. Tutta la nazionale nr. 1 è dotata di due soli grandi cantieri: a Nord e a Sud di In Salah. In prossimità delle città la manutenzione statale si ferma ed entra in funzione quella comunale, e non è detto che le due siano sincronizzate.

Ma il grande vantaggio del viaggiar da soli è quello di non dover spartire nulla con nessuno. Nè mete, nè tempi. 
Me la prendo calma, ora sull'asfalto ora fuori, senza sollecitare nervi e ammortizzatori. 
Accarezzo le difficoltà anzichè aggredirle, e loro non reagiscono, scivolandomi via sotto le ruote con dolcezza.
Comincio a essere in pace con l'ambiente. 
Ho definitivamente staccata la spina e sono pronto per svanire nelle piste del Grande Vuoto.
Stasera sarò a Foggaret ez Zoua. 
Inch'Allah.

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Bernard Moitessier
Uno dei più grandi navigatori solitari di tutti i tempi, incarna senz'altro il mio ideale di viaggiatore. Il personaggio e le sue avventure non sono descrivibili in una nota a piè pagina come questa. Leggete il suo libro "Un vagabondo dei mari", edizioni Mursia, se volete capire cosa significa sganciarsi dalla civiltà dei consumi ed identificarsi nel viaggiare.

Geoc - Geor - Sbre
Grand Erg Occidentale, Grand Erg Orientale, Square Bresson.

Osbane
Interiora di montone cucite all'interno di contenitori ricavati dalla pelle della pancia e poi cucinate al forno. E' un piatto tanto prelibato quanto difficile che si può realizzare in due o tre varianti. Se lo si ordina al ristorante si corrono dei rischi; nessuno vi dice con quanta cura siano state ripulite le interiora.

Porta Portese
Mercatino delle pulci di Roma dove comprare i palloni in plastica con le insegne della Roma e le matrioska, bambole russe in legno sottile l'una dentro l'altra.

Fort Mac Mahon
Forte della legione di cui non rimangono che poche pietre, riportato sulla Michelin come El Homr: due zeribe ai piedi dell'erg El Homeur, un vecchio pastore con due caprette e, poco più su, i ruderi del forte. Il posto è (era) raggiungibile con una breve pistarella a partire dalla strada asfaltata 200 Km a sud di El Golea. Oppure, costeggiando da El Golea il bordo Sud del Geoc. Accanto ai ruderi il governo ha costruito, negli anni '80, una prigione che ho fortunosamente visitata prima che iniziasse ad accogliere ospiti. Per tutti gli anni '90 è divenuta carcere di massima sicurezza per i fondamentalisti islamici ed è stata luogo di una maxi evasione di un migliaio di detenuti con centinaia di morti. Sono uno dei pochi a capire le ragioni di quella fuga disperata e della relativa carneficina. Qualunque sorte è auspicabile anche alla sola idea di dover passare il resto della propria vita ammassato con altre sei o sette persone in una delle celle abbacinate dal sole di El Homeur. O peggio, nelle camere d'isolamento scavate dieci metri sotto la sabbia. Meglio la morte.

El Golea - Fort Mac Mahon
Non esiste una pista per Fort Mac Mahon, bisogna farsela. 
1a Parte.
Si prende la strada vecchia che esce a Sud dell'oasi fino al bivio verso Ovest in direzione del pozzo di Nebka. Dal bivio sono una dozzina di chilometri di pessimo fondo sabbioso e non gli oltre 80 malamente riportati sulla Michelin. Si attraversa una piccola sebka in direzione Ovest verso il pozzo di Ouallene e, dopo alcuni chilometri e prima del pozzo, si vira verso Sud in direzione della falesia oltre la quale, a 20 Km. di distanza, scorre la strada asfaltata. Fin qui la parte più difficile. 
Check Point: se non riuscite a raggiungere la falesia, abbandonate e tornate a El Golea sulle vostre tracce.
2a Parte.
Raggiunta la falesia, ci si incastra in direzione SudOvest tra questa e il bordo Sud del Geoc e tutto diventa molto facile fin quando, doppiato il Monngar el Ahmar ben alto sul paesaggio, non si scorge verso Sud il filo nero dell'asfalto proveniente da Timimoun. Tirare diritto in direzione tutto Ovest e godersi la corsa su reg sino a raggiungere la coda dell'erg Ikna. 
Check Point: se avete il morale sotto i tacchi, virate a Sud e dopo una dozzina di chilometri incrocerete tracce consistenti verso Ovest in direzione del forte. 
3a Parte.
Se invece siete proprio tosti, tirate diritto verso Ovest sino a cozzare contro l'erg El Hezma: ora siete di nuovo nel difficile. Costeggiatelo verso SudOvest per una decina di chilometri, passate il pozzo secco omonimo e proseguite sin quando l'orizzonte si spalancherà in reg verso Sud. 
Check Point: se attraversate tutto il reg verso Ovest vi infilerete diritti nel corridoio Merfeg Touil, andando di molto fuori rotta. 
Virate quindi a Sud e lasciate sulla destra, dopo 4-5 km., un picco ben alto. Non fatevi impressionare da un pessimo tratto ondulato e sabbioso, passato il quale, con rotta SudSudEst, raggiungerete l'erg El Homeur e il forte in meno di 20 chilometri. Tutti i pozzi della regione tra El Golea e El Homeur sono insabbiati da decenni, forse secoli, quindi abbandonati, pressochè invisibili e, ovviamente, senz'acqua.

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