LE CHIAVI DEL DESERTO (ovvero
del perchè)
UNA LOTTA
SENZA FINE
Attraversare il deserto è un'avventura unica ed
importante che non si vive con indifferenza e che, al suo termine, non lascia
mai nessuno uguale al se stesso di prima.
Sia che ci si trovi tra le dune infuocate dell' erg d'Admer, che sull'immenso e
piatto reg della Bidon Cinq e quali che siano le motivazioni che ci hanno spinto
sin lì, il deserto coinvolge con le sue sensazioni potenti anche il più
scettico degli spiriti, anche il più navigato dei viaggiatori.
Gli spazi immensi, le grandi difficoltà di un ambiente severo che rifiuta la
vita, il totale isolamento di un mondo che nessuno vuole e può abitare, possono
generare sensazioni di espansione della dimensione esistenziale altrettanto
facilmente che depressione ed abulia, desiderio di autosuperamento dei propri
limiti così come ansia, insicurezza e persino paura.
Alcuni vivono il loro deserto come un incubo dal quale uscire al più presto e
nel quale non tornare mai più.
Altri come un esame da superare per non doverlo mai più ripetere.
Altri ancora come una lacerazione della propria coscienza, alle volte talmente
profonda da rendere insopportabile il ritorno nel piccolo e nel banale della
vita di sempre.
Alle potenti sensazioni che il deserto genera si affiancano sentimenti
altrettanto forti e radicali.
Lo si odia, lo si maledice, lo si sopporta, lo si desidera, lo si ama alla
follia, comunque non gli si può essere indifferenti e la relazione stretta con
esso, breve o lunga, momentanea o per la vita che sia, lascia sempre un segno
del suo passaggio.
E' perfettamente inutile lottare con la razionalità per trovare motivazioni
logiche e congrue con i nostri parametri esistenziali che giustifichino un
viaggio nel deserto.
Nel deserto non c'è nulla da vedere, nulla da mangiare, nulla da bere. Il caldo
ed il vento lottano incessantemente per un primato che nessuno conosce.
Abbandonato da almeno seimila anni come un vecchio ormai inutile, da altrettanti
anni si applica con pervicacia a cancellare ogni traccia di sè che l'uomo tenta
di lasciarvi; mangia inesorabile con i suoi morsi roventi l'asfalto dell'unica
strada che lo attraversa, cancella con il suo soffio abrasivo piste grandi e
piccole, seppellisce con il cammino delle sue dune balises e rediem.
Ma non basta.
In un'epoca in cui ogni angolo del globo è stato esplorato e calpestato, in una
civiltà che porta i suoi rifiuti negli abissi marini e sulle vette più alte
della terra, neanche il deserto viene risparmiato dalla tecnologia e dal consumo
ed il concetto di avventura conserva significato solo per coloro che
sbarcheranno su Marte.
Ed ecco allora che vivere il deserto secondo i canoni consueti vuol dire andar
incontro a grosse delusioni.
Cercare nel deserto spunti per racconti d'avventura con cui incantare gli amici
al ritorno vuol dire coprirsi del patetico ridicolo dell'esploratore in
sedicesimo.
Sperare di traslare impunemente nel deserto le nostre nevrosi di individui
civilizzati assieme alla tecnologia ed alle comodità che le supportano vuol
dire dover conoscere l'ansia dell'incertezza, la paura della nostra
insufficienza.
Non è chiaro perché inizia una relazione con il deserto e non è facile
gestire questo rapporto perché, come tutti i rapporti complessi, ha bisogno di
essere, oltrechè desiderato, soprattutto costruito.
Il senso di un viaggio Milano-Tamanrasset in aereo e susseguente giro
dell'Hoggar in Toyota a tempo di record è lo stesso di un amore mercenario di
due ore.
Tutti vogliono far tutto, il tempo è poco e i danari tanti; ma il deserto non
parla questa lingua.
Ascolta annoiato ma non preoccupato queste voci che urlano fuori delle sue
porte, apre loro l'ingresso, talvolta l'anticamera, mai le sale interne.
Le chiavi per queste camere bisogna trovarle da soli, e una volta ottenutele
ricordarsi in ogni momento di essere ospiti non graditi ma sopportati e di
camminare in punta di piedi per non svegliare il grande vecchio saggio che vi
dorme dentro.
LA' DOVE NON C'E' NULLA (ovvero del dove)
"Sahara" non è un nome.
In arabo questo termine non indica un luogo e neanche una regione, ma esprime un
concetto.
Significa, più o meno, "là dove non c'è nulla" e quindi il Sahara
è ovunque.
Nei grandi erg sabbiosi del Ténéré e dello Chech, negli immensi e piatti reg
del Tanezrouft e del Tafasasset, sugli alti passi montani dell'Hoggar e del
Tibesti, ovunque imperi il vuoto, il nulla, ebbene là è "Sahara".
Largo 4000 chilometri dall'oceano Atlantico al Nilo e lungo 2000 dall'entroterra
mediterraneo al fiume Niger il Sahara, con i suoi otto milioni di chilometri
quadrati entro i quali cadono meno di 100 millimetri di pioggia all'anno, occupa
circa il 27% dell'Africa ed è il più grande deserto del globo.
E' difficile immaginare che un tempo questo immenso mondo morto brulicasse di
vita animale e vegetale, come testimoniano oltre sessantamila tra graffiti e
pitture rupestri.
Quattromila anni prima di Cristo vi prosperavano una ricca vegetazione a macchia
mediterranea ed un popolo di cacciatori che inseguiva zebre, gazzelle, giraffe e
altri animali tipici oggi dell'Africa equatoriale. Ad ogni passo graffiti,
utensili di pietra, reperti ossei, letti di fiumi e laghi fossili parlano di
tutto ciò. Persino alcuni alberi millenari, sopravvissuti a ridosso di rocce
all'azione desertificante del vento e della sabbia, costituiscono una
testimonianza vivente della ricca vita di un tempo.
Oggi il Sahara è il regno del silenzio e della morte.
Con temperature massime, non eccezionali, di 50-55 gradi, ma che possono persino
superare i settanta, un uomo arriva a perdere in un giorno oltre dieci litri di
acqua senza sudare, acqua che deve rimpiazzare pena pericolosi aumenti della
viscosità del sangue e della temperatura corporea. Ciò nonostante alcune
specie animali hanno modificato la loro struttura fisica e riescono a viverci.
L'Addax ed il Fennec dispongono di veri e propri sistemi di raffreddamento del
sangue e di adeguamento della temperatura corporea a quella esterna, sistemi che
permettono loro di non impoverirsi dei preziosi liquidi del corpo e dei sali in
essi contenuti.
Ma l'uomo non può viverci.
Al di fuori delle oasi le possibilità di vita stabile sono, per il grande
mammifero, nulle; senza risorse idriche nessun insediamento umano e nessuna
coltura sono possibili ed il nomadismo è l'unica chance.
Si, perchè nonostante il petrolio ed i minerali pregiati abbiano attirato
camions, prefabbricati, pompe e trivelle, nonostante l'aereo e l'elicottero
abbiano annullato distanze e difficoltà, sul suo terreno il deserto continua a
vincere la battaglia per il nulla.
Avanza senza sosta verso sud conquistando chilometri ogni anno, condiziona con
la scarsezza d'acqua lo sviluppo delle oasi, impedisce con la violenza dei suoi
elementi la posa e la stabilizzazione di una rete di comunicazioni sicure.
Ed ecco allora che ancora oggi, anche se il cammello è stato sostituito dalla
Toyota, muoversi nel deserto ripropone ai viaggiatori solitari i problemi di
sempre.
Se rimangono senza gasolio nel posto sbagliato, se la pompa dell'acqua si rompe
quando non dovrebbe e se proprio nessuno passa ad aiutarli, allora quello è il
loro momento per un viaggio verso i giardini di Allah.
LA PICCOLA AZALAI (ovvero del come)
La Azalai era una delle più grandi carovane del
Sahara che, con migliaia di cammelli e centinaia di uomini, trasportava le
lastre di sale da Bilma a Tombouctou.
Doveva essere uno spettacolo eccezionale quello che i viaggiatori del tempo di
Ibn Battuta potevano avere dinanzi agli occhi.
Una fila senza fine di cammelli contro l'orizzonte avanzava lentamente e
silenziosamente davanti ad un enorme disco rosso prossimo a scomparire nelle
viscere della terra. Ed ecco che allora gli uomini, difficili a distinguersi tra
gli animali carichi, lanciano grida e tutto si ferma e si raccoglie secondo
schemi predeterminati. Con una velocità insospettabile il sole si tuffa dietro
l'orizzonte ed immediatamente il caldo insopportabile di pochi minuti prima si
trasforma in freddo. Tanti piccoli fuochi si accendono e raccolgono attorno le
voci discrete degli uomini blu intenti alla lunga e complessa preparazione del
the e del pane, mentre un cielo nero e inverosimilmente carico di stelle si
abbassa fino a pochi centimetri dalla testa....
L'avvento del camion ha decretato rapidamente la morte dell'Azalai per
inutilità. Il sale non è più un elemento primario di scambio e comunque un
Berliet guidato da una sola persona ne trasporta in una settimana quanto cento
cammelli in tre mesi.
Molti touaregh hanno abbandonato la sella del mehari per il sedile del camion ed
i loro figli non conoscono le piste che per generazioni i loro nonni hanno
battuto.
Paradossalmente possiamo parlare di agonia di un mondo già morto da millenni.
Ed ecco che il circolo si chiude e si torna al "PERCHE'".
Se la risposta a questa domanda non è semplice e forse non esiste, di certo
possiamo regolarci sul "COME".
Se il problema è solo quello "dell'esserci stati", non importa
appunto come, non ci sono difficoltà.
Raid motoristici, carovane del coraggio, avventure globali ed altre forme
esoteriche di consumo del tempo libero all'insegna del divertimento selvaggio,
dell'inquinamento di massa, del turismo d'assalto nei più remoti angoli della
terra ce ne sono a bizzeffe, per tutti i gusti e per tutte le tasche.
Meno immediata è la risoluzione del problema "conoscenza" nella più
ampia accezione del termine.
Conoscenza dei luoghi e loro rispetto incondizionato.
Conoscenza delle genti e rispetto assoluto della loro cultura, delle loro
abitudini, della loro religione.
Conoscenza dei fenomeni naturali e rispetto delle loro regole di gioco.
Conoscenza delle proprie capacità e rispetto dei propri limiti.
Troppo spesso le parole sono solo vento, sopraffatte da comportamenti devianti
indotti da interessi che trascendono il bene comune. Comprensione del fluire del
tempo, espansione della propria coscienza, ampliamento della dimensione
esistenziale, miglioramento della capacità critica sono proponimenti che
dovrebbero concretizzarsi in una base di solide motivazioni al viaggiare, la
sola che può aver spinto tutti i Grandi Erranti, da Ibn Battuta a René
Caillié, a Bruce Chatwin, ad iniziare un moto perpetuo che spesso è terminato
solo con la morte.
Certamente bisogna accettare l'impossibilità di percorrere a ritroso nel tempo
le antiche carovaniere a piedi dietro i propri cammelli, impossibilità imposta
dai concetti industriali di "tempo disponibile" e di "qualità
della vita".
Da tempo il viaggiare ha abdicato al suo ruolo di vaso comunicante tra civiltà
e culture diverse per indossare i panni allegri di un edonismo compensatore
delle gravi nevrosi indotte dalla civiltà dei consumi.
Indietro non si torna e nessuno può fare alcunchè.
Non è comunque impossibile proporsi, senza false ipocrisie, un'esperienza
equilibrata che permetta, se non a chiunque certamente ai più motivati, di
entrare in una dimensione sconosciuta ed affascinante.
Senza umiliare la propria intelligenza in un'avventura di celluloide e senza
rendersi partecipi di un nuovo colonialismo fondato sulla propria ricchezza e
sul desiderio dei meno fortunati di raccoglierne le briciole.