IL VILLAGGIO DEL MISTERO
IL DESERTO DEI DESERTI

Amguid, o Amaguid, o Ameguid – dipende da chi lo pronuncia, ma a me piace Amg, "aemmegì"- , è davvero un posto strano.
Schiacciato tra le montagne e le sabbie dell’erg omonimo, è un crocevia di piste che vi giungono da ogni direzione. 
Da Hassi Messaoud da Nord, da Illizi da Est, da Tam e da Djanet da Sud, da In Salah da Ovest.
E' un luogo mitico, per il quale sono passate legioni di sahariani, aspiranti e incalliti, e per il quale transitano un numero variabile di camion: da zero a tutti. Dipende dallo stato dell'asfalto della Transahariana.
Eppure questo villaggio minimo, abitato da pochi anime con il grave problema della sopravvivenza quotidiana, è sempre rimasto minimo senza conoscere né splendori né espansione.
Vi si trovano una caserma della Gendarmeria Nazionale ed una dell’Esercito, opportunamente distanziate con i militi dell’una e dell’altra che non si parlano e non si frequentano. Sarà perché la caserma dell’esercito è fuori del villaggio e a nessun militare viene in mente di farsi 3-4 chilometri per andare a parlare con altri militari della comune disgrazia che li ha assegnati a quell’infame destinazione anziché, se proprio a Sud doveva essere, a Tam.
Insomma null’altro ad Amguid, oltre le povere abitazioni dei locali e ai resti del forte della Legione Straniera che, in quanto a destinazioni infami, tanto se ne intendeva da far scuola.
Ad Amguid, come se non bastasse la collocazione topografica che rende questo villaggio una padella per frittura mista incassato com’è tra sabbie e rocce, la sorte ha assegnato, come punizione per chissà quale peccato, anche la mancanza d’acqua. 
Se non fosse una battuta fin troppo facile, si potrebbe dire che "piove sempre sul bagnato…".
E infatti per bagnarsi la gola gli Amguidesi, (o Amguidani ?) devono, gambe in spalla, recarsi alla guelta fuori del villaggio dove, se quel giorno non li hanno preceduti i militari con le loro cisternette su ruote, potranno riempire qualche camera d’aria di camion senza dover attendere ore e ore al sole.
Oppure, in alternativa se hanno voglia di fare una piccola escursione, possono raggiungere uno dei pozzetti della zona non esattamente a portata di mano.
Ad Amg non c’è nulla. 
Né elettricità, né ombra, né spaccio, né carburante, né telefono, né cammelli, né segnale televisivo che, se anche arrivasse, raggiungerebbe comunque televisori spenti per mancanza d’alimentazione. Né medico, né dentista, né moschea, né qualunque cosa vi possa venire in mente e di cui potreste avere bisogno. 
Neanche l’ospitalità è disponibile. 
L’economia di Amguid è di pura sopravvivenza, completamente chiusa su se stessa e la permanenza nel villaggio non è affatto incoraggiata. I militari della Gendarmeria, espletate le formalità previste, invitano i turisti a togliersi senz’altro dai piedi e a non farsi vedere mai più. Non parliamo poi dei militari dell’Esercito; non chiedete loro alcunchè perché mordono !

Un ricordino al proposito.
Qualche anno addietro passai per Amguid con quattro romani al seguito: un elettricista (!), un sindacalista della Uil (!!), una podologa (!!!) ed un’attrice di teatro (!!!!).
Arrivammo da Nord, strisciando con le nostre vetture nello strettissimo ed accidentato tracciato incassato tra le rocce dell’Eberhersene; erano le ore centrali della giornata e la sabbia della foce dell’oued In Tounnourt che sbarra l’accesso ad Amguid era troppo molle per essere calcata.
Raggiunta la caserma fummo aggrediti verbalmente da un tenente di cui non ricordo il nome ma del quale ricordo benissimo il grado di xenofobia. Ci ordinò di spegnere i motori e di scendere dalla vettura per l’identificazione che avvenne poi sotto il sole. L’attrice, credendo di avere a che fare con un vigile urbano di Roma, gli rispose che non sarebbe scesa perché in vettura aveva l’aria condizionata; quindi non avrebbe neanche spento il motore.
Scese, invece, e subito ! E tutti fummo trattenuti nella caserma fino a tardo pomeriggio quando ci fu intimato di andarcene con la proibizione di passare la notte nei pressi del villaggio.
Quel tenente poi lo incontrai di nuovo altre volte, sempre ad Amguid, e alla fine divenimmo amici. In seguito lui disse che faceva un’eccezione per me perché non poteva soffrire gli stranieri, i tedeschi in particolare, e mi raccontò che quella volta coi romani ci scambiò sulle prime, chissà perché, proprio per dei tedeschi. Poi si accorse dell’errore, ma fu costretto, per dignità militare, a sostenere la sua parte fino in fondo…

A prima vista è strano che questo avamposto, con tutte le piste che vi convergono, non sia riuscito a svilupparsi come stazione di transito con la nascita di qualche "Restoran" sgangherato; persino sulla Bidon 5, all’altezza del Tropico del Cancro, sono riuscito a trovare un baretto ricavato sotto la sabbia e gestito da una coppia di fratelli folli che sognava di farlo divenire in breve tempo un hotel con piscina e campi da tennis !
Qui nulla. 
Tutti evitano Amguid come la peste passando alla larga dalla Gendarmeria la quale, accortasi prontamente che camionisti e turisti girano alla larga, dà loro la caccia con una coppia di Toyota velocissime.
E’ nato prima l’uovo o la gallina ? 
Nessuno passa per Amguid perché non offre nulla o non c’è nulla perchè non vi passa mai nessuno ?
Le ragioni probabilmente sono (anche) altre, non escluse un’intenzionalità del governo che considera questa zona di interesse strategico (?!), ed una sua non idoneità alle colture e quindi alla sedentarizzazione. 
Resta il fatto che il piccolo villaggio targui sembra destinato a morire sotto un sole implacabile che nessuna palma arresta e sotto il soffio di un vento costante e forte che spinge la Grande Duna, ogni giorno di più, verso le montagne e verso di lui.

Doppio la punta Sud della Grande Duna ed entro nell’enorme valle fossile che accoglie il tratto finale di uno dei più grandi sistemi fluviali del Sahara, largo in questo punto una cinquantina di chilometri e diviso in due da una terra emersa mediana di cui faceva parte l’erg Amguid, la Grande Duna. 
Provo con l’immaginazione a ricostruire questo paesaggio di migliaia (o milioni ?) di anni fa.
Dalle montagne dell’Assekrem innumerevoli ed impetuosi torrenti portavano a valle enormi quantità d’acqua che concorrevano a formare una coppia di fiumi grandi quanto il Nilo: il Gharis (si pronuncia "rrarìs") ad Est e l’Igharhar (si pronuncia "irraràr") ad Ovest. Questi due fiumi scorrevano paralleli verso Nord separati dalle montagne del Teffedest, controllati nel loro scorrere dalla sentinella del Garet El Djenoun, la Montagna degli Spiriti. Doppiata la punta Nord del Teffedest si riunivano in un immenso unico fiume nel mezzo del quale spuntava, isolato come un faro, l’Edjeleh. L’enorme massa d’acqua arrivava in prossimità del suo delta, la zona dove mi trovo ora, dalla quale ancora un po’ più avanti emergeva il gigantesco ammasso di sabbia fluviale della Grande Duna. 
Di lì, dopo essere passato attraverso innumerevoli gole, il grande fiume andava a morire in una palude grande quanto un mare.

Vado a cercare il mitico borne di Amg a 26°.15’.45" di latitudine Nord e 5°.14’.59" di longidudine Est; il Gps non serve; un occhio un po’ allenato riesce a vederlo a 2-3 chilometri di distanza, e poi, comunque, sai che sta "là". 
Vado per annotare, come un pedante contabile, i nuovi danni che turisti ignoranti vi lasciano ad ogni passaggio: un nuovo "Mauro e Simona, anno 19xx" e un altrettanto nuovo "Kilroy was here" (chissà cosa c’entra…) aggiornano i graffiti di questo storico muretto al quale, ogni volta che passo, trovo che qualcuno ha aggiunto una scritta e tolto un pezzetto di materiale. 
Questo è quello che passa il convento.
Ci sarà sicuramente un giorno in cui transitando di qui cercherò invano. Lampi assassini mi attraversano la mente e mi vedo sulla cima del Sin Senna, con un PSG1 in braccio in attesa del primo barbaro da fulminare nel suo atto vandalico. Sognare non è un delitto...

Lascio la regione di Amguid e presto la Grande Duna è alle mie spalle. Sono sulla pista per Tam, che mi dà il benvenuto con i robusti scossoni della sua tole. Devo abbandonarla a tutti i costi per evitare che mi polverizzi l’anima oltre che gli ammortizzatori. L’orientamento non è difficile, ma le varianti che seguo alla ricerca di un po’ di sollievo mi scaraventano alle volte lontano decine di chilometri dal tracciato della pista madre.
Dovrò decidermi, e presto, sul versante del Teffedest che indendo affrontare: l’Ovest, meno bello ma più conosciuto, l’Est splendido ma di orientamento problematico al suo inizio e al suo termine. E’ una decisione che va presa prima dell’Edjeleh. E decido per l’Est: dopo l’Edjeleh lascerò le certezze della pista turistica e tirerò diritto verso l’erg Telachchimt e la sua bella pozza d’acqua buona.

Inizio a seguire la mia nuova pista tra molte incertezze, dovute all’assenza totale di segnaletica, alla mancanza di riferimenti topografici certi, alle tracce traditrici che menano verso la morte ma, soprattutto, alla consapevolezza di essere solo e troppo lontano dalla pista normalmente seguita per raggiungere Tam.
Aggrappato al volante per non essere scaraventato contro il tetto della vettura, in una sorta di trance mentale, con lo sguardo che oscilla meccanicamente dalla pista alla tacca della bussola di rotta e viceversa, ripenso ai misteri di aemmegì e li elaboro con la fantasia che la solitudine esalta.
Sono questi i giorni, per il viaggiatore solitario, dell’introspezione e dell’analisi; è il tempo in cui egli valuta, nelle lunghissime ed interminabili ore di guida, il bilancio della propria vita e la ragione della sua esistenza, in quel momento, in uno luogo come quello.

L’Edjeleh è ormai scomparso nello specchietto retrovisore ed aspetto che mi appaia, come per incanto, il bagliore dorato dell’erg Telachchimt. L’ho già avvistato tre volte…ma non era lui.

HOME PAGE - INDICE  -  TAPPA SUCCESSIVA


Variante per  Illizi
Pista tosta per equipaggi tosti, da affrontare con la consapevolezza che, con un po’ di sfortuna ed in condizioni avverse, potrebbe essere l’ultimo viaggio. Si tratta di quasi 500 chilometri (non 330 come indicato nelle mappe !) attraverso terreni difficili per i quali non passa anima viva, ma dove non è difficile trovare acqua buona ed abbondante se si è dotati di buoni occhi, secchio e 40 metri di corda.
Non c'è una ragione al mondo per voler fare questa pista, se non un amore per il deserto sconfinato quanto il deserto stesso.

Amg - Illizi

1° Parte
Una volta raggiunta la foce dell’oued In Tounnourt che sbarra la pista Nord per Amguid, bisogna infilarsi nel letto di questo oued che scorre in una grande ansa, prima ai piedi dell’adrar Arkhat (NordEst) e poi ai piedi dell’adrar Nehed (SudEst). A questo punto si abbandona il letto dell’oued, che se ne va verso Sud, e si procede in direzione Est ai piedi della falesia Tiris; quindi ci si immette nel letto dell’oued Tidjamaine che scorre ai piedi della falesia Thala. Questa parte della pista, circa 90 Km. fino al borne se lo trovate, non è difficile in quanto basta avere costantemente sulla sinistra le montagne che sono alte circa 500 metri.
La grande difficoltà arriva quando bisogna individuare le gole di Tassiot che tagliano in direzione NordEst la falesia omonima e che permettono, con 25 Km. chilometri difficoltosi, di raggiungere al di là della falesia stessa il letto dell’enorme oued Dekak che scorre ai piedi dell’erg Tifernine.
Check Point: le gole di Tassiot sono segnalate dai resti di un borne poco visibile. Se si mancano le gole e si continua a costeggiare allegramente le montagne che si hanno sulla sinistra, ben presto vecchie tracce assassine che menano verso SudSudEst daranno l’impressione di essere sulla buona strada. Attenzione ! Di là si va a morire !

2° Parte
Raggiunto l’erg Tifernine lo si costeggia da lontano verso SudEst su buone tracce appartenenti alla variante Est della pista proveniente da Zaouia Moussa (ex Fort Flatters Nord) via Bled Tisseras (la variante serve ad evitare, proveniendo da Zaouia Moussa, lo spettacolare ma difficilissimo attraversamento della propaggine Nord dell'erg Tifernine via Edjeleh Khannfoussa). 
Dopo circa 100 Km. si raggiunge l’erg Tifernine, si doppia la sua punta Sud e si rimonta verso Nord facendo attenzione a NON infilarsi subito nell’invitante letto dell’oued Mellene che scorre aderente al fianco Est dell’erg Tifernine. Bisogna invece PRIMA superare verso Est le propaggini Sud del djebel Mellene e POI risalire verso Nord per circa 60 Km. sino a raggiungere la piccola sebka Hiouane.
Check Point 1: se ci si infila nel letto dell’oued Mellene per sbaglio è necessario accorgersi dell’errore per tempo o si rischia di rimanere senza carburante. Le indicazioni delle mappe al 500.000 in questa zona danno indicazioni errate e pericolose.
Check Point 2: la sebka Hiouane è l’unico punto conosciuto partendo dal quale è possibile, traversando l’erg Tahinaouine, raggiungere la pista madre proveniente da Zaouia Moussa che porta a Illizi. Quindi non va mancata.

3a Parte
Dalla sebka Hiouane infilarsi in direzione EstEstNord proprio dentro il maligno erg L'erg Tahinaouine affrontato nell'ora sbagliata... Tahinaouine, preparati a soffrire le pene dell’inferno se non lo si affronta prima dell’alba con la sabbia dura. L’erg è largo solo 4-6 chilometri, ma sono chilometri indimenticabili. Passato l’erg si procede per una ventina di chilometri sempre verso EstEstNord su terreno duro e infame fino a raggiungere le tracce della pista madre proveniente da Zaouia Moussa. Qui si è a ridosso dell’erg Issaouene che si costeggerà tenendolo sulla sinistra in direzione SudEstEst per circa 30 km. Poi, sempre costeggiando le sabbie, la direzione cambierà impercettibilmente ma costantemente verso Est. Ma ormai si è su tracce robuste e imperdibili e Illizi non dista più di 130 km.

INDICE DEI DETOUR

Camere d'aria di camion
Ovvero le ghirbe dei poveri. Dal momento che quelle ricavate dalla pelle delle capre costano ormai una fortuna perché nessuno le lavora più, si adoperano le vecchie camere d’aria dei camion. Le si tagliano in due o tre settori che poi vengono chiusi alle estremità con i cappi di una corda che funge da tracolla. Il mistero è come si possa far perdere alla gomma il forte sapore amaro che al profano sembra debba essere conservato per l’eternità.

Bidon Cinq, B5 per gli amici
Pista che unisce Adrar a Gao attraverso il Tanezrouft (traduzione: "vuoto, come il palmo di una mano vuota"). Lunga circa 1200 Km. fu aperta nel 1913 dal capitano Maurice Cortier con tre uomini e otto cammelli e ripetuta dieci anni più tardi dal tenente George Estienne con un veicolo a sei ruote motrici in una settimana. Al ritorno Estienne segnalò la pista lasciando i grandi fusti vuoti di benzina ogni 50 Km. Il quinto di questi, che fu piazzato a 120 Km. dal confine in territorio algerino, proprio in corrispondenza del luogo dove il capitano Cortier aveva sostato nella sua marcia di scoperta, finì per dare nome all’intera pista. Oggi la B5 è asfaltata sino a Reggane ed è segnalata da balises ad antenna ogni cinque chilometri. Le balises sono dotate di cellule fotovoltaiche e lampada per la segnalazione notturna; non ne funziona neanche una. In compenso anno dopo anno comincia a mancare qualche balise, smontata e trafugata perché fatta di buon metallo altrimenti utilizzabile. L’altezza delle balises ne permette la loro percezione ad un occhio allenato alla massima distanza di 5 Km.

Edjeleh
Toponimo molto utilizzato nel Sahara algerino. Sulla pista per Amg indica un picco isolato, imperdibile, che fa da faro alle piste Est ed Ovest del Teffedest per Tam. Se avete delle difficoltà nel trovare questo riferimento topografico la domanda è: 
"Perchè non ve ne siete rimasti a casa ?" 

Borne
In francese indica un muretto. Il borne di Amg è storico ed è stato punto d’incontro di tutta una generazione di navigatori solitari sahariani. Questi ultimi ormai sono stati sostituiti dai "gruppi" di Avventure nel Mondo che trovano divertente appiccicare sopra il venerabile manufatto il loro orribile adesivo.

Kilroy was here
Tipico graffito da Wc pubblico che definisce perfettamente il grado di civiltà del suo autore. Si accompagna ottimamente agli adesivi di cui sopra ed, eventualmente, ai numeri di telefono "caldi".

Sin Senna - Psg1
Il Sin Senna è la caratteristica montagna, alta oltre 1000 metri sulla pista, che segnala l’entrata nel letto dell’Igharhar a chi proviene da Djanet. Il PSG1, Prazision Schutzen Gewehr 1, è un fucile semiautomatico da cecchino, dotato di silenziatore e cannocchiale a raggi infrarossi, in dotazione ai tiratori scelti dei corpi speciali di molti paesi.

HOME PAGE - INDICE