IL DESERTO DEI DESERTI
1a PARTE
IL VILLAGGIO DEL MISTERO
VAI ALLA 2a PARTE
LA VITA SI FERMA
Deserto il Sahara lo è sempre stato, ed insieme a quello dell’Australia, è probabilmente il più antico della Terra.
Nati ambedue a partire da tre miliardi di anni
fa, con la formazione dei grandi scudi tettonici da cui avrebbero poi avuto
origine i continenti, sono rimasti immobili nelle loro caratteristiche
climatiche, simili alle attuali, fino ad un paio di milioni di anni fa, quando
col Quaternario nelle alte latitudini il periodico alternarsi di avanzate e
regressioni dei ghiacci influì sul Nord africa con notevoli oscillazioni
climatiche.
Grandi quantità di acqua oceanica rimanevano imprigionate nella
calotta polare artica, riducendo la circolazione complessiva di umidità nell’atmosfera
a causa della minore evaporazione degli oceani, e spingendo più a sud il
monsone equatoriale estivo grande portatore di piogge, determinavano la
desertificazione del Sahara.
Nel periodo successivo di disgelo invece, con il ritiro della calotta polare
artica e la rimonta a nord del monsone, iniziava per il Sahara il periodo
inverso.
Aumento dell’umidità nell’aria, piogge, afflusso di acque dai
monti davano il via al suo periodo verde.
Questo modello di funzionamento, messo a punto
con anni di ricerche palinologiche e stratigrafiche, ci conduce all’ultimo
cambiamento di clima avvenuto circa diecimila anni fa, con l’inizio della fase
di riscaldamento dell’Olocene che determinò l’ultima fase umida del Sahara
durata circa quattromila anni.
Il lago Ciad, oggi esteso per meno di diecimila
kmq. e profondo appena qualche metro, occupava allora ben 400.000 kmq. ed era
profondo fino a trecento metri.
Altri immensi laghi, oggi fossili, accoglievano
sulle loro rive paesi di pescatori.
Il grande bacino dell’Aoukar in
Mauritania, del Tanezrouft in Algeria, e incredibili fiumi larghi anche decine
di chilometri li alimentavano. L’Igharghar, l’Amekni, il Tafasasset, il
Tamanrasset e tanti altri costituivano una rete idrografica imponente che
irrigava, a Nord del Niger e ad Est del Nilo, circa otto milioni di chilometri
quadrati di terra fertile.
Con solo quarantasei righe abbiamo potuto
percorrere a volo d’uccello tre miliardi di anni di vita del Grande Vuoto.
Ora, giunti a quattromila anni prima della nascita di Cristo, con la sparizione
dei grandi laghi e dei grandi fiumi completata, con la migrazione delle
popolazioni o il loro ritiro sugli ultimi altipiani ancora umidi ed abitabili,
dobbiamo lasciare il passo alla storia e alla scienza, che possono raccontarci
con precisione e senza voli fantastici che durano intere ere geologiche, l’ultima
agonia di questo immenso mondo vecchio come il pianeta cui appartiene.
Nessuno è in grado di ipotizzare se esso potrà un dì rinascere a nuova vita, se i suoi immensi mari interni torneranno ad accogliere pesci e se i suoi impetuosi fiumi torneranno a tagliare le sabbie oggi roventi e a raffreddarle. Probabilmente no, ma nulla ci vieta di pensare che questi ultimi diecimila anni di avvenimenti, niente più che un battito di ciglia nella vita del pianeta Terra, assai meno in quella dell’Universo, altro non siano che una delle poche fasi di avvicendamento della morte con la vita, e che molte altre ne debbano ancora seguire, per miliardi e miliardi di anni a venire.
L’impressione che si ha, fermandosi ad “ascoltare”
il Sahara, è che ci si trovi di fronte ad un’immensa paralisi e che ad un dato
momento, come con un colpo di bacchetta magica, tutto possa tornare a muoversi.
I segni di una vita passata sono tanti e tali che sembra di essere nel mezzo di
una proiezione cinematografica in cui l’operatore abbia bloccato, con un fermo
immagine, lo scorrere della pellicola e tutti attendano che si decida a
rimettere in moto il film.
Le migliaia e migliaia di pitture rupestri del Tassili sembrano appena terminate
e lasciate in attesa di altre. Utensili di pietra in ogni luogo sembrano dire
che i loro proprietari sono usciti momentaneamente di casa e che torneranno per
cena.
I grandi invasi delle acque, nei quali profondi residui d’umidità permettono
a stenti alberelli di vivere, incutono il timore che debbano tornare a riempirsi
violentemente in pochi attimi al al primo oscurarsi del cielo.
Ma le cose non stanno così, e la morte è di
casa nel Sahara da troppo tempo ormai perché l’uomo, con la sua breve
permanenza sul pianeta, possa coglierne un possibile futuro avvicendamento con
la vita.
Anzi, allo stato attuale delle cose, la desertificazione non sembra
affatto esaurita, se si pensa che ogni anno le sabbie avanzano verso sud di
molti chilometri conquistando circa un milione di ettari. Che gli ultimi bacini
lacustri si stanno prosciugando a velocità supersonica e che le falde acquifere
che danno vita alle oasi in molti casi si abbassano drammaticamente.
La tecnologia viene in aiuto dell’uomo che si è gettato in questa battaglia a
corpo morto piantando alberi, irrigando, trivellando, costruendo avamposti sotto
il sole rovente con criteri militari. Ma l’impressione che si ha è che si
tenti di vuotare l’oceano con un secchiello e che, fintanto che il Sahara non
deciderà da sè di risvegliarsi a nuova vita, quelle sparute pattuglie di
formiche che si agitano sulla sua superficie debbano continuare ad essere
spettatrici di un film interrotto a metà
PERCHE’ UN DESERTO
L’aridità del Sahara è determinata essenzialmente dal suo bilancio idrico deficitario, che vede cadere mediamente in un anno meno di 100 mm. di pioggia contro un’evaporazione che può raggiungere i 6000 mm. all’anno e non scende mai al di sotto dei 2000.
A cosa è dovuto questo disastroso bilancio
idrico?
Principalmente alla potenza dell’irraggiamento solare e alla mancanza
di piogge.
Che i raggi del sole, alle basse latitudini, abbiano un angolo d’incidenza
tale da provocare surriscaldamento, può essere considerato solo una concausa.
Basta infatti pensare alle medesime latitudini, per esempio in India, dove di
deserti non ce ne sono.
E’ la mancanza di precipitazioni, in realtà, che esalta e potenzia tutti gli
altri fattori che determinano l’aridità del Sahara.
Ma perché non piove ? Principalmente perché le
latitudini intorno al 30° parallelo sono sede di zone anticicloniche stabili a
causa della corrente aerea subtropicale - il Jet Stream - formata da quella
polare e da quella equatoriale unite insieme, che scorrendo a grande altezza e
velocità provoca alte pressioni e dissipa le nubi. L’assenza di nubi
contribuisce a sua volta ad aumentare la quantità d’irraggiamento solare, che
riscalda ancor più l’atmosfera abbassandone il tasso di umidità, con
conseguenti minori possibilità di condensazione e precipitazione e così via,
in una interreazione che come risultato finale ha quello del sempre maggiore
impoverimento del bilancio idrico.
Come se non bastasse, tutti i fattori morfologici che caratterizzano il Sahara
contribuiscono ad esaltarne la desertificazione.
La tabularità e l’assenza di
sbarramenti montuosi che possano deviare il Jet Stream, come accade per la
catena Himalayana che lo devia a Nord proteggendo così l’India.
L’alto
gradiente termico del suolo, che rinforza le alte temperature e quindi l’aridità.
La continentalità che comporta temperature non mitigate e grandi escursioni
termiche.
La chiusura del bacino idrografico con relativa morte della rete
fluviale.
Si legge che l’uomo avrebbe contribuito in
maniera determinante a questa desertificazione con il nomadismo e la conseguente
progressiva spoliazione della vegetazione per uso personale e per l’alimentazione
delle bestie.
E’ come voler accusare i bambini che fanno pipì nel mare del
suo inquinamento, ed è ignorare, grossolanamente, che nel Sahara l’uomo è
nomade per necessità, perché lì è “Sahara”, e non viceversa.
SABBIA E SASSI
L’immaginazione della maggior parte delle
persone vede un deserto come formato da immensi mari di sabbia e null’altro.
E’
vero che questi mari di sabbia ci sono, ma è altrettanto vero che essi non sono
tutto il deserto e che ne costituiscono solo una parte, e neanche la più
importante.
Meno del trenta per cento.
Accanto ai grandi ammassi dunari, gli erg, si trovano enormi estensioni sassose, i serir e i reg, e gruppi montuosi isolati di origine vulcanica che svettano solitari sull’immensa piattezza del tutto, dove il vento ha via libera, con le sue azioni di corrasione (sic: corrasione) e deflazione, allo smantellamento di ogni protuberanza già iniziato dall’azione termica con la desquamazione e la fessurazione. Potremmo anzi dire che sono proprio le rocce, da piccolissime ad enormi, con i loro ammassi dai nomi e dalle forme più stravaganti, a costituire la varietà del paesaggio desertico, più che il monotono susseguirsi delle dune nei grandi mari di sabbia, perché è proprio nel materiale solido che il vento può esercitare la sua opera di scolpitura, limatura, trasporto ed ammasso tanto elaborata da sembrare, alle volte, opera dell’ingegno.
Sull’altopiano del Tassili N’Ajjer, le “città” di Tamrit e Sefar, coi loro tesori d’arte rupestre, sembrano modellate nella roccia dallo scalpello di un titano. Taffoni, funghi, nicchie, mensole, muri, e lastricati talmente perfetti che non si può resistere alla tentazione di far scorrere i polpastrelli nelle fessure per accertarsi che siano realmente solidali col suolo e non delle lastre lavorate dall’uomo e lì appoggiate per farne delle strade.
Ma come è distribuito il Sahara ?
Quello vero e proprio, che così è chiamato sulle carte geografiche, occupa la
parte occidentale del Nord Africa ed interessa il Marocco, la Tunisia, l’Algeria,
la Mauritania, il Mali ed il Niger. I deserti Libico e del Tchad li separano da
quello egiziano e del Sudan e tutto insieme questo “grande vuoto” occupa
dagli ottomila ai diecimila chilometri quadrati.
Il Sahara geografico può essere distinto:
Ma il Sahara in realtà è ovunque non ci sia
nulla, nel deserto libico e nello spaventoso serir del Tibesti, nelle misteriose
montagne del Tibesti stesso, nelle sabbie egiziane e nubiane.
In arabo “andare nel sahara” vuol dire andare
“Là, dove non c’è nulla”.
L’ACQUA E LA VITA
Nonostante il Sahara sia privo di un sistema
superficiale stabile di acque, non è vero che il prezioso elemento sia del
tutto assente, e la prova più evidente di ciò è costituita dalla esistenza
delle oasi.
Per capire bene dove sia finita l’acqua bisogna riassumere per un attimo la
storia del degrado idrografico, partendo dall’epoca nella quale il Sahara
costituiva un bacino idrografico aperto.
Allora la sua superficie era solcata da un sistema vasto ed organico di linee
fluviali e superfici lacustri aperto verso i mari.
Il regime di questo sistema
era regolare ed interagiva con le condizioni climatiche in modo esattamente
opposto a quello attuale, mantenendo un alto tasso di umidità che alimentando
le acque di scorrimento veniva da queste a sua volta alimentato.
Quando questo meccanismo perfetto incominciò ad
incepparsi, le acque iniziarono a scorrere con un regime più irregolare, i loro
letti a danneggiarsi per il mancato o insufficiente dilavamento ed il relativo
progressivo accumulo di detriti non più eliminati da una regolare corrente. I
grandi fiumi, trasformato il loro regime in torrentizio, cominciarono ad
impazzire abbandonando man mano, in occasione delle piene sempre più irregolari
e sempre più rade, i loro alvei, diramandosi in tanti letti superficiali ad
alto grado di permeabilità, diretti in innumerevoli direzioni e senza nessuno
sbocco nelle grandi acque dei mari e dei laghi.
Questi ultimi, senza più
rifornimenti, si asciugarono in un batter d’occhio, privando enormi estensioni
della loro azione umidificante e contribuendo in maniera determinante al
processo d’inaridimento e alla chiusura del bacino idrografico.
Ma dove finivano le acque che comunque
cadevano ?
La maggior parte evaporava a causa dell’aumentato irraggiamento
solare e un’altra, più modesta, finiva nel sottosuolo a causa della maggior
permeabilità delle superfici di scorrimento sempre più invase dalla sabbia,
costituendo nei millenni quegli enormi serbatoi fossili d’acqua potabile ricca
di sali che oggi permettono l’esistenza delle oasi.
Attualmente le scorte d’acqua del sottosuolo, benché enormi, non si rinnovano
per mancanza di precipitazioni che compensino i prelievi, anzi, la grande
scarsità di piovaschi ha indotto l’uomo a cercare di intercettarli appena
giunti al suolo con una ingegnosa rete di canalizzazioni sotterranee artificiali
(le foggare), per ridurre al minimo evaporazione e dispersioni.
Resta da considerare la condensa notturna, data
dalla grande e repentina escursione termica tra il dì e la notte, condensa che,
a seconda delle zone, pare possa valutarsi tra qualche centimetro cubo e il
mezzo litro per metro quadro e per notte.
Se calcolassimo una media di un decimo
di litro per tutto il Sahara, ogni notte dovrebbero condensarsi ottocento
miliardi di litri d’acqua, una quantità astronomica.
Ma queste cifre sono solo teoriche.
In realtà la
condensa media è molto più bassa e non riesce affatto ad accumularsi
raggiungendo gli strati più profondi, perché il passaggio dalle basse
temperature della notte a quelle elevatissime del giorno è talmente repentino
da farla evaporare nei primi centimetri di suolo.
Dove la morfologia del terreno permette la formazione di riserve d’acqua facilmente sfruttabili, a ridosso dei gruppi montuosi ad esempio, e dove sistemi di foggare e perforazioni riescono, con una manutenzione non eccessivamente onerosa, a fornire acqua in quantità, non tanto elevate quanto costanti, lì può innestarsi il microcosmo dell’oasi, castello fortificato ed autosufficiente che, paradosso dei paradossi, concentrando in una piccolissima superficie lo sfruttamento delle risorse idriche, favorisce la ulteriore desertificazione dello spazio circostante.
In ogni altro luogo è il deserto che vince, ed
ogni tentativo in grande stile di forzargli la mano pone problemi più grandi di
quelli che riesce a risolvere.
Basti pensare all’oasi di Cufra, in Libia, dove
un gigantesco programma realizzato per l’irrigazione di 50.000 ettari ha
provocato in un anno l’abbassamento di dieci metri del bacino fossile
utilizzato, abbassamento che era previsto dovesse verificarsi non prima di
quindici anni dall’inizio delle estrazioni.
Che cosa ne sarebbe di Cufra se la
sua crescita continuasse e le acque disponibili ad un certo punto terminassero ?
Coloro che, con una buona dose di razzismo, esaltano il miracolo israeliano della sottomissione alle coltivazioni del deserto in contrapposizione alla presunta incapacità araba di fare altrettanto, non fanno che erigere un monumento alla propria ignoranza, che impedisce loro di considerare come i problemi di un fazzoletto di deserto a ridosso del mare siano immensamente più piccoli di quelli presenti in milioni di chilometri quadrati di sabbie roventi distanti migliaia di chilometri dalla costa, dove la sola sopravvivenza delle specie, non importa in quali condizioni, ha del miracoloso e dell’incredibile.
Vivere senz’acqua.
Come può avvenire questo miracolo ?
Come è possibile che degli esseri viventi
riescano a conservare la loro specie in territori dove per secoli non si vede
una sola goccia d’acqua ?
Come è possibile che l’uomo riesca, con la più
assoluta assenza di tecnologia, a sopravvivere per millenni spostandosi in un
territorio in cui il rapporto tra superficie e punti d’acqua è un numero
privo di significato ?
E’ la semplice legge dell’adattamento e della selezione, che permette la
sopravvivenza delle sole specie che riescono a modificare se stesse, ed impone
la scomparsa di quelle che non riescono a vantaggio delle prime.
Se la montagna non va a Maometto è Maometto che
va alla montagna.
Se di acqua non se ne vede l’ombra, l’unico sistema per sopravvivere è
quello di farne a meno o di averne il minor bisogno possibile.
A cosa serve l’acqua agli esseri viventi ?
Alla vita, perbacco, dal momento che essi sono composti in gran percentuale
proprio da acqua.
Il bilancio idrico di un organismo non può subire alterazioni
permanenti, e qualsiasi deficienza momentanea deve essere compensata in un lasso
di tempo assai breve.
La temperatura corporea è data per ogni specie, e non può variare che entro limiti molto ristretti pena la morte delle cellule cerebrali, che sono le prime a cedere sotto un suo cambiamento consistente. Ora, se la temperatura ambientale cresce, con cessione di calore dall’ambiente al corpo, questo deve difendersi innescando immediatamente un processo contrario di cessione di calore all’ambiente circostante mediante un suo raffreddamento. Questo raffreddamento viene conseguito con la trasformazione di parte dell’acqua organica in vapor acqueo, la volgare sudorazione, processo termico che, come è noto, provoca l’abbassamento della temperatura del corpo cedente.
L’abbassamento percentuale dell’acqua
presente nel corpo però, ha come contropartita immediata l’aumento di
viscosità del sangue e quindi l’alterazione del suo regime di scorrimento che
non è più adeguato al funzionamento di tutte le cellule, e l’abbassamento
del tasso salino che provoca disturbi più o meno gravi al metabolismo.
Per l’uomo
una perdita d’acqua percentuale del due per cento del suo peso corporeo vuol
dire sete insopprimibile, del cinque per cento disturbi seri, del dieci morte e,
al solito, le cellule cerebrali sono quelle che subiscono per prime danni
irreversibili.
Di qui la necessità di reintegrare immediatamente quanto speso
per il raffreddamento, notando la curiosità che, a fronte di un eventuale
enorme dispendio idrico, non è possibile un immediato e pari reintegro in
quanto il corpo, almeno quello umano, non è in grado di assorbire più di una
certa quantità d’acqua nell’unità di tempo: circa un litro per ora.
Il che
sta a significare che si potrebbe, almeno in teoria, morire di disidratazione
anche con la cannella dell’acqua accanto, qualora la perdita oraria d’acqua
per evaporazione superasse la capacità oraria del corpo di assorbire la
medesima.
Se di acqua disponibile per il reintegro non ce n’è,
bisogna fare in modo di averne il minor bisogno possibile intervenendo sul
processo termico di scambio del calore, e se non è possibile modificare
significativamente la temperatura ambientale, bisogna modificare quella del
proprio corpo.
E’ quanto fa l’Addax, specie di gazzella delle sabbie, che
riesce ad innalzare la temperatura corporea fin oltre i 45°, quasi azzerando lo
scambio termodinamico e la conseguente necessità d’acqua. Non solo, ma per
evitare il danneggiamento delle cellule cerebrali dovuto a questo innalzamento
di temperatura, si è dotata di un complicato sistema di vene nelle fosse
nasali, esposto in continuazione al soffio della respirazione, che come un vero
e proprio radiatore d’automobile con tanto di ventola, abbassa la temperatura
del sangue diretto al cervello a livelli non pericolosi.
Nessuno sa quanto tempo sia capace di stare l’Addax senza bere fisicamente. Mesi e mesi sicuramente, forse indefinitamente, pensando che una certa quantità d’acqua deve pur assumerla dalla poca erba di cui si ciba e che va a cercare a distanze astrali.
E l’uomo ?
L’uomo non dispone di simili capacità di modificazioni genetiche, e come
animale intelligente supplisce a queste deficienze con le capacità di ragionare
e di utilizzare strumenti.
L’uomo scava pozzi, conserva l’acqua piovana,
alleva animali che gli danno latte, si sposta intelligentemente alla ricerca non
del sorso d’acqua quotidiano ma di un territorio complessivamente abile al
mantenimento della vita sua e dei suoi animali.
L’uomo tecnologico infine si
ferma e aggredisce dove è possibile il territorio, strappandogli ciò di cui ha
bisogno anche se, come visto, non sempre ne esce vincitore e una coltre di
sabbia può tornare a coprire quanto duramente conquistato.
continua nella prossima tappa...