IL DESERTO DEI DESERTI
2a PARTE
IL MITO
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VIAGGIARE NEL NULLA

La grande estensione desertica del Sahara non è mai stata d’impedimento ai traffici commerciali, che con alterne fortune a seconda delle epoche son continuati sino ai nostri giorni e continuano tuttora.
La necessità di attraversare questo immenso e sgradevole deserto era data dalla difficoltà di effettuare i traffici via mare lungo la costa atlantica del Nord Africa. Le vele quadre delle imbarcazioni, affatto adatte a rimontare il vento, permettevano di scendere dal Nord al Sud ma non di effettuare il percorso inverso, per la forte pressione che gli Alisei esercitavano a partire dalle latitudini delle Canarie.

Il sistema di comunicazioni sahariane è molto semplice e si basa su un sistema di porti, avamposti, punti intermedi e città di riferimento collegati da un sistema di piste variamente orientate e frequentate, a seconda dell’importanza storica di determinate merci piuttosto che di altre.

A partire dalla costa mediterranea, dove le grandi capitali del Maghreb provvedevano coi loro porti allo smistamento delle merci da e per l’Europa, troviamo immediatamente più a sud la fascia delle grandi oasi, dove avevano sede gli “uffici” dei più importanti trafficanti che controllavano l’intero commercio sahariano: Ghadames, El Golea, Ghardaia, Sigilmassa, tutte a ridosso del 30° parallelo.
Ancora più a sud, altre oasi più povere funzionavano da crocevia e punto di ristoro per le carovane: sono Ghat, Djanet, Abalessa, Reggane, intorno al 26° parallelo.
E giungiamo così alla latitudine della grande ansa del fiume Niger, dove erano in funzione le più grandi stazioni di testa di tutta l’Africa: Aoudagost, Timbuctù, Gao, Agadés, sul 16° parallelo. 
Da queste città, alcune delle quali come Timbuctù e la vicina Diennè furono per secoli fari di civiltà e forzieri d’immense ricchezze, partivano con destinazione le città imperiali del Marocco, grandi carovane che trasportavano oro, avorio, ebano, schiavi, che altre carovane avevano portato sin lì dall’Africa nera e che venivano scambiati coi prodotti lavorati dell’avanzata industria europea.

La pista occidentale Timbuctù-Sigilmassa-Fés, via miniere di sale di Taoudennì e Teghasa, fu una delle più battute ad ovest insieme a quella mauritana per Tidjikia e Tindouf.
Altra grande direttrice Nord-Sud fu la pista del Tanezrouft, che da Gao e Timbuctù arrivava fino a Reggane attraverso “il paese della sete”, uno dei percorsi più poveri d’acqua di tutto il Sahara, e di lì risaliva a Nord sempre verso Sigilmassa o a Nord-Est verso i grandi porti del Maghreb algerino.
Sulle direttrici Nord-Est/Sud-Ovest, erano invece attive da e per Timbuctù la pista di Bilma, la più meridionale per il traffico del sale, quella di Murzuk, la mediana con percorsi di montagna, quella di Ghadames, la settentrionale in auge soprattutto all’epoca degli splendori di Cartagine.

Questo reticolato abbastanza largo di piste è oggi ancora esistente nelle sue direttrici principali, ma non segue più fedelmente i tracciati originari, sia per la scomparsa di alcune città chiave, come Tademekka e Sigilmassa, sia perché non vi è più la necessità di piegare i percorsi alla localizzazione dei pozzi d’acqua, non più indispensabili da quando il camion ha sostituito il cammello. Alcune piste, come la Timbuctù-Sigilmassa via Taoudennì e Teghasa oggi non esistono più. 
Altre come quella del Tanezrouft, oggi Bidon Cinq, non hanno più il tracciato topografico originario. 
Altre ancora infine, come la pista di Bilma, seguono fedelmente le tracce di sempre ma solo fino a Gao, dal momento che oggi Timbuctù non è nemmeno più l’ombra della grande città di un tempo.

E le carovane ?
Come si formavano ? Come viaggiavano ?
Partiamo dal suo elemento base, il cammello da carico.

Questa bestia è in grado di portare un carico di circa 100-120 chili e consuma in media 3-4 chili di foraggio al giorno, dal che si deduce che la sua autonomia pura è di, al massimo, quaranta giorni. Ma il cammello deve pur trasportare delle merci, per cui, supponendo di caricarlo con una sessantina di chili fra mercanzie, cibo ed acqua per gli uomini, la sua autonomia si riduce drasticamente alla metà. 
Non più di venti giorni. 
Per quanto riguarda l’acqua, il nostro cammello beve almeno una volta a settimana e, dato che l’acqua va tirata su dai pozzi profondi anche decine di metri con ghirba e fune a forza di braccia, bisogna prevedere una sosta di almeno un giorno per abbeverare una modesta carovana di 50-100 cammelli. Ora, camminando per una dozzina di ore al giorno alla media di 3-4 chilometri all’ora, il cammello coprirà una quarantina di chilometri che, moltiplicati per i suoi venti giorni di autonomia, fanno un totale di ottocento chilometri in poco meno di un mese. 
Un mese, considerando soste per imprevisti diversi e a patto di trovare ad intervalli di 6-7 giorni acqua in abbondanza. 
La carovana di cento cammelli cui appartiene il nostro amico è così in grado di spostarsi in un mese e mezzo con un carico di quattro, cinque tonnellate di mercanzie da Gao a Reggane, dove con molta probabilità verrà sciolta. Le merci saranno separate e caricate su altre carovane di fresca formazione dirette a Sigilmassa e ad Ouargla, dove saranno acquistate dai grossisti locali ed immagazzinate in attesa che gli importatori sbarcati a Tangeri o ad Algeri vengano a fare i loro acquisti.

Come si era formata a Gao la carovana del nostro cammello ? Probabilmente con un sistema di partecipazioni pubbliche, con il quale chiunque poteva investire qualunque cifra in una carovana ancora da formare e con le merci ancora da scegliere e da acquistare.

Lasciamo il cammello e seguiamo il nostro amico Alì, che decide di far fruttare una sommetta messa da parte in tre anni di duro lavoro sulla sua piroga da trasporto che fa la spola con Timbuctù. Dopo lunghe contrattazioni, cede la sua somma al contabile della carovana per un interesse giudicato remunerativo, prende la sua ricevuta e se ne va via. Se ne riparlerà tra due o tre mesi quando gli organizzatori torneranno con un’altra carovana, seguendo il percorso inverso e lui potrà ricevere, puntualmente, le sue spettanze: il capitale e gli interessi.
Sempre che tutto sia filato per il verso giusto, perché di difficoltà la carovana ne potrebbe incontrare parecchie e non è detto che possa risolverle tutte. 
Può darsi che le guide abbiano concordato con i capi dei Kel che controllano il territorio da attraversare dei pedaggi insoddisfacenti, e che questi debbano essere ricontrattati a metà strada, con grande perdita di tempo e aumento delle spese generali. 
Oppure può anche darsi che alla stazione intermedia di Reggane se ne vada un mese in più del previsto per la redistribuzione delle merci a causa di un cambiamento nelle richieste degli importatori. 
O anche che a Ghardaia i grossisti abbiano ridotto le loro offerte e ci si debba accontentare di meno di quanto ipotizzato alla partenza. 
Ecco allora che le cose potrebbero mettersi assai male per il nostro Alì, che potrebbe rischiare non solo gli interessi, ma anche il capitale.
Per sua fortuna però le cose seguono sempre il loro verso, per l’interesse che tutti hanno a che Alì e tanti altri come lui investano ad ogni partenza i loro risparmi, rendendo possibile la formazione di carovane sempre più grandi che producono sempre maggiori profitti, per gran parte capitalizzati dai grossisti, ma per il resto ridistribuiti a tutti gli anelli della catena.

PARTO PER TIMBUCTU’...

Il Sahara è dunque stato sempre aperto, sia ai traffici commerciali, sia alle spedizioni di conquista e di esplorazione, ma non è mai stato tenero ne con gli uni con le altre, e le sue sabbie coprono i corpi di tanti coraggiosi che in ogni epoca hanno tentato di violarlo.

I Romani riuscirono quasi sicuramente, grazie all’introduzione del dromedario, a spingersi fino ad Abalessa per imporre la loro “pax”, nessuno sa bene a quali costi. E prima di loro i Persiani di Cambise furono inghiottiti dal deserto a migliaia in una spedizione partita e mai ritornata.

Dopo i Romani arrivò l’Islam, inarrestabile vento divino, che tracciò tutta la rete di piste utilizzate per le conquiste e per i commerci, mentre le città di testa di questa rete raggiungevano il massimo splendore e le massime ricchezze.

Cessa il vento divino ed il buio di un nuovo “medioevo” piomba sul Sahara, con la decadenza dei grandi centri e l’abbandono dei traffici di mercanzie pregiate e delle piste, di cui solo una piccola parte continuava ad essere utilizzata per il trasporto del sale.

Con il diciannovesimo secolo, i più illuminati esploratori iniziano a battere di nuovo queste piste, desiderosi di conoscere i meravigliosi centri di civiltà che loro ancora ignorano essere ormai completamente in decadenza, con la popolazione ridotta ai minimi termini.

Clapperton, Laing, Richardson, Vogel, muoiono tutti nel tentativo di raggiungere queste mitiche città dai tetti d’oro. 
Il primo che riesce a farcela è il francese René Cailliéé che si trasferisce per anni nel Senegal dove impara l’arabo, scurisce la pelle, assume i modi e le abitudini degli arabi. 
Parte finalmente per Timbuctù e riesce a raggiungerla nel 1827, scoprendo l’amara verità di un mito ridotto ad un povero ammasso di case di fango. 
Torna in Europa a piedi, coi tempi e le difficoltà che si possono immaginare, e nessuno vuole credergli. La cultura europea, comodamente seduta in salotto con le gambe accavallate, non vuole abbandonare la visione di terre lontane, sedi di immense ricchezze pronte per essere “prelevate” per le giuste necessità delle genti “civili”.

Muore un secolo e ne comincia un altro, ed un colonialismo violento e senza scrupoli si appropria del Sahara con l’illusione di ricavarne ricchezze che possano foraggiare guerre in casa e nuovi programmi di espansione.

Francesi ed Italiani occupano il deserto e danno prove di brutalità che ancor oggi non si riescono a dimenticare. 
I rampolli delle benestanti famiglie francesi possono farsi sostituire nel servizio militare, grazie ad un’apposita legge, dagli algerini che vanno così a morire lontano da casa per gente e motivi che non sono i loro. 
Ed i libici servono nelle case dei federali fascisti, trattati con magnanima benevolenza da padroni illuminati intenti ad aprire strade per il passaggio di carri e truppe. Salvo che qualcuno non osi protestare, perché allora fioccano le repressioni e le fucilazioni indiscriminate.

La battaglia di Algeri è storia di ieri, la cacciata degli italiani dalla Libia di un’ora fa. 
Qualunque sia il giudizio politico che si possa dare su questi avvenimenti è indubbio che essi hanno restituito il Grande Vuoto ai legittimi proprietari, i quali non sono più disposti non solo a nessun tipo di servilismo verso i ricchi padroni di una volta, ma neanche ad alcuna forma di concessione verso genti dimostratesi così rapaci e violente. 
Ma la storia corre più veloce dei ricordi, ed un probabile, nuovo ordine planetario, impone di rivedere anche questi atteggiamenti e di ricontrattare da zero, e questa volta alla pari, i costi di una ridistribuzione delle ricchezze e di un riequilibrio dei consumi indispensabili a quella “pax” che non può più imporsi con le armi.

TIN HINAN E I SUOI KEL

Al Sahara si è soliti associare, come nomi delle genti che vi abitano, quelli di Beduini e di Touaregh. 
Si tratta però di luoghi comuni, in quanto i Beduini erano i nomadi della penisola arabica preislamica ed ancora oggi così sono chiamati, mentre i Touaregh erano e sono i nomadi del Sahara centrale, ma non di tutto il Sahara.

In realtà questo deserto, con una densità di popolazione di 0,18 (!!) abitanti per chilometro quadrato, pur presentando un coacervo di genti assai complesso, frutto della stratificazione razziale dovuta a continue sovrapposizioni di popolazioni, permette di distinguere tre ceppi nomadi principali.

Tin Hinan, la mitica regina dei Touaregh le cui spoglie sarebbero state rinvenute nel 1930 ad Abalessa, avrebbe dato origine a questi fieri nomadi, padroni incontrastati delle sabbie. 
Divisi ancor oggi in Kel, prendono il nome dalle regioni che da sempre sono il loro punto di riferimento: Kel Songhai, Kel Iforas, Kel Air, Kel Hoggar, Kel Ajjer, e così via. 
Ogni Kel ha i suoi Amrar, e tutti insieme hanno un Amenokal, la cui dimora simbolica è un fazzoletto di deserto di pochi metri quadri senza recinzioni, costruzioni o segni distintivi, che solo un targui sa localizzare. 
Date così queste notizie potrebbero dare l’impressione di aver a che fare con un gruppo etnico compatto e gerarchizzato. 
Niente di più sbagliato. Si può semmai parlare di una federazione informale di genti che, pur riconoscendosi una comune origine ed il rispetto di leggi non scritte, rivendicano individualità e differenze alle volte profonde. 
Perseguitati dai governi dei paesi sub sahariani, nei quali il potere è oggi detenuto dai neri, loro ex schiavi, che intendono imporre tasse, confini e sedentarizzazione, i Touaregh trovano attualmente accoglienza in Algeria, paese che spesso sono costretti a raggiungere in fuga con marce disumane di due o tre mesi.

Ma i Touaregh, come detto, non rappresentano tutta la realtà nomade del Sahara. 
Ad Ovest troviamo i Mauri, padroni incontrastati della Trik Lemntuni, la pista degli uomini velati, che collegava le oasi del sud mauritano con le città imperiali del Marocco. Anche loro sono ripartiti in clan a seconda delle direttrici di spostamento; gli Ouled Delim del Rio de Oro, i Reguibat della zona di Tindouf, i Berabich a nord-ovest di Timbuctù, per un totale di circa 400.000 anime. 
I Mauri sono divisi nella classe dirigente, formata da guerrieri e marabutti, nella classe dei tributari che mantiene le altre due e, caso unico in tutto il Sahara, nella classe degli schiavi che sopravvive fiorente nonostante la sua ufficiale abolizione nel 1960.

All’estremo Est del Sahara troviamo invece i Tubu, che occupano il massiccio del Tibesti, e che costituiscono il gruppo nomade più misterioso. A causa della difficile accessibilità di questo gruppo montuoso e della scarsa consistenza numerica, circa 10.000 persone, le notizie su di loro sono poche e probabilmente inesatte. 
Di pelle scura, si dice che siano in grado di coprire distanze enormi virtualmente privi di cibo ed acqua e che siano pronti a ricorrere al coltello, che portano legato al braccio nella larga manica della veste, con estrema facilità. 
In realtà, se si pensa alle condizioni disumane in cui questa gente sopravvive da sempre, in perenne squilibrio alimentare e in condizioni climatiche da inferno dantesco, non ci si deve stupire delle leggende fiorite sulla loro resistenza fisica, sul loro carattere sprezzante di ogni regola e convenzione, sulla loro renitenza a qualsiasi forma di sentimento in favore di un positivismo radicale. 
Si dice che un Teda sia in grado di attraversare il Ténéré con appresso solo un sacchettino di datteri, consumandone uno ogni tre giorni. Il primo giorno mangia la buccia, il secondo la polpa, il terzo il nocciolo. 
Si dice che viva separato dalla sua donna alla perenne ricerca di espedienti per sbarcare il lunario, che il furto e l’omicidio non abbiano per lui implicazioni morali come noi le intendiamo. 
Resta il fatto che il mondo sa assai poco su questo sparuto drappello di nomadi, che nonostante le decimazioni delle carestie, della guerriglia, della guerra e la persecuzione dei governi centrali con tasse e sedentarizzazione forzata, restano tenacemente attaccati alla loro terra di cui sono sicuramente gli unici individui al mondo in grado di garantire, con la loro resistenza ed il loro coraggio, la popolazione.

IL FORZIERE DI ALLAH

Come per compensare ciò che non vuole offrire in superficie, il Sahara nasconde in profondità notevoli ricchezze, le più note delle quali sono una riserva di 5 miliardi di barili di petrolio ed un imprecisato volume di gas naturale.

Le riserve di carburante nascoste sotto le sabbie della fascia desertica mediterranea e mediorientale non sono uniformemente distribuite e favoriscono, con le loro concentrazioni, le economie di alcuni paesi a discapito di quelle degli altri. Purtroppo stanti le caratteristiche attuali della nostra civiltà, tutta basata sull’utilizzo massiccio di energia prodotta con macchine endotermiche, la situazione è difficilmente mutabile ed il petrolio continuerà ad essere, ancora per molti anni, l’ago della bilancia nella distribuzione delle ricchezze.

Ma il Sahara nasconde tesori ben più importanti. 
Basti pensare agli enormi bacini fossili di acqua, celati a profondità attualmente proibitive per un loro sfruttamento economicamente conveniente. Se con l’estrazione di una minima parte di quest’acqua si riuscisse, per ipotesi, a rendere abitabile una quota di superficie tale da portare la densità di popolazione anche solamente alla media di un abitante per chilometro quadrato, ben sei milioni e mezzo di persone potrebbero insediarsi in zone fertili ancorchè con clima severo.

Di progetti faraonici e folli per realizzare questo sogno ne sono stati fatti in quantità. 
Si è ipotizzato di neutralizzare il maggior nemico degli insediamenti umani, la sabbia, immobilizzando le dune con enormi colate di sottoprodotti del petrolio (!). Oppure di trasportare con enormi acquedotti le acque del lago Ciad al nord (!!), come se questo lago anzichè esaurirsi tendesse ad espandersi.

In realtà, allo stato attuale delle cose, la ricchezza “acqua” non è economicamente impiegabile a scala sahariana, e si deve ripiegare sull’utilizzo di altre risorse, più facilmente raggiungibili ed immediatamente impiegabili.
E’ il caso dei fosfati che, con la copertura ideologica dell’irredentismo, sono da decenni causa vera della guerriglia che oppone il fronte Polisario per la liberazione degli ex possedimenti spagnoli al governo del Marocco che invece vuole tenerseli stretti.
O dell’uranio presente nella fascia di Aozou, che ha scatenato una guerra tra Libia e Ciad (e Francia) di cui han fatto le spese i nomadi Tubu, che si son viste incendiate le oasi e bombardati i pozzi che potevano servire da appoggio alle truppe armate.
E ancora ferro, rame, manganese, antimonio, tungsteno, cobalto, in un’insalata di materie prime che non è possibile stimare e di cui probabilmente è stata scoperta sino ad ora solo una minima parte.
Il mondo ha bisogno di quest’insalata, in quanto ha basato e continua a basare i suoi modelli di sviluppo sull’utilizzo di materie prime che non possiede e che sino a ieri si è procurate con la violenza o con la truffa. 
Finita anche quest’epoca e giunto il momento di pagare con moneta sonante ciò di cui ora non può fare a meno, dovrà prendere atto del fatto di non poter utilizzare, come assegni, solo beni di consumo indotto ed armi di seconda scelta, ma anche istruzione e tecnologie che dovranno inevitabilmente cancellare, col tempo, la parola “terzo mondo” dal vocabolario dei commentatori di cose africane.

Ma intanto, nell’attesa di questo nuovo ordine che non ha, evidentemente, tempi a scala umana, si consuma il dramma delle genti che hanno sempre vissuto sopra queste ricchezze senza mai sospettarne l’esistenza.
Gli uomini blu osservano sconcertati l’apparire di pompe e trivelle, lo snodarsi di lunghissimi oleodotti che si perdono all’orizzonte, il passaggio frenetico di enormi camions carichi di bussolotti prefabbricati da usare al posto della tenda. 
La loro economia di scambio non esiste più, e la ragione della loro esistenza neanche.
Si tenta di far capire loro la necessità di una casa in mattoni, di un quaderno e di una penna, di una carta d’identità. 
Ma i Touaregh assentono per cortesia, senza in realtà aver compreso perché ciò di cui hanno fatto a meno per secoli dovrebbe in un momento esser diventato indispensabile.
Si cerca, con la televisione, di stimolare il loro desiderio per il diverso, per il “moderno”. 
Ma solo i giovani, e non tutti, si lasciano convincere abbandonando la sella del mehari per il sedile del camion.
Tornando a “casa” questi giovani raccontano, attorno al fuoco, di banche, di cinematografi, di negozi, di tante automobili e di tante persone vestite come loro, con i jeans ed una maglietta disegnata. 
I vecchi continuano a travasare il tè da un bricco all’altro in silenzio, e pensano alle tante domande che vorrebbero fare e che non osano per l’orgoglio di non apparire ignoranti. 
Vorrebbero chiedere a cosa serve consegnare grandi somme di denaro a questa “banca” quando i quattrini stanno tanto bene nel portamonete appeso al collo; in che cosa consiste il piacere di osservare un “film” quando i racconti della sera occupano meravigliosamente il tempo libero; come possano essere pratici indumenti così stretti e che coprono così poco dal sole e dalla polvere.
Tuttavia tacciono, assentono con monosillabi e con grandi cenni del capo, e senza intervenire ascoltano, con rispetto, la loro condanna a morte.

I NUOVI BARBARI

E’ l’ultimo assalto che il grande vecchio sta subendo, forse il più pericoloso, perché sferrato da un esercito che ha riserve inesauribili di soldati. 
Le continue migliorie del tenore di vita nei paesi industrializzati, il maggior tempo a disposizione dovuto alla costante riduzione degli orari di lavoro e la maggiore disponibilità conseguenza di obblighi familiari sempre meno pesanti, hanno gettato in trincea legioni di individui altamente aggressivi, che intendono appropriarsi di esperienze e conoscenze sino a ieri prerogativa di una ristretta minoranza di fortunati.

Questi presupposti hanno messo in moto, in poco tempo, un complesso ed esteso meccanismo d’intermediazione, che si preoccupa esclusivamente di soddisfare quantitativamente richieste le quali, non avendo modelli di riferimento, si sviluppano in modo selvaggio senza alcun indirizzo qualitativo che non sia, eventualmente, quello del numero di stelle degli alberghi e/o la stravaganza delle mete, inducendo gli intermediari ad un lavoro di compressione dello spazio nel tempo che ha come risultati il progressivo scadimento dei già miseri aspetti conoscitivi e la metastasi per inquinamento di luoghi che ben presto non saranno più appetiti da nessuno.

E’ imbarazzante tranciare un giudizio di condanna, tout court, sul turismo di massa in quanto fenomeno, come se l’utilizzo del tempo libero ai fini della conoscenza, seppur superficiale, dovesse rimaner prerogativa esclusiva ed intangibile dei fortunati di ieri. Nessuno può però negare che la massificazione di un fenomeno ha come indotto il parallelo scadimento qualitativo. 
E così, mentre si parla di chiudere le città d’arte e regolamentarne l’ingresso come nei musei, di impiantare il numero chiuso nelle più belle spiagge di casa propria, di abbattere (!!) un certo numero di rifugi alpini per dimezzare il traffico sulle sacre montagne del proprio paese, contemporaneamente si scaricano, senza interruzione, orde di turisti scalmanati nei paesi più inermi e meno in grado di difendersi perché privi di “benessere” ed ansiosi di accodarsi agli standards di vita dei paesi industrializzati a qualsiasi prezzo.
Alla ricerca incessante, secondo la corrente logica di mercato, del superamento della concorrenza, si inventano migliaia di viaggi con le mete più strampalate, nei tempi più ridotti possibile e a prezzi sempre più stracciati.

Stacanovisti dell’avventura riescono a “farsi” nelle vacanze estive Yemen e Filippine, Alaska e Namibia, scegliendo mete, prezzi e vettori in cataloghi alti come enciclopedie editi da mega-agenzie con sedi a due piani e collegamento telematico via satellite con ogni angolo del globo.

Pecunia non olet, nessuno la rifiuta.
E così si legittima la metamorfosi di una naturale sete di conoscenza in un vandalismo materiale e spirituale che sporca e infetta paesi e genti che avrebbero avuto la possibilità, solo gliene fossero stati dati i mezzi, di svilupparsi secondo un modello autonomo e dignitoso anziché divenire ricettacolo servile di un nuovo colonialismo, che alle soglie del duemila acquista pronta cassa territori, usi e costumi da adibire ad arena per il divertimento di una minoranza affetta da stress industriale.

Già oggi por rimedio ai guasti provocati dal turismo di massa è, in alcuni casi, impresa impossibile. 
Basti pensare ai campi base dell’Everest e del K2, in Himalaya, ove i mucchi di rifiuti, alti ormai alcuni metri, lasciati da centinaia di spedizioni alpinistiche, non saranno più rimossi da nessuno. 
O allo stravolgimento degli ecosistemi di paesi fragili come il Nepal, il Marocco, l’Egitto, che non hanno retto all’urto del consumismo portato dal turismo d’assalto.
Chi ripulirà dalla sporcizia ?
Chi restituirà a popolazioni imbastardite le sue connotazioni originarie ?
La risposta semplice : nessuno.

Tuttavia, nonostante l’evidenza del problema, lungi dal cercare modelli di sviluppo turistico alternativi che fungano da vasi comunicanti tra culture ed economie diverse, ed imprigionati dalla logica del profitto, si continua nell’opera di massificazione all’insegna del “tutti dappertutto”. 
Privi di una spinta interna che non sia quella dell’”esserci stati”, asserragliati in ranghi compatti ed impermeabili ad ogni agente esterno, col cronometro alla mano, i nuovi barbari consumano le loro quote di avventura una dopo l’altra sino al giorno in cui, stanchi del giocattolo, lo getteranno via.

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