C'ERA UNA VOLTA L'ASSEKREM...
ABBANDONATI DA DIO

L’Assekrem è sicuramente il posto più frequentato del Sahara. 
A ridosso di un’oasi importante (o è l’oasi ad essere importante perchè a ridosso dell’Assekrem ?), è meta ininterrotta di turismo charter, che con la massima serietà propone “fine settimana” di tre giorni nel Sahara: Venerdì Roma-Tam, Sabato Assekrem, Domenica Tam-Roma. 

Sia quel che sia, il parco nazionale dell’Hoggar è stato istituito, come il suo gemello del Tassili, non tanto per una volontà di conservazione (...di chi ?) di questi luoghi, quanto per la riscossione delle tasse di soggiorno che sono a carico di tutti gli stranieri che lo attraversano. 
In tal modo si è posto rimedio ad un turismo che dilagava nel Sahara senza lasciare ai sahariani neanche un centesimo. 
Ora il turista è obbligato comunque a far beneficiare anche gli algerini di una percentuale, seppur minima, dei guadagni procurati alle agenzie di casa che confezionano i pacchetti natalizi d’avventura. 
Inoltre, anche se in un'ottica assistenzialista, si sono creati diversi posti di lavoro a favore dei soggetti che si incaricano di gestire le tasse di attraversamento dei parchi.
Anche la “tassa” di 1000 dinari imposta alla frontiera come cambio valuta non convertibile, va intesa in questo senso. 
Non è giusto che legioni di persone letteralmente usurino piste e strade di questo Paese senza sborsare una lira, perchè partendo da casa con al seguito tutto, carta igienica inclusa, strada facendo non spendono nulla. 
Ma questi signori qualcosa lasciano. Non denari ma immondizie, tante immondizie di ogni genere. 
Barattoli di birra, fiaschi di vino, cartacce, mutande sporche, scarpe sfondate alimentano i cumuli di rifiuti che sull’Assekrem, e non solo lì, impediscono di ottenere una foto senza inquadrare lordure. 
Così, col colpo di grazia che i gestori che si alternano alla conduzione dell’ex rifugetto del C.A.F. infliggono a questo disgraziato luogo, scaricandovi altri barattoli ed altre scatolette, ci sono buone probabilità che uno di questi cumuli un giorno riesca a superare il Tahat in altezza. 
Ma di turisti in questo mese non ce ne sono a Tam. Come non ce ne erano al campeggio di Ghardaia e a quello di El Meniaa. 
La modo del viaggio “nel deserto” sta un po’ scemando per la verità. 
E perchè il deserto non è più considerato una meta poi tanto esotica, e perchè l’Algeria si presta male con la sua aleatorietà ad essere oggetto di programmi a precisione svizzera da vendere in Europa a turisti dalle esigenze svizzere. 
Restano gli straccioni delle sabbie, quelli come me, che pur non essendo indigenti viaggiano come pezzenti per abito mentale alla ricerca di una improbabile liberazione dal soffocante asservimento al progresso elettronico. 
Ma questi non fanno statistica. Tutt'al più fanno la fame.

Mi fermo per un bel giorno intero al vecchio “Dassine”, storico campeggio e punto di ritrovo da sempre di ogni sahariano che si rispetti. Devo rimettere in sesto alcune cosucce, fare un po’ di bucato, effettuare alcuni controlli su Tin Hinan. 
Alcuni minuscoli cuccioli di “bastardino del deserto” - una razza veramente rara dato che di cani domestici nel Sahara ne girano assai pochi - mi sciamano attorno mentre sfaccendo, ficcando i loro musini ovunque. Tra i miei vestiti sporchi, sotto la coperta di lana di capra - gli piace l’odore ! -, dentro una scarpa. Mamma bastardina osserva tranquilla da vicino; è magra da far paura, ma qui è la norma per tutti, anche per i cristiani, anzi per i mussulmani.
Parto il giorno seguente, tardi perchè tanto non ho fretta. Non devo rendere conto a nessuno dei miei spostamenti. A casa sanno che starò via almeno sei settimane, e non cominceranno a preoccuparsi prima dei due mesi di silenzio. Mia moglie, che conosce il Sahara almeno quanto me, sa che il tempo da queste parti non ha valore o ne ha molto poco.

La storia dell’Hoggar è a scala geologica, e legata ad essa è quella infinitamente più breve del Père de Foucauld.
Charles Eugène de Foucauld fu soldato francese in Algeria nel 1858. Dall’esercito comunque si dimise appena possibile, per poter viaggiare e seguire la sua vocazione religiosa che lo portò a diventare un Trappista e a trasferirsi in Palestina. Nel 1901 fu nominato sacerdote e tornò in Algeria per raggiungere Tam, con le difficoltà che si possono immaginare, cinque anni dopo. Grazie alle sue conoscenze mediche, anche se superficiali, fu presto considerato un marabutto, un sant’uomo, dai touaregh che lo rispettavano. Morì nel 1916 durante una rivolta antifrancese.
Per mano dei touaregh ? Per mano di sicari francesi ?
Nessuno può saperlo perchè la sua figura fu ambigua, collocata ora come punta di diamante della penetrazione francese nel grande Sud, ora come unica difesa di un popolo destinato all’estinzione totale. Nessuno può dire se dalla battaglia di Tit del 1902, nella quale furono sbaragliati i touaregh Kel Hoggar, la loro sottomissione avvenne grazie anche ai servigi di De Foucauld o nonostante la sua difesa di questo popolo.

La guida che mi siede vicino, sul muretto della sorgente Chapuis, ha appena finito di raccontare questa storia, in un buon francese, ai suoi sei clienti; mentre lo chaffeur discute in arabo col gestore del ristorantino, tutto euforico per questa occasione, insperata alla fine di Novembre.
Forse non è poi vero che i turisti non lascino nulla oltre le immondizie. 
Queste, che mi sembrano ottime persone, educate ed interessate, in fin dei conti stanno dando lavoro in questo momento a cinque o sei famiglie, anche se la parte del leone in tutta la faccenda la faranno altri soggetti, comodamente seduti dietro scrivanie dirigenziali di agenzie turistiche.
Finisco la mia borraccia di acqua leggermente gasata, e salutando accenno ad andarmene. 
Ma vengo placcato dal gestore che non si rassegna all’idea che io non rimanga assieme alla compagnia a gustare il couscous all’agnello che lui ha preparato, mi assicura, in modo eccellente.
Non potrei pensare ad un modo migliore per offendere tutti che rifiutare, e quindi mi presento definitivamente entrando nella conversazione che si è spostata attorno al tavolaccio per il pranzo, apparecchiato con stoviglie cinesi, posate di stagno e bicchieri opachi. E’ ancora la guida che parla.
“Touaregh significa abbandonati da Dio, infedeli, e così furono chiamati dagli arabi per la loro tenace resistenza alla penetrazione dell’Islam. Ma i touaregh si sentono Imohagh, uomini liberi, e come tali vogliono essere chiamati. Nel sud dell’Algeria i touaregh Kel Hoggar osservano all’interno del loro gruppo una divisione sociale gerarchica molto rigida al cui vertice c’è l’Amenokal, il capo dei capi, che astà o debolezza. All’Amenokal viene riconosciuta una dimora simbolica, anche un solo fazzoletto di terra, senza alcun segno esteriore di distinzione. Gli Imohagh sono i nobili e gli Imrad i loro vassalli in virtù di un patto di scambio tra lavoro e difesa con le armi. Ultimi sono gli Inaden, gli Harratini e gli Iklan, rispettivamente artigiani, braccianti e schiavi. Le donne touaregh, sempre bellissime, girano a volto scoperto e detengono una larga fetta di potere. Sanno leggere, scrivere, far di conto. Amministrano i beni, educano i figli...”
Tomba magnificamente conservata nella regione nord dell'Assekrem Ciò che Selim, così si chiama la guida, non dice è che il mondo di cui parla è un mondo in agonia, che dell’eroica e fiera epopea nomade non resta più nulla oltre uno sguardo malinconicamente assente negli occhi di uomini e donne che non comprendono quale sia, attualmente, la loro ragione di vita.
Risaliamo in vettura con un “au revoir”, in quanto tra qualche ora saremo di nuovo insieme a discutere attorno ad un tavolaccio simile a questo nel rifugetto dell’Assekrem. 
Lascio andare avanti la Toyota di Selim per non esser costretto a mangiare polvere sino al passo.

La cena nel rifugetto è stata meno ciarliera di quanto m’aspettassi. Forse la stanchezza ha avuto la meglio sui sei clienti di Selim che ora dormono sui luridi materassi stesi sul pavimento della camera “ospiti” del rifugio. Fuori fa freddo e ci si vede perfettamente perchè è una notte di luna piena. La luce fredda ed azzurrognola del satellite esalta, come se non bastasse quella naturale, la spettralità del luogo. Ho i brividi perchè più che far freddo si gela, e devo coprirmi. Con sulle spalle la coperta di Ghardaia mi siedo sul muretto di recinzione a guardare verso la cima dell’Assekrem, dove a mezzacosta in un punto ignoto, è situato l’eremo del Père.
Chissà se Padre Edouard dorme lì stanotte ?
Io non salirò lassù domani mattina.
Ci sono già stato due volte, e per due volte ho seguito la sua messa in francese su un breviario in italiano.
Padre Edouard è un duro; non concede molto al visitatore perchè sa benissimo che chi si arrampica fin lassù lo fa solo per poterlo raccontare agli amici e non certo per partecipare al sacrificio del Cristo. Non ama i turisti e mi considera con sospetto perchè non capisce cosa io vada cercando in giro per il Sahara da così tanto tempo.
Ma non è per questi motivi che non salirò all'eremo.
Il fatto è che ho interrotto sin troppo a lungo l’isolamento che mi sono imposto in questo viaggio solitario,
e di pista da fare ne ho ancora tanta.

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C.A.F.
Non si tratta della famosa banda di politici italiani, ma del Club Alpino Francese. Non tutti sanno che questo rifugio è punto di partenza per molte arrampicate su roccia, dal mediamente facile all'estremamente difficile, realizzate da alpinisti di ogni parte del mondo sulle più belle cime di questo gruppo montuoso che sfiora i tremila metri d'altezza.

Tahat
La cima più alta del gruppo: 2908 metri. Per raggiungerla bisogna prendere la pista Nord dell'Assekrem a partire dal rifugio. Questa pista è normalmente chiusa perchè perennemente scolvolta dalle piogge e dalle frane. Chi intendesse percorrerla deve programmare un giorno di viaggio e molto lavoro da stradino per "costruire" la pista nei punti dove risulta impercorribile, specie all'inizio. Il Tahat richiede un altro giorno di permanenza, esperienza ed attrezzatura alpinistica.

Chapuis
Sulla destra della pista che porta al passo, nei primi chilometri. La fonte è proprietà privata ma l'accesso è libero. Bere alla sorgente (dentro la costruzione ) non costa nulla, ma chi intende fare scorta deve pagare un tanto a tanica al gestore. Si tratta di cifre modeste che valgono per intero, e anche di più, l'eccezionale qualità dell'acqua.

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