ABBANDONATI DA DIO
C'ERA UNA VOLTA L'ASSEKREM...

Il mondo Targui, collocato tra quello dei Mauri ad Ovest e quello dei Tubu ad Est, è un immenso insieme nomade, soprattutto per la sua estensione geografica. 
Questo popolo infatti, nonostante non conti nel Sahara Centrale che meno di diecimila anime disperse su un’area di circa due milioni di chilometri quadrati politicamente divisa tra Algeria, Libia, Niger e Mali, tocca in realtà il mezzo milione di individui sparpagliati su tutta la fascia meridionale del Sahara, da Timbouctou e dall’ansa del Niger verso Est, attraverso il territorio degli Joulleminden, sin quasi al lago Ciad.

Ma chi sono i Touaregh ? Da dove vengono ?
Cenni a questi cavalieri velati se ne trovano nelle cronache dei viaggiatori di tutti i tempi a partire dall’anno Mille circa.
I Touaregh (singolare Targui, femminile Targuia) sono uomini alti e longilinei, robusti, dai tratti fini e dalla carnagione chiara, anche se oggi la loro pelle si è scurita, e questo tanto più quanto si scende verso Sud e verso il basso nella scala sociale. 
Il loro portamento è eretto ed altero, con la schiena diritta, lo sguardo penetrante e severo.
Il nome Touaregh comprende numerose tribù chiamate Kel, che non hanno un’unità politica ma che presentano una reale omogeneità culturale (Kel è un prefisso etnico che significa “gli uomini di”). Alcuni scrittori d’inizio secolo vollero attribuire ai Touaregh addirittura un’origine cristiana, dipingendoli come bianchi alti due metri e discendenti dai Crociati. 
Certo essi non sono alti due metri, ma individui di 190 cm. non sono rari, ed i nobili di pura origine targui sono di pelle veramente chiara ed hanno tratti somatici, specie nelle donne, sorprendentemente europei. Addirittura tra questi soggetti mediterranei, ci sono individui dagli occhi chiari e dai capelli biondi, da non confondere con i comuni albini, che si possono collegare a migrazioni preistoriche del ramo nordico. Oggi, come detto, i Touaregh si sono scuriti modificando i loro tratti originari a causa della pratica della schiavitù mediante traffico o rapimento di neri, pratica che ha contribuito significativamente a mescolare le originarie caratteristiche somatiche di questi nomadi bianchi con quelle dei loro servi neri.

I Touaregh sono stati convertiti a forza all’Islam dagli Arabi ("touaregh" deriva dalla forma plurale del participio passato "tarek" che significa, in arabo, "abbandonato"), e conservano alcune credenze preislamiche. Credono negli angeli, che chiamano Andgelousen, negli spiriti maligni, i Djinn, e nei vampiri chiamati Akiriko. Non sono del tutto convinti che sia la Terra a girare attorno al Sole, e non sanno se credere alla storia di alcuni uomini che sarebbero stati sulla Luna.
Anche se l’Islam consente loro di avere più mogli, i Touaregh sono monogami e le loro donne godono di un’indipendenza sociale e sessuale sconosciuta alle arabe che non ha nulla da invidiare a quella detenuta dalle nostre donne. Prima del matrimonio la donna targuia deve rispondere solo a se stessa delle sue preferenze sentimentali, e dopo il matrimonio sarà fedele al marito alla pari avendo anche pari opportunità di divorzio. La sua collocazione nella società targui è quella di responsabile dell’accampamento e dell’educazione dei figli, che prendono il suo nome, ed anche se il suo lavoro è pesante, essa lo svolge senza nessuna restrizione ed in piena autonomia. E’ quasi certo che le origini della società targui siano matriarcali.

L’unità sociale fondamentale del popolo Targui è la famiglia come noi la intendiamo, ed un accampamento contiene più unità sociali amiche o parenti ciascuna riunita sotto una tenda. 
La composizione dell’accampamento può cambiare con facilità e senza drammi, o per incompatibilità tra nuclei familiari dovute a liti tra donne, o per divergenze sulla localizzazione dei pascoli migliori.
Dunque tutte le famiglie di un accampamento fanno parte di un clan, e tutti i clan di una regione fanno parte di un Kel. Così abbiamo “gli uomini dell’Hoggar”, “gli uomini dell’Ajjer”, “gli uomini dell’Adrar degli Iforhas”, etc.
Al suo interno la società targui è fortemente gerarchizzata e strutturata in classi.
I nobili, gli Imohagh, sono i proprietari nel vero senso della parola. Dei giardini coltivati, dei pascoli per attraversare i quali si paga pedaggio, delle mandrie.
I vassalli, gli Imrad, legati ai primi dal patto di scambio lavoro contro protezione con le armi, sono in realtà solo degli intermediari che fanno lavorare le altre classi subalterne.
I religiosi, i Marabout, sono gli uomini saggi e buoni, un po’ come i nostri preti ma con una carica mistica maggiore, e sono regalo esclusivo dell’Islam.
I fabbri, gli Inaden, si dice siano di origine israelitica e, neanche a dirlo, costituiscono una casta disprezzata anche se indispensabile. Inaden in tamaq traduce la parola “gli altri”. Fabbricano gioielli in argento ed armi in acciaio, sono considerati in base alla loro abilità ma tenuti in disparte, come se il loro continuo contatto con il fuoco costituisse una sorta di parentela con i Djinn.
I servi, gli Harratini, sono la manovalanza nera retribuita con una minima parte del prodotto del loro lavoro.
Gli schiavi, gli Iklan, sono invece manovalanza coatta, non retribuita ed obbligata a seguire il padrone negli spostamenti. Anche se la schiavitù è stata abolita formalmente, di fatto agli Iklan non sono concesse molte alternative oltre a quella di seguire le persone cui appartengono negli spostamenti in un mondo che non concede autonomie.
Ma anche questa divisione, avversata nelle intenzioni e nei fatti con leggi democratiche da tutti i governi dei paesi cui i Touaregh appartengono, va sbiadendo nel tempo, e la rimonta sociale degli ultimi per posizione è inarrestabile. La schiavitù di fatto non esiste più ed i vassalli nemmeno, i fabbri sono pieni di soldi, ed i nobili sono costretti ormai ad aver a che fare con ignobili attività quali il commercio ed il lavoro remunerato.

I Touaregh vivono tutti, almeno quelli non sedentarizzati, nella Ehan, tenda di pelle di cammello, di capra, di muflone ed in genere di quegli animali che frequentano la loro regione d’appartenenza. Ma mai sotto tende di tessuto che non proteggono efficacemente dal caldo e dalla pioggia. 
La grande tenda di famiglia, realizzata cucendo insieme da trenta a cento e più pelli d’animale, poggia su pali in legno scolpiti con motivi geometrici, e le sue pareti sono costituite da stuoie di paglia, anch’esse decorate mediante ricamo con sottili strisce di cuoio colorato, che lasciano passare l’aria ma non la luce e la sabbia. In terra vi sono tappeti realizzati con telai di legno orizzontali e smontabili, caratteristici e spesso assai belli. Ma può anche essere presente un letto, realizzato con un’incastellatura in legno smontabile, ed una culla, anch’essa smontabile ed appesa con corde alla struttura della tenda.
Sia nella tenda che fuori, il Targui indossa il suo celebre velo, che con il nome di Litham o Chèche ha sempre costituito uno degli elementi del clima di mistero che avvolge la civiltà di questi nomadi. Questo velo, che in realtà si chiama Tagelmoust, è costituito da una lunghissima striscia - fino ad dieci metri - di tessuto colorato con indaco. Costa molto di più di qualsiasi nostro copricapo elegante; vale all’incirca un bue ! Il Tagelmoust non può che essere di colore indaco, e viene fabbricato tradizionalmente in Nigeria nella regione di Kano.
Perchè il Tagelmoust ?
Sono possibili diverse spiegazioni. Quella mistica vuole che esso sia una protezione contro gli spiriti maligni che possono entrare nel corpo attraverso il naso e la bocca. Quella realista dice che esso serve per proteggersi dal vento, dal sole e dall’aridità. Quella romantica vuole che esso sia un travestimento utilizzato come maschera per spaventare la gente nel corso di una razzia e per non essere riconosciuti (ma da chi ?).
Quale che sia la spiegazione, il Tagelmoust lo portano solo gli uomini, perchè ne hanno realmente bisogno nel deserto e fuori dell’accampamento, e questa abitudine ha finito per assumere un significato rituale. Più è nobile colui che lo porta, più il Tagelmoust sarà lungo e bello e più nasconderà ogni tratto del volto all’estraneo, anche durante un pasto o durante la cerimonia del the, che viene bevuto da sotto, senza mostrare la bocca. Il lungo contatto con questa stoffa colorata macchia la pelle del viso che assume una colorazione bluastra, colorazione che è intesa come segno distintivo e di bellezza maschile. 
Un Targui è anche, e soprattutto, un “uomo blu”.

I Touaregh, sia maschi che femmine, curano molto il loro aspetto esteriore.
Le donne vestono con lunghe tuniche nere spesso ricamate con sottili fili d’argento, e proteggono il capo con una striscia dello stesso tessuto tenuta a posto con la pesante e tipica chiave che chiude i lucchetti delle borse di famiglia. Volto, mani e piedi sono spesso dipinti e truccati con disegni all’antimonio e alla polvere d’ocra. I capelli, lisci e lunghi, sono divisi da una scriminatura centrale e intrecciati in tante treccioline. Orecchie, polsi, collo e caviglie sono abbelliti da monili in argento vistosi, spesso molto belli e di valore, non tanto per il materiale di cui sono fatti quanto per la lavorazione cui sono sottoposti.
La donna targuia, nel suo insieme, è sempre molto bella, molto fiera e molto desiderabile, anche se le ingiurie del deserto hanno ben presto ragione della sua bellezza.
Gli uomini ripongono tutta la loro attenzione al Tagelmoust, come detto, ma curano molto anche gli abiti, che sono sempre puliti anche dopo venti giorni di pista, ed il corpo che lavano e profumano. Sotto la gandoura gli uomini indossano larghi pantaloni tenuti con una cintura, borsellini, bracciali, collane e tutta un’infinità di contenitori, ammennicoli ed amuleti che non li lasciano mai. Bisogna infatti tener presente che i Touaregh sono nomadi puri, che non posseggono mobili o contenitori stabili, e che tutti i loro averi li portano addosso o nelle borse da sella chiuse coi famosi lucchetti, di cui le loro donne tengono la chiave.
Tutti i Touaregh portano armi, in particolare un coltello lungo tutto fare custodito in un fodero alla cintura. E’ il pezzo più prezioso del loro armamento, e spesso è stato proprietà dei loro nonni. Nascosto e legato all’avambraccio, possono portare un coltello più piccolo destinato esclusivamente all’offesa o alla difesa, mentre sono sempre più rari i Touaregh che portano al fianco la tradizionale Takouba, la lunga spada da usare a due mani la cui lama, per i pezzi più rari, fu realizzata a suo tempo con lame di acciaio spagnolo, e più recentemente con foglie di balestre automobilistiche. 
Altrettanto scomparse sono le lance e le frecce da tirare a mano, senza arco, che sopravvivono ormai solo nella produzione di souvenirs per turisti o nelle feste, usate in finti combattimenti. 
I fucili sono tutti scomparsi, requisiti senza pietà dalle Amministrazioni, che non ammettono nessun tipo di arma da fuoco, fosse anche un vecchio archibugio ad avancarica in grado tutt’al più di spennare qualche incauto volatile.

Tutti i Touaregh parlano la stessa lingua in diverse varianti: il Tamaq nell’Hoggar, il Tamacheq nell’Adrar, il Tamajeq nell’Air. 
E benchè non abbiano alcuna letteratura e pressochè nulla su cui scrivere o con cui scrivere, esiste una scrittura chiamata Tifinagh che ha dei legami con gli antichi scritti fenici. E’ una scrittura che adopera solo consonanti e nessuna vocale salvo la “a”, ed è tutta basata su segni geometrici. Essa non viene adoperata per la letteratura, per la storia o per altre forme culturali, che presso i Touaregh hanno esclusivamente tradizione orale. Il Tifinagh, e la cultura nel suo complesso, è privilegio delle donne che se lo tramandano di generazione in generazione, e che lasciano sulle pareti dei taffoni presso cui si accampano, scritte misteriose ed inquietanti, tracciate col carbone o graffiate con la pietra, che i loro uomini leggono con molta difficoltà o non leggono affatto.

La vita dei Touaregh è una vita rischiosa condotta ai margini del mondo abitabile, ed è caratterizzata da un’incertezza radicale che ha condizionato nei secoli il loro carattere. 
Il Targui vive praticamente alla giornata e si muove ovunque ci sia anche la minima possibilità di pascolo, alla eterna ricerca non di una svolta radicale nella sua vita, che non esiste, ma della risoluzione del problema del momento. Per lui il margine tra sopravvivenza e fame è piccolo e sfumato. Un’epidemia può colpire improvvisamente il suo bestiame o uno sciacallo può disperdere gli animali nella notte. Nella stagione arida intere mandrie vengono perdute nelle tempeste di sabbia o dopo una lunga spedizione, quando giungono al pozzo tanto atteso che si rivela asciutto.
I Touaregh coprono a piedi distanze astrali, e in questo loro muoversi sono generosissimi nonostante la povertà e le fatiche, ed hanno un concetto totale dell’ospitalità.
A chi ha perduto tutti i suoi animali donano i propri, così che la loro società è intersecata da complicati rapporti che hanno origine da prestiti e regali.
Chi ha bisogno di cibo e di aiuto li troverà sempre in qualsiasi tenda targui, anche la più povera, ma dovrà per il futuro essere disponibile per altrettanto, pena la vita.

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