ARTISTI DELLA PREISTORIA
OSSERVARE LA TERRA CHE
RUOTA ATTORNO AL SOLE
In nessuna parte del mondo dove sono state
rinvenute testimonianze preistoriche della vita di un tempo, il contrasto tra
passato a presente è così stridente come nel Sahara, dove l’attualità di un
mondo morto da millenni si confronta con rappresentazioni piene di vita dello
stesso mondo, eseguite, secondo l’orologio geologico, solo qualche secondo
prima..
Prima che ricerche palinografiche e paleoclimatologiche permettessero di sondare
con precisione scientifica la storia di questo deserto, ogni teoria era valida
di fronte a scene che rappresentavano un Sahara verde, solcato da fiumi a da
laghi e densamente popolato. Persino teorie di fantasia che tiravano in ballo l’Atlantide
e gli Extraterrestri.
Oggi è sufficiente studiare un semplice grafico che rappresenti le oscillazioni
climatiche cui la Terra è andata incontro nella sua storia, per rendersi conto
di come il Sahara abbia cambiato “colore” diverse volte, dal verde dei
boschi al giallo della sabbia e viceversa, e di come si sia stabilizzato sul
giallo a partire da circa 6.000 anni fa.
Gli innumerevoli “Giotto” che seduti su una grande pietra piatta
sorvegliavano le capre al pascolo, o si riposavano dopo una giornata passata ad
inseguire gazzelle, ci hanno lasciato testimonianza ciascuno del Sahara e del
suo “colore’ in quell’epoca.
Nel Nord Africa sono state catalogate decine di
migliaia di disegni su pietra, graffiti o dipinti, la maggior parte dei quali è
situata nel Sahara Centrale; ma località con notevoli testimonianze di arte
rupestre si ritrovano anche ad Ovest, nell’Adrar degli Iforhas, a ad Est, nel
Tibesti. Tutte queste testimonianze coprono un periodo di diverse migliaia di
anni a descrivono implicitamente la storia del Sahara a del suoi cambiamenti
climatici.
La classificazione e la datazione di questa enorme massa di reperti artistici,
spesso gravemente offesa dalle intemperie, dagli anni a dagli stessi uomini, è
da tempo oggetto di studi e di litigi. da parte di studiosi di tutto il mondo.
Non è infatti facile classificare e datare opere artistiche eseguite su rocce all’aperto
o su superfici di ripari poco profondi, le cui aree circostanti non hanno
conservato resti della cultura materiale del loro autori, resti che sono stati
spostati a grande distanza e mescolati ad altri da eventi climatici tutt'altro
che delicati. Inoltre, la grande fauna del Sahara scomparve in epoca recente, e
quindi i modelli utilizzati per i disegni potrebbero appartenere ad epoche
diverse e assai distanti tra di loro. Basta pensare che circa 3.000 anni avanti
Cristo nel Ténéré vivevano ancora degli ippopotami !
I graffiti possono essere datati esaminando il solco,
che a seguito di fenomeni fisici e chimici abbastanza complessi ma sotto gli
occhi di chiunque provi a scalpellare il suo nome su una roccia, assume una colorazione
più chiara ed in contrasto col colore di fonda della roccia stessa. Colorazioni
che col passare degli anni muta tonalità col ricoprirsi di una patina di
ossidazione superficiale e tende a confondersi con la superficie circostante. I
graffiti più antichi presentano solchi ottenuti per martellamento con un attrezzo
litico e successiva levigatura con sabbia, quindi con un tecnica dispendiosa in
termini di tempo occorrente e abilità necessaria. Quelli più recenti sono
ottenuti invece per graffiatura superficiale ed infantile, a sono difficili da
distinguere da quelli falsi realizzati a bella posta per i turisti.
Per i dipinti tutto è più facile, potendosi prendere in esame sia gli
strumenti che i coloranti adoperati per la loro realizzazione. I pennelli
potevano essere costruiti con crini o piume, ma potevano anche consistere in un
semplice bastoncino o in un dito. I colon venivano realizzati con coloranti
organici cui si mescolavano pigmenti diversi ottenuti per la maggior parte da
ossidi di ferro (color ocra), ma anche da resine vegetali, uova, residui
carboniosi, efflorescenze saline a gessose. Niente blu o azzurro, raro il verde.
Proprio dall’esame degli aminoacidi presenti nei collanti organici si può
oggi giungere a datare con certezza quasi assoluta un dipinto. Poco utile invece
l’esame del carbonio 14, che per essere applicato a depositi organici presenti
nelle immediate vicinanze della opera, non fornisce dati certi per i motivi
prima esposti di mobilità dei depositi stessi. Infine l’esame del disegno nel
suo complesso, lo stile, le sovrapposizioni, permettono di giungere ad un risultato
che, ai di là delle puntigliose a sterili dispute accademiche, ha permesso una
catalogazione più che soddisfacente dell’intero patrimonio.
Dunque, un accordo pressochè generale si è stabilito nel dividere questo
immenso atlante storico in cinque periodi succedentisi cronologicamente gli uni
agli altri.
I disegni più antichi risalgono a circa 10.000
anni addietro, e sono opera di un popolo di cacciatori le cui prede erano
costituite da animali di grossa taglia.
Al periodo BUBALICO, così si chiama il più antico dei cinque, appartengono
opera esclusivamente graffite, che rappresentano i grandi animali africani che
popolavano allora i Sahara. Elefanti, leoni, ippopotami, rinoceronti, giraffe a
per l’appunto, l’estinto Bubalus Antiquus, sorta di bufalo dalle coma tanto
lunghe da costringerlo a brucare a marcia indietro. Tutti questi animali
vanivano disegnati su grandi rocce piane all’aperto, senza nessun riparo dalle
intemperie e senza alcun ordine, mescolando motivi e soggetti alle volte assai densamente
su una stessa superficie.
L'estensione geografica di questo periodo è enorme, e grandi animali rappresentati
con grandi graffiti appartenenti a questa fase si rinvengono un po’ dovunque,
segno della grande estensione del Sahara “verde”.
A circa 6.000 anni fa risalgono le prime opera del
periodo delle TESTE TONDE, così detto dalla caratteristica rappresentazione
della figura umana con la testa costituita da un tondo vuoto. In questo periodo
sono sempre raffigurati gli animali tipici oggi dell’Africa Nera, ma con
dimensioni ridotte, e soprattutto compaiono assieme ad essi figure umane singole
o in gruppo, ed in diversi atteggiamenti, nonchè mostri e giganti. La
composizione diviene dunque molto più complessa e sicuramente esprime
significati magici a religiosi sui quali non è possibile neanche fare ipotesi.
In questo periodo la produzione artistica utilizza sia graffiti che dipinti ed
è geograficamente limitata al Tassili n'Ajjer e all’Akakus.
Da a 6.000 anni fa si situa ii terzo periodo, quello
dei BOVIDI, che ci parla di un Sahara progressivamente sempre meno umido.
Scompaiono i cacciatori e i grandi animali che abbisognano di moltissima acqua
per vivere, e compaiono pastori e mandrie di buoi.
Le opere di questo periodo sono tutte di carattere naturalistico, molto belle e
molto colorate, e descrivono la vita quotidiana dei pastori e dei cacciatori di
animali di piccola taglia, alle volte minuziosamente sin nelle singole operazioni.
Segno evidente di un diminuito istinto di esorcizzazione della preda mediante
disegno, in favore di un desiderio di rappresentazione fedele della realtà.
Man mano che ci si avvicina ai duemila anni avanti Cristo, limite di questo periodo,
le mandrie diventano sempre più numerose e le scene di caccia sempre più rare.
La desertificazione del Sahara è ormai quasi del tutto compiuta e l’uomo ha
circoscritto il suo dominio alle regioni che ancora offrono un pascolo
sufficiente.
Il periodo del CAVALLO copre gli ultimi duemila anni prima dell’era cristiana. Non si osservano più mandrie e pastori e men che mai scene di caccia. Tutti gli animali che lo popolano sono virtualmente scomparsi insieme ad ogni pascolo possibile, ed il Sahara appare inadatto a qualsiasi tipo di vita. La raffigurazioni di cavalli e di carri in corsa evocano i Garamanti e confermano che in questo deserto ormai ci muove ma non ci si ferma.
Al periodo del CAMMELLO appartengono graffiti
rozzi ed essenziali della nostra era. I Romani sono venuti a se ne sono andati,
introducendo il dromedario nel Sahara, ed i nomadi graffiano le pietre più per
passatempo che per necessità mistiche o artistiche. Ai piccoli a brutti disegni
scalpellati
approssimativamente con attrezzi casuali , si affiancano quasi sempre scritte in
tifinagh, che segnano la fine dell’arte rupestre e l’inizio di una nuova era
fatta di scritte murali tracciate con vernice spray.
Questa divisione in cinque periodi, in un certo senso
arbitraria coma tutte le operazioni che si propongono di incasellare fenomeni
evolutivi continui, pur tuttavia rappresenta con sufficiente precisione gli
stravolgimenti climatici cui il Sahara è stato soggetto in diecimila anni della
sua storia.
Da un clima equatoriale caldo e umido, caratterizzato da grandi animali, grandi
estensioni di acque dolci e grandi cacciatori (Bubabico), si passa ad un clima
mediterraneo meno umido, caratterizzato da una marcata alternanza di stagioni e
da una minore e meno stabile concentrazione di acque interne, nonchè da una cultura
pastorale (Bovidi).
Dal clima mediterraneo si passa quindi ad un clima saheliano, secco e tipico
della grandi steppe ma ancora adatto ad un pascolo transumante (Cavallo), ed
infine a quello sahariano attuale, fatto di secco totale, sabbia e sassi (Cammello).
E’ importante notare come tutti questi
cambiamenti siano chiaramente leggibili in opere appartenenti a periodi storici
enormemente distanti tra di loro se valutati a scala umana, ma eseguite tutte nelle
stesse località e alle volta sullo stesso supporto.
Anche in questo sta la diversità, o meglio la particolarità dell’arte
rupestre sahariana, nel testimoniare il progressivo adattamento dell’uomo alle
mutate condizioni ambientali e alle risorse disponibili della sua area di
appartenenza. L’uomo adatta i suoi strumenti e le sue tecnologie in funzione
dell’avanzata del deserto, senza arretrare di fronte ad essa che alla fine di
un processo migratorio lentissimo e poco percepibile nella storia da lui
scolpita nelle rocce.