14 MUCCHI DI SASSI
Fu così che ci sposammo, nel municipio di S. Bernardo.
Poche settimane prima in volo ad ottomila metri verso Windhoek, con lo sguardo affogato in un mare di bambagia troppo simile a quello nel quale ero morto e poi rinato, avevo immaginato una cerimonia circoscritta dall’anonimato di un qualsiasi avvenimento quotidiano. Invece in mano a lei tutta la faccenda si dilatò in latitudine e longitudine sino a coinvolgere un numero incredibile di persone, incluso un sindaco in pompa magna con tanto di fascia tricolore, spalleggiato da due assessori ingessati in un completo blu notte e camicia liberty a collo inamidato.
Così quella mite domenica di primavera venne iscritta negli annali della Valle ed inserita nella lista degli argomenti di conversazione che avrebbero tenuto banco nel duro inverno seguente.
Tanto movimento non aveva origine da parte mia che non avevo nessuno al mondo tranne Francesca e Gianluca, ma da parte dell'ineguagliabile Mari, regina di un impero sulla cui popolazione non tramontava mai il sole ed il cui Kel era al completo per l’occasione.
Oltre ad Alfredo e Chiara, i suoi vecchi che se ne stavano alquanto in disparte, c’era dunque Lorenzo, sua copia al maschile. Bello come la sorella, alto poco meno di me, con i capelli lisci e biondo scuri che sembrava un attore, era calato giù da Amsterdam, dove lavorava in un grande organismo internazionale, al volante di una vettura troppo aggressiva per quei luoghi antichi e defilati dagli spasmi della competitività .
Stava discutendo con Luigi detto "punto", l’altro fratello così soprannominato perché tanto alto e tanto magro da aver assunto una postura curva, come quella di un punto interrogativo. Lontano alcuni bambini giocavano con Alba, la figlia settenne di Renata, sesta ed ultima componente della famiglia di Annamaria.
Seduta sotto il portico in posizione di controllo totale, appoggiata al bastone che teneva diritto davanti a se, regina delle regine, la nonna Celestina. Un'ultraottantenne lucida e presente come una giovanetta in grado di sostenere una conversazione senza abbattimenti dell’attenzione e di tenere testa alla zia Vera, l’altra sua figlia con la quale viveva; donna bella e vivace nonostante gli anni che non si era mai sposata e della quale si diceva avesse da sempre una storia con un distinto e timido medico di Bolzano. Due donne che ebbero per me sin dal primo momento una stima ed una simpatia istintive rimaste poi inalterate.
Un po’ dovunque sciamavano zii e zie, cugini di tutte le età e parenti acquisiti di vario genere; tutti molto gentili con me; tutti mi davano del "tu" come se fossimo stati da sempre amici.
Ma erano proprio gli amici, i suoi amici, a formare la massa vera e propria degli invitati, una folla nella quale riconoscevo solo Berto che si muoveva a suo agio in mezzo a molti giovanotti azzimati ed invadenti, tra i quali non era difficile distinguere quelli che con lei ne avevano tentata più d’una senza successo da quelli che probabilmente avevano avuto miglior fortuna.
Il popolo di Annamaria s’era sparso in ogni angolo della reggia.
La casa e il giardino facevano ormai fatica a contenere la chiassosa adunata che si era arricchita di molti abitanti di S.Bernardo venuti, con la scusa delle congratulazioni, a studiarsi lo strano tipo che si portava via la bella del paese.
Chi ero ?
Da dove venivo ?
Qual era il mio lavoro ?
Belle domande !
Anch’io avrei desiderato conoscerne le risposte.
Sorridendo a me stesso mi compiacevo di notare come un certo fascino dovessero emanarlo la mia altezza, la mia forma fisica, il mio colorito scuro, le mie rughe sottili e decise, i miei occhi dal taglio vagamente orientale abituati a fissare senza cedimenti.
E così, mentre i maschietti si prendevano con la sposa le patetiche libertà del giorno delle nozze, le loro ragazze facevano altrettanto col vecchio giochino di esibire generose superfici d’epidermide tattica e sorrisi; quella di loro che fosse riuscita a strappare un cenno d’imbarazzo in quell’uomo di vent’anni più vecchio di loro avrebbe vinto un orsetto di peluche.
Esaurita l’ultima sbarbina evitai cortesemente di prestarmi ancora alla pantomima.
Feci finta di salutare qualcuno in lontananza e pian pianino sgattaiolai fuori del giardino mettendomi a gironzolare tra i meli sul retro della casa.
Mia moglie sembrava non accorgersi della mia assenza e, in quanto agli altri, avrei tranquillamente potuto scomparire nel nulla senza che alcuno neanche ricordasse il mio nome.
Così, senza accorgermene, ad un certo punto mi trovai sul viottolo che menava verso la montagna, in lento allontanamento dalla chiassosa compagnia. Camminando, le mani affondate nelle tasche, spostavo con la punta dei piedi i piccoli sassi che si paravano innanzi alle mie scarpe, mentre con gli occhi che sfocavano gradualmente il paesaggio intorno contavo le grandi pietre di granito bianco che delimitavano a sinistra il sentiero.
Ci volle molto tempo, alcuni anni per contarne tredici, e quando arrivai alla quattordicesima la corteccia cerebrale iniziò a pulsare violentemente polverizzando la realtà in un lampo accecante. Individuata una delle falle spazio temporali che sforacchiavano numerose il muro della mia coscienza, la mente vi si tuffò diretta alla velocità della luce verso l’iperspazio che costituiva la mia dimensione alternativa.