Alì era nel mio destino.

Ci eravamo incontrati per la prima volta che aveva poco più di vent'anni ad Hassi Bel Guebbour, quando lavorava come autista per la Sonatrach.

Era figlio di Baba Abidine, un vecchio Targui Ioulleminden roso dai reumatismi che dimostrava assai più dei suoi cinquantasei anni, ed era il secondo di dieci fratelli. La sua famiglia, assai povera, aveva conosciuto negli anni addietro tempi migliori. Baba, noto tra la sua gente col nome di "Amrar", il capo, era infatti un benestante, avendo ereditato un buon numero di animali dal padre Salim, figlio secondogenito del nobile Alì. A diciotto anni aveva sposato la bellissima Nawal, sedicenne, benestante come lui, dalla quale aveva presto avuto Dahbi ed Alì. Spirito fiero, fisico asciutto dal portamento eretto ed altero, Baba visse i grandi spazi della sua terra come i suoi nonni. La sua figura, bianca con la testa avvolta nel lunghissimo chéche indaco, la lunga takouba pendente dal fianco, era nota a tutti coloro che commerciavano con le genti del Sahara centrale.

Vennero poi gli anni della grande siccità e, come agli altri, anche a lui la grande sete portò via tutto, sino all'ultima capra. Erano nel frattempo nate Mayy e Farida ed il piccolo Cheick non aveva che pochi mesi, quando in famiglia non c'era più nulla da mangiare. Tutto ciò che poteva essere venduto fu venduto. Tappeti, armi, borse, selle, i bellissimi lucchetti di famiglia, tutto fu ceduto ad affaristi del Maghreb per i pochi soldi chiesti da quest'uomo in cambio di oggetti che facevano parte integrante della sua dignità e dai quali era costretto a separarsi per necessità assoluta.

Ma oltre a mancare il cibo mancava anche l'acqua, e Baba prese la risoluzione estrema di spostarsi a Nord, come migliaia di altre persone, per avere almeno da bere. Dovettero coprire più di settecento chilometri, per lo più a piedi, essendo assai remote le possibilità di ottenere passaggi dai pochi camion attivi che non si fermavano per timore di dover spartire la scarsa acqua disponibile ed indispensabile alla traversata. Durante questa marcia disumana morì Cheick, che fu sepolto in pochi centimetri di sabbia ai bordi della pista come tanti altri, grandi e piccini, che non ce la fecero. Nawal rifiutava ormai lo scarsissimo cibo e non beveva più, e sarebbe anche lei morta se Baba non fosse riuscito a comperare un passaggio su di un camion carico di pochi montoni macilenti, pagandolo con l'unica cosa che gli era rimasta e dalla quale non si sarebbe mai separato, neanche di fronte alla morte. Il suo stupendo coltello personale, il coltello che era stato del padre Salim e prima di lui di suo nonno Alì. Con questo passaggio terminò la loro odissea in un campo di raccolta profughi. Lo spettro della morte immediata era ormai lontano, ma di fronte non avevano che la prospettiva di una vita di stenti. Un altro figlio non vide mai la luce, forse a causa delle sofferenze patite da Nawal, mentre altri cinque maschi vennero ad aggiungersi agli altri. Muhammad, Souri, Omar, Hussein e Brahim nacquero a poca distanza l'uno dall'altro.

Il primogenito Dahbi, che aveva cominciato a lavorare a diciotto anni come camionista per la società petrolifera di Stato, era morto due anni dopo, solamente ventenne, nelle gole di Ain El Hadjadi dove il suo camion si schiantò in un terribile incidente. Era l'anno della nascita di Brahim, che non conobbe mai il fratello. Venne ancora Samira, che fu l'ultimogenita e per dare alla luce la quale Nawal morì. Baba aveva solo quarantuno anni quando Alì, appena diciottenne, prese la patente ed il posto del fratello alla guida dei camion cisterna. Ormai era lui "Amrar", il capo, l'unico sostegno della famiglia.

Ci parlammo per la prima volta nella taverna del campo di Hassi Bel Guebbour, un luogo allucinante ai piedi del Grand Erg Orientale, adattissimo per installarvi un carcere di massima sicurezza.

Baracche di lamiera arroventata dal sole, qualche prefabbricato leggero anche lui infuocato, niente palme né ombra, e nulla che potesse neanche lontanamente rassomigliare ad una bevanda fresca.

Una di queste baracche, l'unica costruita con legnami di recupero e coperta con rami secchi di palma, fungeva da ristorante-bar-luogo di riposo e chiacchiere, essendo le altre "costruzioni" assolutamente inabitabili di giorno e appena sopportabili per dormirvi nelle ore notturne con l'aiuto di rumorosissimi e antiquati condizionatori. Entrando in questa bettola si aveva per alcuni secondi l'impressione di essere diventati ciechi, tale era la differenza tra il livello d'illuminazione dell'esterno e la penombra di un locale senza finestre, aerato solamente dagli interstizi dell'incerta architettura. Un tavolone scuro ed untuoso, alcune vecchie sedie da bar traballanti e disuguali, una lampadina sempre spenta, anche di notte, pendente da un filo spellato al centro del locale, costituivano tutto l'arredamento. Un bidone metallico da duecento litri, che aveva contenuto un giorno olio per motori ed ora pieno di acqua sporca e calda, faceva da frigorifero ad alcune bottigliette di bevande dolci e calde come l'acqua stessa che il gestore di turno pescava da quel liquido torbido quando qualcuno, assai raramente, gliene chiedeva.

Fumando una sigaretta dopo l'altra i conducenti degli enormi semirimorchi lasciavano passare le ore più disumane della giornata, chiacchierando e dando all'osservatore esterno una sensazione fuori tono con l'incredibile squallore del luogo. La loro animazione strideva decisamente con l'aspetto da Day After di Hassi Bel Guebbour, e nei loro occhi non si leggeva rassegnazione ma vitalità. Questo incubo era per Alì ed i suoi compagni una delle parti migliori della realtà quotidiana, la sola parte che i pochi viaggiatori di passaggio potevano cogliere con loro gran disagio, maledicendo il giorno che avevano deciso di partire per quel luogo infame.

Io per l'appunto ero uno di loro, quando conobbi Alì.

Accaldato, stanco, stizzito dalla piega che gli avvenimenti stavano prendendo, ero entrato nella baracca con la flebile speranza di trovarvi un liquido qualsiasi che non fosse a temperatura ambiente. I miei occhi, irritati dalla polvere, cercavano da alcuni minuti di abituarsi all'oscurità e la mia lingua, secca come una buccia di banana secca, cercava pietosamente di umettare le labbra screpolate più secche di lei, quando un giovane magro, dal volto affilato e fiero, quasi arrogante, mi chiese in un ottimo francese: "Ca va ?' Aimez-vous le désert ?". Con il morale sotto i tacchi, la sete feroce ed implacabile di chi è abituato ad aprire il frigo per bere, ed un malessere diffuso dovuto all'estraneità della mia presenza in quel luogo, risposi bruscamente "ca va", cercando col tono della voce di evitare un qualsiasi prolungamento della conversazione.

Ma gli arabi hanno una predisposizione naturale al dialogo, che cercano in ogni occasione e che coltivano con cura. I lenti tempi del deserto hanno plasmato nei millenni un popolo con ritmi vitali diversi dai nostri, una gente che non osserva lo scorrere del tempo e che del tempo ha un concetto diverso dal comune, non vincolante i pensieri e le azioni. Il chiacchiericcio espande questo concetto ed isola gli interlocutori in una dimensione estranea all'ambiente in cui il dialogo ha luogo. Problemi, preoccupazioni, fatiche, pur se oggetto del parlare, fungono da catalizzatori di se stessi fondendosi argomenti e soggetti, tempi e luoghi in un gran coacervo solido e compatto, quasi un organismo a se stante.

Il mio grugnito di risposta non fu quindi sufficiente a scoraggiare Alì dal persistere nel suo tentativo di agganciarmi. Mi chiese ancora se gradissi qualcosa da bere ed io neanche gli risposi, cogliendo nella sua offerta un'ironia che non c'era. Lui voleva offrirmi da bere e secondo il mio concetto di bevanda ristoratrice, che ancora non avevo abbandonato, niente in quel locale o fuori di esso poteva essere tale. Ma Alì beveva solo acqua dalla ghirba in pelle di capra appesa sotto al camion, vicino al primo ponte posteriore, e riteneva che quelle sudicie bottigliette colorate galleggianti nell'acqua calda del bidone fossero un lusso assai gradito ai turisti.

Parlando del più e del meno trascorse del tempo, la sete mollò la sua presa e quel giorno non ripartii più. Il sole non era più tanto alto e l'oscurità della bettola nascondeva il suo calare. Fuori la luce non tagliava più come un rasoio e lentamente la sabbia iniziava il suo raffreddamento.

In un lampo fu notte.

Uscimmo dalla baracca che era buio pesto, con le stelle a pochi centimetri dalla testa. Ogni rumore era morto e le sagome dei semirimorchi si indovinavano alla luce incerta del fuoco per il tè che gli autisti avevano acceso al loro fianco. Ci avviammo verso il Berliet di Alì e ci sedemmo accanto ad una delle sue enormi ruote, alte quanto un uomo alto.

I miei due compagni di viaggio erano chissà dove, alla ricerca della lontananza dalle paure che la notte porta al viaggiatore. Non vedevo più, là dove doveva essere, la loro vettura, segno che avevano piantato la tenda fuori dal campo. Cominciavo a rendermi conto che non era stata una buona idea mettermi in viaggio con loro. Avevano sempre qualcosa di cui lamentarsi.

Ora era la pista troppo ruvida e faticosa.
Ora era l'incertezza o la stravaganza dell’itinerario.
Ora faceva troppo caldo ed ora troppo freddo.
Ora era la sete ed ora la fame.
Ora non se ne poteva più per la polvere e la sporcizia ed ora per la sabbia, pulita ma in ogni dove.
Ora erano stanchi ed ora forse non stavano nemmeno bene anzi, avrebbero voluto mangiare in bianco....

Poveracci, in quale avventura si erano imbarcati !

Mi trovavo da quasi due mesi a Ghardaia quando avevo incontrati, sfatti dal caldo e dai litigi, Massimo e Laura, due toscani di Prato che non sapevano neanche loro perché fossero capitati in quel luogo. In Italia avevano pensato bene di affidarsi alle cure di un'agenzia specializzata in avventure per vivere la loro stagione eroica. Vittime del consumo forzato e dell'essere "in", egocentrici e presuntuosi, avevano ben presto litigato con tutti ed abbandonato la compagnia. Erano lì a ciondolare da un paio di giorni ed avevano già deciso per l’indomani di rientrare in Tunisia, quando nella piazza del mercato non resistetti alla tentazione di abbordarli sentendo parlare la mia lingua.

Ora avevo un inizio di pentimento.

La carica emotiva che mi aveva spinto a questo tentativo in extremis di riappacificarmi col mondo che mi aveva messo a terra era stata del tutto erosa dalle difficoltà di adattamento reciproco e dall'indisponibilità generale dei due, che con troppe chiacchiere mi avevano convinto a far loro da guida per un paio di settimane. Oltre tutto non erano di nessun aiuto quando, nei momenti di crisi, avrei avuto necessità della loro partecipazione. Erano sempre impegnati a vivere la loro disgraziata situazione giornaliera del troppo.

Troppo caldo, troppo sole, troppa stanchezza, troppa fame, troppa luce, troppo niente.

L'indomani sarebbe stato ancora più difficile riprendere il viaggio. Dopo una notte passata in bianco nella loro minuscola tenda soffocante per la paura di dormire all'aperto (scorpioni ? banditi ? serpenti ?), la loro indisponibilità sarebbe stata inversamente proporzionale all'entusiasmo. Se con un colpo di bacchetta magica avessi potuto far comparire un aereo e caricarceli sopra con tutta la vettura diretti a casa !

Alì aveva acceso un focherello e si accingeva a preparare il tè, supporto indispensabile ad una conversazione che sarebbe andata avanti quasi tutta la notte. L'atmosfera era magica, con una tenue brezza che stemperava con grande efficacia gli ancora ventotto gradi della sera, un cielo incredibilmente pieno di stelle tanto basse da toccarle con la mano, un silenzio appena condito da qualche rumore qua e là. Lo squallore di Hassi Bel Guebbour aveva cessato di esistere, così come lontani come la luna erano Laura e Massimo con i loro "troppo" ed i loro lamenti. Mentre la temperatura calava, il mio corpo si adagiava in uno stato di cenestesi che bilanciava perfettamente le disumane condizioni di sopravvivenza di alcune ore prima. La voce di Alì era viva ma di volume contenuto, quasi volesse impedire che le parole oltrepassassero la distanza intercorrente tra la sua bocca e le mie orecchie.

Quella che solitamente è una lunga conversazione sulla cosmogonia universale in un punto qualsiasi del più grande deserto della Terra, si stava trasformando in un monologo ed io mi accingevo ad ascoltare la storia più incredibile della mia vita.

 

"Quando mio fratello Dahbi morì in un grave incidente automobilistico" iniziò Alì "fui io a dovermi occupare delle formalità di legge, tra le quali la triste procedura del riconoscimento. Alla fine mi furono consegnate tutte le sue cose che erano nel camion che lo uccise, alcune delle quali sono ora qui con me. La sua coperta, questa sulla quale sediamo, il suo bricco per il tè, che è qui sul fuoco, la sua ghirba per l'acqua, appesa là sotto il mio camion. E questo libro. Un libro di cui mi aveva parlato una volta, ma che non mi aveva mai mostrato".

E così dicendo tirò fuori da una borsa sportiva dozzinale un volumetto rilegato in pelle scura, assai malridotto, delle dimensioni di un quaderno scolastico un po' spesso, coi tre lati aperti di un rosso molto scolorito.

"Dahbi lavorava da pochi mesi", continuò Alì in un buon francese, ricco di vocaboli ed assai veloce, "quando ebbe un grave incidente nel quale per poco non perse la vita, quasi fosse un segno premonitore inviatogli da Allah del suo immancabile destino già scritto nel cielo. A quei tempi, era il suo primo incarico come autista, si occupava di rifornire le squadre di prospezione geologica che effettuavano spedizioni di sondaggio nei grandi Erg ad Ovest di Adrar. Conosci quelle regioni ?"

Assentii con un cenno del capo. Si tratta della parte più infame dell'Algeria, un oceano di sabbie molli come farina composto da tanti mari, ciascuno col suo nome, formati da migliaia di cordoni di dune lunghi centinaia di chilometri ed alti fino a quattrocento metri. Una regione ancor oggi largamente inesplorata di cui si hanno conoscenze incerte, decine di migliaia di chilometri quadrati che le mappe militari riportano alle volte con grande approssimazione, che mutano aspetto ogni anno sotto la spinta dei venti e nei quali non è disponibile un sol goccio d'acqua.

"Dahbi faceva la spola sul suo camion col campo base, arretrato verso Nord di alcune centinaia di chilometri attorno ad alcuni pozzi generosi. Oggi si adoperano sistemi più efficienti e sicuri ma in quegli anni di grande entusiasmo - il nostro paese aveva appena conquistato l'indipendenza - il metodo era unico, grossolano e rischioso. La squadra di prospezione, composta da due o tre camion militari abbandonati dai francesi, spesso poco affidabili e senza pezzi di ricambio, si incuneava in un grande Erg lasciando alle sue spalle una traccia costituita da tanti paletti di ferro o di legno alti mezzo metro e conficcati nella sabbia. Traccia lungo la quale i rifornimenti li avrebbero raggiunti dove loro avevano stabilito il campo avanzato per il tempo strettamente necessario al sondaggio. Di copertura aerea in aiuto a queste operazioni non v'era alcuna disponibilità. Se conosci i grandi Erg, sai anche come ci si muove dentro di essi. Percorrendo i corridoi, lunghi fino a duecento chilometri, che cordoni di dune paralleli ed altrettanto lunghi, così orientati da millenni di vento che spira sempre nella stessa direzione, formano tra di loro e quindi, prima che il corridoio che si sta seguendo si esaurisca fondendosi al vicino, trovando un varco che permetta il passaggio ad uno dei due che gli sono a fianco e che prosegue libero nella direzione voluta. E così via. Spesso occorrono mesi, un anno per aprire una pista di tre o quattrocento chilometri, percorrendone migliaia alla ricerca dei passaggi giusti, in quel labirinto dannato dove il vento di sabbia può cancellare in poche ore mesi di lavoro. Ma in seguito, con le segnalazioni, la si può percorrere in pochi giorni. Inch' Allah."

Alì procedeva spedito nel suo racconto che io faticavo a seguire in quel francese scorrevole ma alquanto personale, con molte frasi tronche ed inframmezzato da vocaboli oscuri. Ma non lo interruppi.

"La squadra che mio fratello riforniva era attestata molto a Sud e a lui occorrevano due giorni e mezzo per raggiungerla dal campo base.

Quella pista, che non sono mai riuscito a capire con chiarezza dove passasse e che oggi sarà sicuramente scomparsa sotto le dune, lui l'aveva già percorsa più volte quando un giorno di primavera - forse era Maggio, e non seppe mai dirmi se per sua distrazione o per mancanza delle segnalazioni seppellite dal vento di sabbia che in quei giorni soffiava furioso oscurando il sole - in quel giorno dicevo, lui sbagliò corridoio e s'infilò in un cul de sac sconosciuto per molte ore. Ritornò sulle sue tracce e sbagliò di nuovo perché, confuse dal vento, le scambiò con altre che menavano in un altro cul de sac, e così avanti sino a che non smarrì ogni cognizione della sua posizione. Era sulla strada del ritorno verso il campo base, il suo camion era vuoto e con sé non aveva che la sua capra" e così dicendo indicò la ghirba che pendeva dal suo Berliet " e un poco di tè" e versò dal bricco nel bicchiere il liquido scuro e schiumoso porgendomelo. "Fu trovato dieci giorni dopo da un piccolo ricognitore militare che si era alzato in volo apposta per lui da Adrar, sull'allarme lanciato per radio dal campo base che non vedendolo tornare e sapendolo partito, sempre via radio, dal campo avanzato, lo aveva immediatamente ritenuto in pericolo. Specie in considerazione del gran vento che spazzava il deserto in continuazione. Dahbi non volle mai raccontarmi con chiarezza cosa fece in quei giorni, in attesa che qualcuno facesse qualcosa per lui. Parlava confusamente di morte, di come era nel volere del Signore che l'uomo non calpestasse quelle sabbie immacolate, di mucchi di sassi, di quattordici mucchi di sassi, e di questo libro che non volle mai mostrarmi"

Aveva posato il bicchierino del tè e picchiettava leggermente con la mano destra sul quaderno in pelle scura che teneva con la sinistra.

"Ora" proseguì Alì " io ho il libro, che come vedrai è scritto a mano, ma non posso leggerlo. Non comprendo questa scrittura. Ma qui dentro, ne sono certo, è scritto tutto quello che Dahbi non volle mai dirmi, ed io vorrei che tu leggessi per me, se puoi, quanto contiene. Forse potrò capire perché mio fratello, dal giorno che lo trovò, visse sempre in attesa della morte che, lui diceva, gli sedeva accanto al sedile di guida e che incontrò molto presto."

Così dicendo mi porse bruscamente il quaderno, fissandomi negli occhi con intensità in attesa che io lo prendessi.

Il quaderno, con una ventina di fogli scritti a matita copiativa in francese e tutti gli altri bianchi, anzi ingialliti dal tempo come i primi, era chiaramente un diario, diario come dovevo capire poco dopo, redatto nel 1949 da un certo tenente Philippe Martignon. Ed era l'ultima parte di un diario molto più lungo scritto su altri quaderni che mancavano all'appello.

"Alì, perché proprio io ?"

"Ho aspettato per anni la persona nei cui occhi potessi leggere quello che leggo nei tuoi"

"E cosa ci leggi !" risposi con un velo di ironia.

"Che la tua vita è nelle mani di Allah."

"La vita di noi tutti è nelle mani di Dio." Replicai afferrando con delicatezza il quaderno che mi porgeva.

"E’ vero, ma i tuoi occhi dicono altrimenti..."

Preferii non insistere ed iniziai ad alta voce dalla prima pagina, lentamente, traducendo contemporaneamente nella mente quanto andavo leggendo.

"Apro la prima pagina di quest'ultimo diario perché esso sia testimonianza, non di fronte a Dio che ci vede e ci accompagnerà col suo sguardo sino alla fine, ma di fronte agli uomini che lo troveranno, se qualcuno lo troverà, dell'infinita malvagità umana che ha sentenziato la condanna a morte di quindici uomini. Uomini che hanno creduto, servendo una bandiera che per molti di loro non è nemmeno la propria, di riscattare colpe che, in confronto alla condanna che viene loro inflitta, appaiono come peccati veniali di adolescenti. Descriverò in queste pagine i tentativi che effettuerò per cercare di portar fuori da questa fornace nella quale siamo stati abbandonati, che brucia la pelle e carbonizza l'anima, i quattordici uomini che mi furono affidati e che ora affidano a me la loro vita. Queste pagine testimonieranno, se non della mia capacità, almeno della mia volontà di fare tutto il possibile, oltre il possibile per loro, ma non più per quella patria che ci ha scartato come sterco di cammello al sole. "

Ero senza fiato e mi accorsi che la voce mi si era abbassata, rapito da quelle incredibili cose che andavo leggendo. Qualche anno dopo la fine della seconda guerra mondiale, un tenente della Legione Straniera aveva scritto un diario personale che presagiva un triste destino per quindici uomini persi nelle sabbie. Quali sabbie ? Quelle dove Dahbi aveva trovato il diario ? Perché dei militari francesi si trovavano in quell'inferno, così lontano e così a Sud dell'unico forte della Legione mai costruito in quella regione ?

E perché si parlava di abbandono, di condanna a morte ?

Era tutto scritto nei diari mancanti ?

Poiché leggevo per Alì e traducevo per me stesso, non trovavo tempi morti nei quali riflettere su quanto andavo leggendo. Ripresi comunque a voce più alta.

"11 OTTOBRE 1949

Il pozzo dà ormai acqua con eccessiva lentezza e sempre più salata. Da dieci giorni ho imposto un razionamento pesante - due litri al giorno per uomo e per tutto - e accumulato il restante in tutti i contenitori a nostra disposizione. Domani, alle 5,30, un'ora prima dell'alba, abbandoneremo la nostra ridotta e cercheremo di aprire una pista verso Nord, nella speranza di incrociare qualche cammelliera prima che le nostre scorte si esauriscano. Seguiremo le tracce degli automezzi sulla sabbia sino alla Grande Mer Blanche, dove scompariranno e dove la durezza del suolo calcinato dal sole ci impedirà di trovare segni utili per giungere dalla parte opposta, dove sicuramente in qualche punto ricominciano ad essere visibili. Chissà dove.

La situazione attuale è la seguente.Presenti all'appello:

Tenente Philippe Martignon
Sergente Guy Leconte
Soldato Armand Lumiot
Soldato Louis Montez
Soldato Carlos Rado
Soldato Roberto Vasquez
Soldato Erich Grossbach
Soldato Hektor Fischer
Soldato Charles Monette
Soldato Jean Claude Giraud
Soldato Claude Grillet
Soldato Peter Prengel
Soldato Francois Antonini
Soldato Fernand Faure
Soldato Pierre Wagret

Gli ultimi tre soldati elencati, Antonini, Faure e Wagret sono in cattive condizioni di salute, sfiniti dalla diarrea e dalla disidratazione. Oggi ordinerò per loro, e per cinque giorni a partire da domani, il raddoppio della razione d'acqua da dividere equamente a spese dei dodici restanti, nella speranza che il loro malanno non si trasformi in dissenteria e che possano affrontare la marcia. Il morale è basso ma non disperato.

Acqua:

abbiamo a disposizione 15 otri in pelle da oltre trenta litri ciascuno pieni. 15 borracce da un litro piene. Un bidone pieno per metà, circa cento litri, che berremo a forza con tè, zucchero e sale sino al momento della partenza.

Equipaggiamento:

fermo restando l'ordine tassativo di restare sempre coperti in ogni parte del corpo, specie sul capo, ho acconsentito a che ciascuno alleggerisca la propria divisa come meglio crede. Ogni uomo porterà con sé, oltre al fucile e allo zaino:

1 caricatore (oltre a quello già nell'arma)
1 coperta
4 metri di corda
20 razioni di carne in scatola
1 ciotola
1 sacchetto di semola
1 sacchetto di zucchero
1 sacchetto di sale
1 sacchetto di tè o di caffè
20 pacchetti di sigarette, più o meno
5 scatole di fiammiferi
1 borraccia piena
1 otre pieno

Arma esclusa, tutto dovrebbe formare un carico di circa 45 chili, decrescente col consumo delle scorte. Razionandole in ragione di due litri d'acqua per i primi cinque giorni e di uno e mezzo per i restanti, una razione di carne, una di semola ed una di tè o caffè zuccherato al giorno, la nostra autonomia dovrebbe essere di venti giorni, non contando su nessun punto d'acqua sul nostro cammino. Avendo nelle tre prossime settimane cinque notti buie e quindici con la luna, potremo marciare cinque giorni per otto ore, in quelle meno calde della giornata, e quindici giorni per dodici ore tutte di notte, per un totale di 220 ore. Calcolando tra soste ed imprevisti una media di 2,5 chilometri all'ora potremo coprire, in teoria, oltre cinquecento chilometri in venti giorni, che dovrebbero offrirci una probabilità almeno di incrociare una pista battuta.

Il mio equipaggiamento comprende, oltre a quanto elencato e tranne il fucile:

1 pistola d'ordinanza con caricatore
1 caricatore di scorta
1 pala corta
1 specchio
1 bussola
1 compasso
1 binocolo
1 orologio
10 carte topografiche con i rilevamenti fatti sinora
5 diari
2 matite

Tutto il resto dell'equipaggiamento resterà nella ridotta. I documenti saranno seppelliti in una cassa sotto l'asta della bandiera, le armi in un luogo lontano ed irriconoscibile.

Che Dio ci assista.

12 OTTOBRE 1949

Siamo partiti all'ora prevista. All'ultimo momento, in più, mi sono fatto carico della bandiera che ho ripiegato e posto nello zaino. Antonini, Faure e Wagret non sono peggiorati, grazie anche ai quattro litri di acqua di cui usufruiscono, ma le loro scariche diarroiche non sembra diano segno di diminuire. E' fin troppo evidente che, perdurando le cose, già domani non potranno più portare il loro carico che non sarà facile distribuire equamente tra gli altri. Il solo otre con l'acqua pesa più di trentacinque chili. Abbiamo marciato dalle 5.30 alle 10.30 e dalle 16.30 alle 19.30, riuscendo a rispettare il ruolino stabilito. Nelle restanti ore siamo rimasti immobili, ciascuno sotto una tendina di fortuna costruita con il fucile e la coperta, al riparo dal sole. Per ora il razionamento viene rispettato e sembra essere sufficiente, ma non mi faccio eccessive illusioni. Il dispendio idrico giornaliero è ben superiore ai due litri che ingeriamo. Spero in un miglioramento tra quattro giorni, quando potremo marciare sempre di notte. Spero anche che per quel giorno Antonini, Faure e Wagret stiano meglio, perché la loro razione extra sarà abolita e quella normale diminuirà di mezzo litro. In questa zona non c'è legna e non ne troveremo fino alla Grande Mer Blanche, quindi fino ad allora non avremo nulla di caldo, né semola né tè. Ho ordinato che dopo la scatoletta ciascun uomo ingoi, insieme alla restante acqua, mezzo cucchiaio di sale e due di zucchero. Cerco di tenere sotto controllo il consumo d'acqua consentendo il riempimento delle borracce solo all'inizio della marcia, la mattina e il pomeriggio, obbligando così anche a bere con regolarità. La regolarità. Tutte le nostre possibilità di sopravvivenza riposano su di essa. Regolarità di marcia e di consumi. Se essa salta saremo tutti morti in meno di due giorni. A questo proposito sto seriamente pensando di ordinare il seppellimento dei fucili e dei caricatori. Oltre ad un alleggerimento di quasi dieci chili ad uomo, eviterei che le armi possano divenire strumenti per litigi mortali. Del resto eventuali popolazioni ostili non vedo dove potremmo incontrarle in questo inferno, e per ora sono l'ultima delle mie preoccupazioni."

Continuai, affascinato dalla lettura, nei giorni 13 e 14 che si svolsero in maniera analoga al primo. Alì ascoltava in silenzio, interloquendo raramente quando qualche vocabolo o qualche frase non gli riuscivano chiare. Per tre giorni l'odissea di quei poveretti non sembrò interrotta da alcunché d'importante. Né in positivo né in negativo.

"15 OTTOBRE 1949

Oggi abbiamo iniziato l'attraversamento della Grande Mer Blanche e qualcosa si è incrinato. Abbiamo sofferto l'arsura come non mai a causa del riverbero generato dal bianco del sale e dell'aria troppo secca. Gli uomini hanno terminato quasi subito le due mezze razioni d'acqua ed il malumore comincia a serpeggiare a causa di Antonini, Faure e Wagret che non portano nulla e bevono il doppio. Non migliorano ma neanche peggiorano. Dovrò stare attento a che non diventino dei simulatori. I loro compagni li farebbero a pezzi in un attimo. Spero che Dio mi risparmi l'atrocità di dover passare qualcuno per le armi. Mi pento quasi di non aver ordinato, a questo proposito, il seppellimento delle armi, ma penso che quando marceremo di notte e durante il giorno dovremo star sempre fermi, la possibilità di alzare col fucile la nostra misera tendina parasole costituirà un distinto vantaggio. Abbiamo sofferto anche agli occhi, che non sufficientemente riparati, risentono di un principio di oftalmia dovuta alla eccessiva luminosità del cielo e del suolo. Stasera farò costruire delle mascherine di stoffa altrimenti, domani, diventeremo tutti ciechi. Finalmente possiamo scaldare dell'acqua e preparare tè e caffè, ma nessuno ha fame. Domani sarà una giornata assai più dura di oggi.

16 OTTOBRE 1949

Come temevo, oggi questa fornace ha dato fondo a tutte le sofferenze che è in grado d'infliggere. La sete ha martoriato i nostri corpi e il nostro cervello che ormai non pensa a null'altro che a bere. Per la prima volta ho dovuto respingere domande di aumento della razione d'acqua da parte di uomini che pur dovrebbero sapere cosa significherebbe scialare le scorte. I privilegi di Antonini, Faure e Wagret non potrebbero durare un giorno di più senza tragiche conseguenze. Oggi pomeriggio i tre mi hanno dato l'impressione di voler approfittare della situazione mostrando un peggioramento delle loro condizioni con atteggiamenti diversi. Arresti improvvisi della marcia, respiro pesante, allontanamenti frequenti per scariche. Non sono uno stupido e per tre volte, lasciando il comando a Leconte, con la scusa di un rilevamento sono andato a controllare a distanza di sicurezza col binocolo e li ho visti tutti e tre intenti a fumare anziché accucciati nelle loro necessità. Non noto inoltre in loro alcun miglioramento mentre, avendo bevuto dieci litri d'acqua a testa in più dei compagni portando solo il moschetto, dovrebbero mostrarne i segni. Da domani razione e carico saranno uguali per tutti. Al minimo segno di simulazione che tenda a scaricare sugli altri il peso di questa marcia disumana e a rallentarne i ritmo, passerò personalmente per le armi i responsabili. Questa sera ordinerò di togliere il caricatore dal fucile e di riporlo, assieme a quello di scorta, in fondo allo zaino. Prego di nuovo il Signore di non costringermi ad assumere il ruolo di giudice e giustiziere in una corte marziale sommaria.

18 OTTOBRE 1949

Scrivo oggi, per la prima volta, questo diario di mattina. Sono le sette. Ieri abbiamo passato tutta la giornata immobili sotto le tendine, e alle 18.30 abbiamo iniziato la nostra marcia che abbiamo protratto per dodici ore. Siamo in mezzo ad uno dei mille corridoi tutti orientati nella giusta direzione. Ma quale ? Tutto sommato non importa; per noi è una questione di buona sorte. Incrociare una cammelliera battuta o morire. Naturalmente non abbiamo trovato nessuna traccia, benché minima, sulla sponda opposta della Grande Mer Blanche, e perdere tempo, energie e scorte per cercarne sarebbe un suicidio. Dovrei arrampicarmi in cima ad una di queste dune per fare delle osservazioni col binocolo, ma lo sforzo mi prosciugherebbe certo come un'aringa e mi obbligherebbe a consumare molta acqua. Inoltre non è affatto detto che le osservazioni servano a qualcosa. Anche se al di là di una decina di questi cordoni, a soli venti o trenta chilometri di distanza in linea d'aria, ci fosse Parigi, non potremmo mai raggiungerla per l'impossibilità di scalare queste montagne di sabbia che ci circondano. Avremmo bisogno di una decina di litri d'acqua a testa e al giorno marciando completamente scarichi ! Antonini, Faure e Wagret sono dei simulatori. Ora ne ho le prove. Hanno passato tutta la giornata di ieri a parlottare credendosi non visti, e nella marcia notturna le loro scariche diarroiche si sono azzerate improvvisamente. Se le sono dimenticate. In compenso smaniano più di prima e più volte ho dovuto richiamarli all'ordine perché si arrestavano, tutti e tre insieme, improvvisamente senza motivo e gettando il loro carico a terra. Dalla prossima notte non consentirò alcuna sosta extra per nessun motivo oltre quelle da me stabilite. Chi non ce la dovesse fare non verrà aspettato."

Il 19 Ottobre, alle otto di mattina, Antonini, Faure e Wagret venivano fucilati. Ad un controllo eseguito dal tenente Martignon i loro otri risultarono pieni per meno della metà rispetto a quelli di tutti gli altri. Poiché fu accertato che non avevano perdite e poiché il carico d'acqua di ciascun uomo era considerato dal tenente riserva strategica, essi furono accusati di furto e sabotaggio in condizioni di grave pericolo, riconosciuti colpevoli e passati per le armi. Martignon dette loro il colpo di grazia. Furono seppelliti in tre buche superficiali e ricoperti di sassi. Il 20 Ottobre trascorse nel mutismo e nella regolarità più assoluta dati i fatti del giorno precedente. L'acqua dei tre fu equamente distribuita negli otri degli altri. Il 21 Ottobre Rado non si alzò più per la partenza delle 18.30. Il 22 fu la volta di Monette, il 23 quella di Montez che si suicidò. Dopo quest'ultimo episodio Martignon ritirò tutte le munizioni e conservò nel suo zaino un solo caricatore per fucile, seppellendo tutti gli altri. Cosa che non fu sufficiente ad evitare, il 24, una rissa mortale a colpi di baionetta tra Prengel e Vasquez che si concluse con l'assassinio del primo e la fucilazione del secondo. Dopo tredici giorni di marcia ben otto mucchi di sassi ne punteggiavano il percorso, come lugubri balises.

"25 OTTOBRE 1949

I nostri problemi non sono più costituiti dall'acqua, che ora è addirittura abbondante, ma dal valore delle nostre vite che ormai tutti noi consideriamo pressoché nullo. La nostra battaglia non è più contro la sete ma contro la disgregazione morale e spirituale che ci rende ogni attimo sempre più simili a bestie feroci. Su otto decessi quattro esecuzioni sommarie, un suicidio ed un omicidio. E' orribile. E' evidentemente vero che Allah rende pazzi gli uomini che vuole perdere. Forse noi abbiamo invaso una parte dei suoi giardini contro la sua volontà ed ora ne scontiamo la pena per nostra stessa mano. Dopo due settimane di marcia non abbiamo incontrato nessuna pista, vecchia o recente che fosse, né il minimo segno di presenza umana. Solo montagne di sabbia a destra e a sinistra, tutte eguali, tutte invalicabili. Ho deciso finalmente di seppellire armi e munizioni per non essere costretto a lasciare il surplus di acqua che ora abbiamo. Seppellirò anche la mia pistola perché non voglio che il suo possesso mi avveleni il cervello con la consapevolezza di aver diritto assoluto di vita e di morte sui miei uomini. D'ora in avanti, che Iddio mi perdoni la bestemmia, Lui e solo Lui dovrà assumersi la responsabilità di chiudere le nostre vite. Io morirò nell'incertezza di aver sbagliato a non prender questa decisione prima della partenza. Sei uomini ancora vivrebbero."

Il 26 Ottobre anche Lumiot non si alzò più alle 18.30. Il 27 Martignon non riuscì ad imporsi e il drappello non si mosse dal punto dove si era fermato. La mattina del 28 mancavano all'appello Giraud e Grossbach che, impazziti, avevano vagato tutta la notte. Furono trovati il giorno dopo, morti di sfinimento, ai piedi di un'enorme barcana che avevano tentato di scalare. Quando li ritrovarono anche Grillet impazzì e consumò le sue energie residue in escandescenze che gli spezzarono il cuore. I tumuli erano ormai dodici. La grafia del tenente Martignon peggiorava di pagina in pagina.

"29 OTTOBRE 1949

Siamo di fatto morti anche noi. Non abbiamo più forze. Tutte le rimanenti le abbiamo spese per tirar giù Giraud e Grossbach, cercar di calmare Grillet, e poi seppellirli tutti e tre. Stasera darò comunque l'ordine della partenza. Ho fallito nel mio tentativo, che Dio perdoni i miei errori.

Continuo le righe precedenti, scritte questa mattina, perché questa sera non ci sarà nessun ordine di partenza. Anche Fischer non si è più svegliato e aspetteremo un paio d'ore per seppellirlo. Dubito fortemente che Leconte ed io si arrivi a domani sera.

30 OTTOBRE 1949

Come una cassandra ho vaticinato il vero. Stamattina Leconte si è alzato per un suo bisogno, ha fatto qualche metro ed è caduto fulminato. Ora è di nuovo sera e fa molto freddo. Ci avviciniamo all'inverno e alle sue notti glaciali. Non ho dubbi che, da sempre, il nostro destino sia stato quello di non uscire vivi da questo mare di sabbie che è proprietà divina. Rispetterò questo destino con un preciso atto di volontà. Ora mi sdraierò vicino ai sassi che ricoprono Leconte, mi tirerò su fino ai capelli la coperta ed aspetterò."

I fogli successivi erano tutti bianchi. Richiusi il diario e lo porsi ad Alì che ancora non aveva proferito parola. Io ero come in trance. Gli avvenimenti delle ultime ore si erano succeduti in una sequenza irreale. Il caldo infernale, la baracca, Alì, i miei compagni di viaggio chissà dove, la notte buia, il diario inverosimile che sembrava l'ultima parte di un romanzo.

Alì riattizzò la brace e mise su il bricco per dell'altro tè, tanto ormai di dormire non se ne sarebbe più parlato.

"Ora capisco", fece mentre con un rametto rimestava i tizzoni smorti, "perché mio fratello non ha mai voluto raccontarmi per intero questa storia. Lui conosceva il contenuto del diario, in quei dieci giorni di smarrimento avrà visto le tombe degli ultimi morti e magari anche il cadavere mummificato di quel tenente. Forse temeva di stimolare la mia curiosità ed aveva paura che mi mettessi alla ricerca di ciò che lui aveva trovato per volontà del destino. E capisco anche perché da allora cominciò a parlare insistentemente di morte, della sua morte come ineluttabile e a breve termine. Quell'esperienza terribile deve essere stata un trauma per un giovane poco più che diciottenne. Trovarsi faccia a faccia con quei drammatici destini e col proprio gravemente ipotecato. Dahbi era molto religioso, pregava cinque volte al giorno. Quei riferimenti alla volontà di Dio che non ha voluto salvare i violatori di un luogo inaccessibile agli uomini, in coincidenza col suo tragico smarrimento, devono averlo convinto che anche lui era condannato come i quindici militari. Chissà se ad El Hadjadi, dove è poi morto, la meccanica dell'incidente fu veramente quella che raccontarono a me."

"Come andarono le cose, Alì ?"

"Il passo di Ain El Hadjadi, a Nord di In Salah, sulla nazionale numero uno che voi turisti conoscete come Transahariana, è una brusca discesa su tornanti che precipita dall'altopiano del Tademait. Oggi è tutto asfaltato, il tracciato è stato corretto, le pendenze addolcite. Ciò nonostante i mezzi pesanti per prudenza usano sempre marce basse per affrontarlo in discesa. Ai tempi di Dahbi erano sei chilometri d'inferno. Pendenza fortissima, curve strette e coperte, carreggiata sufficiente a malapena per un solo automezzo, niente asfalto. I camionisti che scendevano verso In Salah si fermavano all'inizio della discesa, spegnevano il motore per accertarsi ad orecchio che non avrebbero incrociato nessuno, ingranavano la prima e partivano. Mio fratello mi diceva che in quella sosta pregava sempre. Dunque il camion di Dahbi fu ritrovato col cambio in folle perché, sostenne la polizia, il conducente non era riuscito a passare ad una marcia più bassa. In pochi metri il gigantesco automezzo era diventato incontrollabile ed era uscito di strada. Dahbi era un buon conducente e non avrebbe mai affrontato Ain El Hadjadi con un altro rapporto che non fosse il primo."

Non chiesi direttamente ad Alì se pensava che suo fratello avesse lasciato andar giù in folle il suo semirimorchio, ormai completamente pazzo a forza di pensare al suo destino come bollato da una morte in attesa. Cercai di saperlo in altro modo.

"Alì", feci con garbo, "tuo fratello era sposato, aveva una fidanzata ?"

"Perché vuoi saperlo ?"

"Vedi, noi europei quando qualcuno muore chiediamo sempre se lascia dei figli, una moglie, una madre anziana."

"No. Dahbi non lasciava né moglie, né figli, né fidanzata. Ma tutti ci aspettavamo che avrebbe chiesto ad Ahmed Khouri sua figlia Karima in sposa. Si erano conosciuti a scuola, si erano sempre frequentati, anche se informalmente, e ormai lui aveva un lavoro buono e sicuro. Ma non lo fece."

Dahbi aveva tolto il freno ed era sceso in folle verso la sua morte.

Fino alle tre del mattino fu di nuovo Alì a parlare. Mi raccontò di sé, della sua famiglia e dei tempi migliori che aveva vissuti. Anche se cittadino algerino come i suoi fratelli, era fiero della sua estrazione targui, di appartenere spiritualmente alla gente di suo nonno. Gente senza frontiere e senza passaporto, che insegue per tutta la vita le occasioni di sopravvivenza che un mondo morto sembra partorire con estrema parsimonia appositamente per loro.

Nella mia testa si affollavano ormai troppi pensieri e non ero più in grado di riflettere efficacemente su alcunché. Inoltre la stanchezza del giorno precedente cominciava a sopraffarmi. Dissi ad Alì che desideravo dormire e lui stese il braccio in una direzione.

"Di là, i tuoi amici sono andati di là. Bonne nuit"

Mi incamminai nel buio, nel quale distinguevo a sufficienza per le molte ore di adattamento che i miei occhi avevano subito e per il gran numero di stelle che riuscivano a schiarire la notte senza luna. Dopo qualche centinaio di metri vidi, al riparo di un misero monticello di sabbia che avevano ritenuto sufficiente schermo all'indiscrezione e alla pericolosità del luogo, la bara di nylon entro cui erano stesi Laura e Massimo.

La piccolissima tenda sembrava vivere di vita propria, sollecitata com'era da protuberanze in movimento che deformavano il telo premendolo dall'interno. Sbuffi, lamenti ed imprecazioni soffocate davano la misura della qualità del riposo di cui stavano usufruendo. Là dentro probabilmente mancava anche l'aria per respirare, ma qualcuno a Prato, vendendo loro quell'aggeggio inutile, doveva averli convinti che si trattava di un attrezzo altamente tecnico appositamente studiato per il deserto. Del resto, il nome cucito su quella targhetta gialla in basso, non diceva per l'appunto "Ténéré" ? Presi la mia coperta di lana dalla Land e mi stesi accanto alle sue ruote. Pensavo che all'alba mancavano poco più di tre ore e che forse non sarei neanche riuscito ad addormentarmi.

Verso le sette il chiasso di un furioso alterco mi destò dal sonno profondo. Laura e Massimo stavano litigando della grossa, dando sfogo evidente alla notte insonne e ai disagi profondi e continuati che avevano accumulati.

Emergendo dal mio involto caprino vidi il loro fornellino a gas rovesciato dal quale sibilava un gas nauseabondo e rovesciata anche la piccola caffettiera che doveva esservi sopra. Il caffè aveva macchiato la sabbia bianca e polverosa di Hassi Bel Guebbour. Evidentemente il gesto maldestro di uno dei due doveva aver provocato l'incidente e scatenato la furiosa lite a suon di pesanti rimbrotti. Laura in particolare aveva una lingua tagliente come un bisturi che usava senza pietà. Basta, avevo deciso. Con due o tre giorni, passando per Amguid, li avrei scaricati senza tanti complimenti a Tamanrasset. Che si arrangiassero per loro conto. Io ne avevo le tasche piene. Speravo solo di giungervi senza ulteriori scenate nelle quali fossi coinvolto mio malgrado.

Il Berliet di Alì non era più al suo posto. Andai alla baracca per un caffè e chiesi di lui. Era partito, assieme ad altri due camion identici, per Tam. Di lì si sarebbero diretti verso Timiaouine e Bordj Moktar via pozzi di Tim Missaou per rifornire questi due villaggi di frontiera di carburante. Poi sarebbero tornati indietro. Insieme alle informazioni ricevetti una pagina bianca del diario che avevo letto la sera precedente con su scritto a caratteri maiuscoli incerti: "ALI' ABIDINE, BENI MOULAY BASSIDI. CENTRE VILLE. TAMANRASSET".

Non avrei mai raggiunto Alì a Tam ma forse a Timia o a Bordj o, tutt'alpiù, prima di uno dei due villaggi quando lui fosse stato sulla strada del ritorno.

La rincorsa di Alì fu impresa vana. Al momento non avevo fatto mente locale sulle distanze che i camionisti che lavorano nel Sahara riescono a coprire coi loro automezzi in un sol giorno.

Nonostante la folle corsa sul camion di Tahat mi avesse insegnato qualcosa non avevo ancora una chiara visione di cosa significava percorrere le piste di questi elefanti, ricche di varianti e di varianti delle varianti che le allargano sino all'inverosimile. Non avevo la minima idea dei rapporti dimensionali che intercorrono tra queste grandi piste e gli automezzi che le percorrono. Lunghezze di migliaia di chilometri. Larghezze di decine e decine fino ai cento, centoventi. Milioni di tracce su cui si muovono microscopiche automobiline a 4, 6, 12 ruote....

Sulla pista per Amguid, nei pressi di una zona ricca di tombe preislamiche, Massimo smontando una mattina la sua tendina vi scoprì sotto uno scorpione di discrete dimensioni ed ebbe il crollo dei nervi. Cominciò ad urlare come un forsennato singhiozzando e scalciando in terra, mentre noi due non capivamo cosa diavolo gli fosse preso. Quando vidi l'animaletto drizzarsi e correre via terrorizzato, non seppi dargli torto. Povero Massimo! Anche se non lo sapeva, aveva disturbato il sonno di uno scorpione giallo e nero, dalla puntura neurotossica e mortale. Laura non si lasciò scappare l'occasione di metterci il suo di veleno, irridendolo e invitandolo a starsene a casa la prossima volta, se i nervi non gli reggevano.

Il bue che dava del cornuto all'asino !

Nel primo pomeriggio, con cortesia ma con fermezza, li scaricai a Tam al campeggio Des Zeribas tra lo stupore dei loro "Perché ?", "Non siamo forse stati bene insieme ?".

Mai più, giurai a me stesso.

Ai pozzi di Tim Missaou mi insabbiai ferocemente.

La Land sembrava non avere più nessuna intenzione di uscire da quella morsa.

Lasciai perdere la vettura malamente affondata nella sabbia e mi incamminai a piedi verso i pozzi, che distavano un paio di chilometri. Laggiù un targui magro e bassino tirava su acqua per il suo cammello con una pentola sfondata fissata ad una corda sfilacciata. A fronte di tanta fatica ogni volta non guadagnava che una misera tazza di liquido. Inoltre, siccome i cammelli non bevono se prima non hanno mangiato, il suo si rifiutava di bere perché gli sterpi del luogo non erano della qualità adatta.

Bel problema.

Quell'uomo si chiamava Abdolo e anche lui doveva entrare nella mia vita come uno dei miei migliori amici. Gli regalai un bel secchio di plastica con venti metri di buona corda. Con un lavoro disumano tirai fuori dalla sabbia a colpi di pala il mio macinino e me ne andai con la promessa, un giorno, di andare a mangiare nella sua tenda vicino a Silet. Non potevo allora immaginare che quella promessa l'avrei mantenuta in occasione del secondo stravolgimento della mia vita.

Prima di Timiaouine persi l'orientamento per due interi giorni.

E prima di Bordj Moktar fui catturato da una pattuglia di soldati maliani alla caccia di ribelli touaregh, che aveva sconfinato in Algeria apposta per la mia vettura.

Avevo a bordo un tizio che mi aveva scroccato un passaggio da Timia e speravo ardentemente che non fosse una persona compromessa con quel governo. All'alt fui circondato da uomini armati senza divisa. Un tipo con pantaloni mimetici, camisaccio di colore indefinito e volto interamente fasciato da chéche ed occhiali da sole, poggiò senza tanti complimenti la canna di un fucile mitragliatore a tamburo sul bordo del finestrino, dito sul grilletto. Un altro, in piedi sul cassone di un pick-up Toyota, con un lungo spolverino ed un cappellone che lo facevano somigliare a Django, maneggiava una mitragliatrice a nastro puntata contro il parabrezza. Dopo un tempo che mi parve infinito, durante il quale non osai neanche tirar giù le mani dal volante, spuntò fuori un graduato, finalmente in divisa, che controllò - in territorio algerino ! - i nostri documenti, chiese un paio di cose a me, interrogò per venti minuti il mio passeggero e quindi, bontà sua, ci lasciò andare.

A Bordj, alla pompa di benzina, mi dissero che tre giorni prima avevano completato i rifornimenti e che i camion erano tornati indietro.

Non avevo incontrato Alì.

Solo, in quello squallido posto di frontiera dove dovetti presentarmi alla polizia e dove subii un nuovo interrogatorio, presi la ridicola decisione di andare tra i Grandi Erg a cercare i quattordici tumuli, come se trovare tracce sepolte da decenni in un punto qualsiasi di quell'oceano di fuoco fosse come cercare un sentierino nel Parco del Lambro. Feci rifornimento d'acqua e di carburante e in tre giorni fui ad Adrar, con alle spalle la mitica Bidon Cinq che il tenete Martignon e i suoi uomini non avevano mai raggiunto.

Avrei avuto bisogno di una guida.

Provai a chiedere alla réception dell'Hotel Communal e lì mi consigliarono di cercare nel quartiere abitato da quei touaregh ormai sedentari in questa città. Non faticai molto a trovare Brahim, un vecchio di 74 anni che, mi assicurò il giovanotto che mi aveva accompagnato, conosceva i grandi Erg come le sue tasche poiché sparsi da qualche parte, vi si trovavano i suoi 51 cammelli.

Non sapevo da che parte iniziare e la cosa più logica mi sembrava quella di raggiungere l'unico forte della Legione presente in quella regione. Spiegai le mie intenzioni al giovanotto che le tradusse a Brahim il quale, neanche a dirlo, non soltanto parlava esclusivamente tamaq, ma parlava anche poco in assoluto. Lui fece un gesto con la mano destra, come per indicare qualcosa che scavalca qualcos'altro, e poi, sventagliando gli avambracci di fronte a sé con le palme delle mani rivolte a terra, fece il segno internazionale dell' "E' tutto finito". Chiesi aiuto al ragazzo che mi tradusse: "Nessun mezzo a motore , né vettura né camion, può in questo momento arrivare a Bou Barnous."

"Ma come", ribattei io, "qui sulle carte militari c'è indicata una pista importante che vi arriva e prosegue oltre fino a Chenachane !"

Il ragazzo tradusse e Brahim insisté col suo segno: "E' tutto finito !"

Partimmo comunque, e per le mie insistenze e perché Brahim aveva annusato l'occasione per esplorare un po' di terreno alla ricerca dei suoi cammelli che non vedeva da tempo.

Brahim era muto.

In tutto il viaggio non proferì che qualche parola incomprensibile, e per dieci giorni si stabilì uno strano rapporto tra i miei occhi e la sua mano destra. Seduto accanto a me, la teneva poggiata sulla sinistra e tutte e due le teneva sulle ginocchia raccolte. Questa mano era come un essere vivente a sé stante, separato dal corpo cui pure apparteneva. Snodata dal polso era atteggiata con il pollice, l'anulare e il mignolo raccolti contro il palmo, e l'indice e il medio accoppiati che fungevano da indicatore di direzione. Lui dunque non parlava, raramente girava il capo per guardare in una direzione diversa da quella di marcia, mentre la sua mano autonomamente indicava la pista, spesso inesistente, ora qua ora là. I miei occhi dovevano tenere sotto controllo quella mano con uno spossante va e vieni dal parabrezza. Quando talvolta non interpretavo correttamente ciò che essa mi significava, il suo leggero movimento diveniva imperativo, ed era accompagnato da un incomprensibile borbottio che veniva da un altro mondo.

La voce di Brahim.

Dopo tre giorni, l'impossibilità di raggiungere Bou Barnous fu evidente. Quell'anno dune immense ed invalicabili inghiottivano la pista a Nord del forte. Arrestata la vettura di fronte alla prima di esse, Brahim, senza parlare, aprì le palme delle mani verso l'alto distaccandole tra di loro, e accompagnando il gesto con un sorrisetto mi significò: "Hai visto ? Che ti avevo detto ?" Mi resi conto dell'assurdità delle mie pretese. Ero in Africa da qualche mese, con scarsa esperienza, poche attrezzature, in uno stato di equilibrio emotivo assai precario, e da solo volevo risolvere un mistero che forse avrebbe richiesto anni ad una spedizione ben organizzata.

Per compensarmi della delusione Brahim mi portò a spasso per dieci giorni nell'Erg Chech. Una regione immensa e selvaggia, nella quale percorremmo più di duemila chilometri senza incontrare un essere vivente, senza trovare una goccia d'acqua. Visitammo almeno una dozzina di pozzi morti, alcuni da un secolo altri da dieci o vent'anni, ma di acqua sempre nulla. L'unica che trovammo furono poche tazze scavate ai piedi di una concrezione salina di fronte ad una grande duna, imbevibili perché fortemente sulfuree. E dire che questa non era che una delle tante parti che formano la regione dei grandi Erg, una delle quali custodiva il segreto dei quattordici tumuli. Se da Roma mi fossi recato in Nepal con l'intenzione di scalare il K2 a piedi nudi ed in costume da bagno, avrei avuto maggiori chances.

Ad Adrar fui ospite della famiglia di Brahim, i cui figli mi raccontarono di lui cose incredibili. Che alla sua età partiva ancora da solo con uno o due cammelli, alle volte anche per mesi, alla ricerca dei suoi animali. Che era capace di coprire sino ad ottanta chilometri al giorno marciando ininterrottamente per 16, 18 ore. Che pur non disdegnando la buona cucina a casa sua, nel Sahara era di una frugalità senza limiti. Con semola, cipolle e tè era capace di vivere sei mesi. Mi ricordai allora di quando, scalando una duna alta circa duecento metri, si era dovuto fermare più volte ad aspettarmi. Io, con un fisico più robusto e trent'anni in meno ansimavo e sdrucciolavo in continuazione là dove lui filava come un treno. E di quando per raggiungere a piedi dei pozzi poi rivelatisi asciutti ed inaccessibili con la vettura, camminammo per un pomeriggio intero in una sarabanda di dune che facevano venire il mal di mare. Lui, al ritorno, con tranquillità accese il fuoco, preparò il tè ed attese che fosse pronto, senza bere. Io mi attaccai alla capra e la vuotai per metà.

Ero disseccato e mi girava la testa.

Torna alla pagina precedenteTorna alla copertinaGira pagina