Mi accorsi di avere sete perché cercavo in continuazione di umettarmi le labbra.

I miei sensi erano rientrati in contatto con la realtà e l'udito mi trasmetteva richiami provenienti da un mondo lontano.

Mi-che-le ! Mi-che-le ! Mi-che-le !

Mi guardai intorno.

Mi accorsi che ero circondato da enormi abeti e che il viottolo che seguivo si era trasformato in un ripido sentiero in salita. La visibilità era scarsa, segno che il sole era ormai alle spalle delle montagne che circondavano la stretta valle.

La falla spazio temporale si era chiusa alle mie spalle, la corteccia cerebrale era di nuovo a riposo ed io mi trovavo dalla parte giusta del muro.

Tornai sui miei passi rapidamente, corsi.

I quattordici mucchi di sassi appartenevano al passato e la mia coscienza faceva di tutto per tenerli lontano dal presente, ma le bianche pietre di granito che scorrevano alla mia destra sembravano volermi avvertire che la tragica storia era lì, pronta a riemergere dalla sabbia e che avrebbe albergato ancora per molti anni tra le molecole più recondite del mio essere.

Impiegai diversi minuti per giungere in vista della casa e del giardino, sull'ingresso del quale una figura chiara era immobile, volta verso di me.

Mi ero allontanato parecchio.

"Michi che fai, fuggi anche il giorno delle nozze ?"

Non raccolsi quell’innocente ed involontario accenno a fatti trascorsi ed infischiandomene del pubblico presente l'abbracciai e la baciai senza remore, scatenando un'incredibile gazzarra di fischi, urla e battimani che alle mie orecchie arrivavano come sussurri.

Finalmente il ricevimento ebbe termine.

Strinsi la mano di tutti e per ultimo quella di Berto che, serrando la mia tra le sue due, mi disse sorridendo appena :"Abbine cura. Se dovessi farla soffrire dovresti poi fare i conti con me. E sarebbero conti salati." Non era riuscito a sopprimere l’ostilità nei miei confronti con quella battuta e così, per parare la manchevolezza, sostenne la stretta e lo sguardo per alcuni interminabili istanti, come a sottolineare la serietà di quanto mi aveva appena detto e poi disse: "Ciao, ci vediamo. Buon viaggio e, soprattutto, buona fortuna." Baciò Annamaria sulla guancia sussurrandole parole di convenienza e poi scomparve dentro un gigantesco Chevrolet Blazer grigio metallizzato, al cui cospetto tutte le altre vetture sembravano giocattoli.

La mattina seguente, dopo esser sceso dal balcone ed aver eseguito un buon Koryo nonostante i fuochi artificiali della notte precedente, risalii in casa per la porta e per le scale.

In cucina trovai Chiara, intenta a preparare la colazione per la truppa, che mi salutò con un caldo e cortese buongiorno cui io risposi con un confuso balbettio. Ero a torso nudo e i segni che il combattimento con Annamaria mi aveva lasciato addosso, assieme al ricordo di tutta la serie di rumori che lo avevano accompagnato e che con molta probabilità erano stati uditi anche dal parroco di San Bernardo, mi facevano sembrare ironico il suo sorriso. Mi sentii in imbarazzo e così battei in ritirata con la scusa della maglietta mancante, prima che in cucina piombasse anche Lorenzo con una delle sue battute al vetriolo.

Ed infatti, incrociandolo sulle scale che portavano al piano superiore, non se ne fece sfuggire l'occasione.

" Ecco Lawrence d’Arabia ! Ti è forse saltato addosso Camillo? Sai, non sopporta gli uomini di colore, specie quelli che urlano di primo mattino."

Camillo era il cane del nostro vicino.

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