ANNAMARIA
Algeria. Montagne dell'Hoggar. Passo dell'Assekrem.
Annamaria l'avevo conosciuta lì, nel ristorantino gestito quell'anno da due neri del Ghana di cui non ricordo il nome.
Ci eravamo scambiati alcune parole poche ora prima, alla base della pista che porta al passo, sbarrata da tre Toyota d'agenzia che si erano fermate per dar modo ai loro passeggeri di scendere ad osservare qualcosa. Avevo colto l’occasione di quella sosta forzata per dare respiro all’ansante Tin Hinan ed ero sceso inerpicandomi su per dei roccioni verso un piccolo plateau che avevo raggiunto senza che il mio cuore accelerasse il suo ritmo di un solo battito. Che diavolo c’era da vedere in quel posto che mi fosse sfuggito ?
Lì, su una figura ancora indistinta e spezzata da un orizzonte non del tutto abbattuto, avevo visto per la prima volta i suoi lunghi riccioli castani emergere ed ondeggiare in mezzo a diverse teste bionde, mentre una voce squillante e gradevole che sovrastava il brusio delle altre colpiva decisa i miei orecchi.
Non ci voleva molto a capire che si trattava di un gruppo di turisti con poco tempo a disposizione in visita a pitture neolitiche false.
Eh già !
Le agenzie non rifiutano nulla a nessuno e quando capitano clienti intrappolati in un "Tour del Sahara in cinque giorni, con inclusa visita alle famose pitture rupestri", li dirottano su dipinti fasulli realizzati a bella posta, dato che quelli veri distano sempre troppo per essere raggiunti col poco tempo a disposizione.
Annamaria era indubbiamente interessante.
Alta e prestante, polarizzava l’attenzione parlando in continuazione con una cadenza da giovane manager ma non petulante. In quella breve vacanza era efficiente come sicuramente lo era sul suo lavoro e si aggirava tra i roccioni spiegando ai suoi compagni francesi, in un francese migliore del loro, storia e significato di quei graffiti scolpiti probabilmente una decina d'anni prima. Lei non era competente in materia, riuscivo a capirlo, ma si era documentata a casa e sfoggiava ora le sue cognizioni senza saccenza, con piglio sicuro ed in fondo anche simpatico. Che poi stesse parlando di disegni preistorici falsi, la cosa non importava. E del resto, ne son certo, avrebbe potuto parlare con la stessa sicurezza anche di insaccati di suino o di tarocchi. Prima si sarebbe documentata, e poi avrebbe tenuto lezione.
Illustrò anche a me, che mi ero avvicinato al gruppo, le meraviglie di quei dessins rupestres, ed io ascoltavo, affascinato da quel concentrato di efficienza più che dalle nozioni scolastiche che sciorinava con sapienza, quasi dovesse venderle.
Si trattava di un monologo in francese su di un argomento che non mi interessava e la mia attenzione auditiva venne pian piano meno, sinché la sua voce non si ridusse di volume per le mie orecchie, quasi venisse di lontano.
Galleggiando nel mio limbo personale, come mi accadeva sempre più spesso da alcuni anni, mi chiedevo cosa ci facesse una bella ragazza di circa trent'anni in un posto come quello, senza un marito, un fidanzato, un uomo qualsiasi. E intanto la osservavo, attratto dai suoi capelli lunghi ed ondulati, dal suo corpo infilato in abiti solo apparentemente trasandati, dal suo profumo leggero, estraneo agli afrori locali.
I miei occhi persero man mano il fuoco sul suo volto fissando in lontananza e contro sole qualcosa di indefinito. La sua immagine, ormai flou, si era sdoppiata ma le due non si assomigliavano. La nuova aveva capelli corti e neri, gli occhi chiari. Tutta la figura era più piccola e vestita con un paio di jeans scoloriti con due buchi sulle ginocchia ed una t-shirt con su scritto qualcosa.
Avevo ormai smarrito il filo della sua dissertazione che si era fermata evidentemente con una domanda dal momento che mi fissava con aria interrogativa, gentile e curiosa assieme.
Se questa domanda c'era stata io non avevo ascoltato.
"Lei parla italiano ?" Chiesi scioccamente nel tentativo di evadere l'imbarazzo.
L'improvvisa rivelazione della mia nazionalità - non avevo sino a quel momento pronunciato parola - le fece dimenticare tutto e tutti e con un largo sorriso che le invidiai per la simpatia che ispirava mi porse la mano e presentandosi me la strinse con un'energia insolita in una donna.
"Finalmente ! Che musica le sue parole ! Cominciavo ad averne le tasche piene di non poter parlare che in francese." Disse con un leggero accento da Milano bene.
Era, per l’appunto, di Milano ed in viaggio per quei pochi giorni che il suo lavoro le aveva permesso insieme a dei francesi perché, quando il suo "capo" le aveva comunicato che poteva distendersi per un paio di settimane, lei si trovava a Parigi. Presa alla sprovvista, per non perdere neanche un'ora del suo prezioso tempo, si era infilata nel primo IT non banale che aveva trovato. Les Lumiéres du Desert dell'agenzia Dromadaire.
"Ma lei da dove viene ? Con quale agenzia viaggia ? Dove sono i suoi compagni ?" Chiese atteggiando il volto a candida curiosità.
Io ero un architetto senza progetti e senza futuro, oltreché senza presente.
Ero in viaggio da troppo tempo con una Land Rover passo lungo vecchia di vent'anni, solo, senza una meta precisa e senza scadenze che non fossero quelle della durata dei visti di soggiorno.
Quanto mi trattenevo ?
Chissà. Forse quanto sarebbe vissuta la Land, comperata a Niamey, capitale del Niger che avevo raggiunto con un viaggio pazzesco intrapreso per disperazione.
Ma ad Annamaria, lo capii subito, tutto ciò non poteva interessare. I suoi schemi esistenziali erano sicuramente argomentati e solidi, le sue categorie mentali certamente ben classificate e definite, tutto lontano milioni di anni luce dalla mia realtà fatta di incertezze e di rifiuto della certezza.
Mi rendevo conto che avrei dovuto iniziare a parlare ma non sapevo di cosa, ed inoltre faticavo ad abbandonare lo stato di torpore mentale nel quale mi arroccavo quando sentivo minacciato il mio anonimato protettivo. Non le raccontai nulla di me, ma inventai all'istante, con una fantasia eccellente, un personaggio adatto alla situazione.
"Non sono in vacanza; sono qui per lavoro, in attesa di turisti da Roma. Sono una guida e lavoro per l'agenzia Sole Rosso." Credo si tratti di un film western con Toshiro Mifune, uno degli ultimi che dovevo aver visto in Tv prima di lasciare l'Italia. La cosa mi sembrava buffa e probabilmente non riuscii a sopprimere efficacemente il sorriso che cercava di affiorare dalle mie labbra. Ma in fin dei conti che cosa importava; tra cinque minuti se ne sarebbe andata e non l’avrei più rivista.
Mi accorsi che le stringevo ancora la mano perché, con dolce cortesia, mi fece notare che tutti erano scesi verso le Toyota ed aspettavano lei.
"Facciamo così. Io ora devo andare, ma come forse saprà qualche chilometro più avanti c’è un albergo con ristorante. Venga anche lei con la sua vettura così potremo pranzare insieme e scambiare altre due chiacchiere. D'accordo ?" Disse attendendo una risposta ovviamente affermativa.
Qualche chilometro ?
Albergo ?
Ristorante ?
Povera Annamaria !
Già vedevo i suoi bei capelli puliti e profumati scompigliati su di un materasso sudicio steso sul pavimento di una stanza nuda coi muri sbrecciati nell'albergo, insieme ad altre sette od otto persone.
Già immaginavo il suo bel sedere, avvezzo a poltrone executive, rimbalzare in continuazione sui sedili della Toyota che avrebbe coperto qualche chilometro in ore ed ore ad una media da tartaruga.
La sua smorfia di disgusto di fronte allo squallido rancio del ristorante era lì, dinanzi a me sul suo volto.
Povera Annamaria !
Che sicuramente pregustava il racconto che avrebbe fatto ai suoi colleghi di Milano del suo incredibile incontro con una guida dell'inesistente agenzia Sole Rosso, mentre di fronte al monitor del suo terminale avrebbe osservato lo scorrere delle schede personali di centinaia di teste d’uovo alla sua mercè.
"Si, d'accordo. Ci vediamo più tardi." Risposi pensando nel contempo che sarebbe stato un bel problema fare inversione di marcia su quella pista stretta, ripidissima e dal fondo sconvolto.
Risalii sulla Land lasciando andare lo sportello che si richiuse con violenza inaudita a causa della forte pendenza e aspettai che le Toyota si allontanassero.
Seduto al posto di guida, rilassato come un astronauta in assetto di decollo, pensai agli ultimi trenta minuti della mia vita, mentre un groppo iniziava a montare dalla bocca dello stomaco direttamente verso la gola ed i canali lacrimali si riempivano di liquido. Deglutendo a forza e sbattendo in continuazione le palpebre per non arrendermi alla debolezza, guardai nello specchietto retrovisore e vidi la testa di un uomo di quarantacinque anni con sopra un lungo straccio blu slavato ed arrotolato a turbante, con la barba incolta e con le rughe. Ed anche se la superficie dello specchio non me lo permetteva vidi, al di sotto della testa, una maglietta sporca con qualche macchia di grasso, un paio di pantaloni informi ed impolverati, due piedi nudi e sudici infilati in un paio di ciabattine da doccia dozzinali.
Come m'ero ridotto !
Ma come poteva bersi una donna come quella le mie panzane !
E soprattutto che senso avevano!
Una volta che fossi giunto al passo come si sarebbero messe le cose ?
Tin Hinan ed io da quelle parti eravamo noti quanto Platini; con padre Edouard mi ero addirittura confessato!, Ficcanaso come erano, i due neri del Ghana sarebbero andati in solluchero nello spiegare ad Annamaria che doveva esserci un errore. Io non ero una guida ! Guida ?
Ma non poteva venirmi un’idea migliore ?
Non girai, come saggiamente avrei dovuto fare, il muso della mia vecchia Tin Hinan che con molti brontolii e tanta rassegnazione fece sentire la sua voce rauca dopo un paio di tentativi con la chiave d'accensione. Proseguii diritto verso l'Assekrem con la vaga impressione di aggiungere un'idiozia in più alle tante già commesse.
Dopo circa quattro ore giunsi al passo, dove le Toyota erano ordinatamente parcheggiate contro il muro di confine.
Il sole era scomparso dietro le enormi montagne che circondano la piccola costruzione e fra poco sarebbe stata notte fonda. Lei era in piedi all'ingresso del piazzale che agitava le braccia nella mia direzione, e la sua figura chiara si staccava nettamente contro uno sfondo ogni istante sempre più scuro. Le passai accanto andando a parcheggiare vicino alle Toyota, raggiunte le quali tolsi il contatto al motore che infliggendo un brutale sussulto a tutta la vettura si arrestò ruttando. Aprii lo sportello sconquassato e privo del suo ritegno che andò a sbattere con fragore contro il parafango. Scesi a terra con le orecchie che ancora ronzavano per il rumore.
Annamaria era corsa dietro a Tin Hinan ed era lì, davanti a me.
Era fresca come una rosa, i capelli ben pettinati che si agitavano come avessero vita propria, con indosso una tuta sportiva di gran classe. Con naturalezza, come si fa con un vecchio amico, pose le mani sulle mie spalle.
"Allora signora guida, come mai tanto ritardo ? Pensavo che si fosse smarrita lungo la pista o che avesse rinunciato al mio invito. Ma diamoci del tu, è più simpatico."
Che dovevo rispondere ?
Che ero rimasto un paio d'ore o forse più ad osservare un uomo di mezz'età malvestito e malmesso, seduto come un baccalà all'interno di una vecchia carretta?
"Ho incontrato una vettura con dei tedeschi che avevano difficoltà a sostituire una gomma forata. Mi son fermato ad aiutarli." E sulla i di aiutarli mi resi conto che il parto della fantasia avrebbe potuto essere migliore.
Vettura ferma ?
Ma allora avrebbe dovuto vederla anche lei !
Tedeschi in difficoltà ?
Figuriamoci !
Senza soluzioni di continuità si mise al mio fianco e incamminandosi verso il ristorantino mi passò il braccio destro sopra le spalle ancora con naturalezza. Una naturalezza che non andava d'accordo coi miei movimenti rigidi ed impacciati e che non poteva in alcun modo essere fraintesa.
"Ci ho riflettuto sopra ma per la verità non riesco proprio a ricordare un’agenzia che si chiami Sole Rosso. E sì che ne ho consultate in Italia e in Francia per questo viaggio.... Dov’è che opera ?."
"Per la verità, signorina, l’agenzia Sole Rosso è molto piccola e poco conosciuta, quasi un club privato. Comunque ha sede a Roma, in via Dei Coronari." Spiegai farfugliando ma quasi certo che a quell’indirizzo non potesse esserci una scuola o una galleria d’arte che lei per colmo di sfortuna conoscesse.
Rise, piegandosi leggermente in avanti e portando la mano sinistra sulla bocca con uno stile adeguato all’educazione che si riceve nei migliori collegi femminili, mentre lo squillo della sua voce rimbalzava da un picco all'altro per alcuni secondi nell'oscurità più completa che in un attimo ci aveva circondato. Solo la lanterna a candela, fioca e tremolante, appesa fuori della porta del rifugio ormai invisibile, dava l'idea della presenza umana.
Mi resi conto che la piccola recita sul nome dell'agenzia era una precisa finzione di Annamaria per scuotere lo strato di polvere che mi appesantiva lo spirito e mi irrigidiva il corpo.
Altro che turista rompiballe!
Era una donna dall'intelligenza superiore alla media, a suo agio in qualsiasi ambiente con chiunque, e se avessi insistito nell'abborracciare storie inventate mi avrebbe ben presto crocifisso.
"Vada pure avanti, io la raggiungerò tra poco. Giusto il tempo di mettermi in ordine e di cambiarmi d'abito" dissi fermandomi e facendo in modo che il suo braccio scivolasse via dalla mia spalla. Dovevo in realtà assolutamente riflettere sul come comportarmi e su cosa inventare per superare il problema della mia notorietà sull’Assekrem e dintorni.
"Perfetto, vado a raggiungere gli altri e a riservare due posti vicini per noi. Ma ricorda, diamoci del tu. A tra poco." Disse allontanandosi e continuando a guardarmi sinché non raggiunse la porta del rifugio
Come scomparve all'interno del locale iniziai a rovistare nell'abitacolo della vettura, nella confusione indescrivibile che vi regnava, alla ricerca di un paio di pantaloni puliti e di una maglietta altrettanto pulita. Li trovai infine in fondo ad una sacca da marina, tutti spiegazzati ed attorcigliati. Mi tolsi la maglietta sudicia, mi misi sotto la ghirba in pelle di capra appesa alla bagagliera e ne stappai il collo versandomi addosso dell'acqua. Rabbrividendo sotto il getto gelato mi insaponai, mi sciacquai e mi asciugai con lo chéche a velocità supersonica visto che rischiavo una polmonite a quell'ora e a quella quota; poco meno di 2.600 metri. Cercai affannosamente una boccetta di profumo del Mali che sapevo essere da qualche parte. Come un forsennato, sollevando nubi di polvere che riempivano l'abitacolo, agguantavo abiti sporchi ed oggetti, li palpavo al buio e li gettavo fuori della vettura sinché non trovai la boccetta, ben tappata con un bastoncino, dentro una sacchettino di cuoio che conteneva anche del kohl. Dono di Abdolo, un targui Iforhas che avevo conosciuto ai pozzi di Tim Missaou e col quale avevo in seguito passato un’intera estate. Resistetti alla tentazione di vuotarmi addosso il contenuto della boccetta e la usai solo per umettarmi il retro delle orecchie. Mi rivestii indossando maglietta e pantaloni puliti, una goccia di profumo sotto le ascelle, un paio di Espadrillas blu miracolosamente sopravvissute alle ingiurie delle piste, ed eccomi bello e pronto.
Mi guardai nello specchio della Land alla luce incerta della
lampada di cabina.
Forse potevo andare.
La maglietta, nera e pulita, era molto aderente e metteva in risalto un torace e delle braccia conquistati in anni di palestra. Il ventre piatto, merito più che dello sport della dieta ascetica che condiva la mia vita ormai da tempo, la faccia finalmente pulita, i capelli pepe e sale cortissimi opera del coiffeur di Tam ed una barba che poteva anche sembrare artatamente incolta, rialzarono il mio morale. Ricacciai tutte le mie cianfrusaglie dentro la vettura, sbattei lo sportello e, mani in tasca, varcai la soglia del locale nel quale ero già stato altre volte, sperando che i gestori tardassero ad aprire le loro enormi bocche.
Sapevo che l'avrei trovata seduta sulla destra, sul lungo ed unico divano di fronte ad un altrettanto lungo e basso tavolone sul quale si mangiava.
Annamaria agitò la mano venendomi incontro.
Mi prese a braccetto e mi presentò ai suoi amici francesi per quello che le avevo raccontato, mettendo nella presentazione una convinzione che io stesso non avrei avuto. Mi sentii sprofondare nell'imbarazzo, e se non fosse stato per la poca luce ambiente non avrei potuto nascondere l'incandescenza che sentivo sul volto. Stetti al gioco e strinsi quattordici mani di altrettante persone tra cui quella dell'invidioso della situazione, un arrogante giovanotto che evidentemente aveva incluso Annamaria nei suoi programmi lungo il volo da Parigi.
Ma la cosa mi interessava minimamente, apparendomi già ridicolo e senza senso il solo sforzo che avevo fatto per rendermi presentabile ai suoi occhi.
Perché avevo fatto questo ?
Perché agivo secondo schemi di comportamento che avevo abbandonato da un pezzo
?
Per conquistare l'attenzione di una bella donna in vacanza che probabilmente desiderava solo avere una storia in più da raccontare ?
Magari avrebbe voluto anche una foto ricordo insieme!
"Et maintenant excusez-nous mais mon ami et moi nous avons beaucoup de choses à raconter. A toutè l'heure."
Neanche avesse letto i miei pensieri si diresse verso il fondo del locale, trascinandomi ben stretto e obbligandomi a sedere a fianco a lei all'estremità del lungo divano interponendosi colla sua persona tra il triste italiano e la vivace brigata francese.
Ed ora l'inevitabile sarebbe accaduto.
Il nero del Ghana si sarebbe avvicinato, si sarebbe seduto accanto a noi ed avrebbe cercato di ficcare il suo nasone negli affari intercorrenti tra Ag Tagrest e la bella femmina che lo teneva per il braccio.
Provo ad immaginare gli attimi successivi:
Lui:" Allora Michel, ti sei ricordato del mio libro
?"
Io:"Si, ma non avevano La Nuit Sacrée; la prossima settimana forse
arriverà L’enfant de sable. Te lo porterò, sta tranquillo."
Lei:"Lei legge Tahar Ben Jelloum ?"
Lui:"Oui, en Francais...lei è un’amica di Ag Tagrest ?"
Lei:"Ag Tagrest ?"
Lui:"Si, il figlio dell’inverno, lui, Michel; qui tutti lo
chiamano così. E’ spuntato dal Grande Sud in un giorno d’inverno assieme
alla sua donna..."
E così via. A quel ficcanaso non sarebbe parso vero di poter intavolare una conversazione di ore con la bruna straniera avente per oggetto la mia vita che lui conosceva forse meglio di me stesso.
Poi ebbi un lampo di genio.
Ero nel paese del baratto e me ne ero dimenticato !
Mi scusai un attimo e mi diressi ad acciuffare uno dei due gestori prima che provocassero la frittata. Lo trascinai in cucina e gli chiesi senza preamboli se ancora gli interessava il mio Swatch, unico segno superstite del mio passato di consumatore di cose inutili. Cercò di menare il can per l'aia perché aveva capito che avevo bisogno di qualcosa d’importante ma non gli detti il tempo di ragionare. Mi tolsi l'orologio e glielo misi in mano dicendogli che se non voleva restituirmelo avrebbe dovuto farmi fare bella figura con l'italiana.
E che fosse una bella figura davvero!
Becco chiuso e cena eccellente.
Quindi girai i tacchi e tornai da Annamaria.
"Cos'è che hai avuto di così impellente da ciacolare con quel tipo ?" Disse appoggiandomi la testa sulla spalla, mentre sulle gambe accavallate cercava di domare con l’unghia un filo ribelle che voleva abbandonare la cucitura dei pantaloni.
"Ciacolare ?" Chiesi tanto per distrarmi dall’imbarazzo che la sua eccessiva propensione al contatto fisico mi procurava. Non ero mai stato un campione di sfrontatezza con le ragazze, inoltre erano anni che non avevo a che fare con una donna della mia cultura e questa situazione mi inibiva particolarmente.
"Scusa, è dialetto delle mie parti, ma questa parola la trovo così dolce! Allora, me lo puoi dire di cosa avete parlato ?"
Non mi sembrava che il vocabolario milanese comprendesse un verbo ciacolare.
"Conosco il tipo di menù che i viaggi organizzati come il tuo prevedono qui sull'Assekrem. Sono andato dal gestore a sventolargli sotto il naso la mia qualifica di guida. Vedrai che la nostra cena sarà una gradita sorpresa per noi e un po' meno per i tuoi amici."
Continuavo nella recita sperando in cuor mio di non essere smentito da un tradimento del nero del Ghana con una cena a base di omelette bruciacchiate e domande indiscrete.
Seduto di nuovo accanto ad Annamaria la osservavo alla luce incerta delle candele che rivelavano al loro tremore la sua età non più giovanissima.
Trent’anni, forse qualcuno in più ma perfetti, efficienti, simpatici. La sua voce dolce ma ferma argomentava con sicurezza di tutto e di nulla.
Con lo sguardo inchiodato nel buio in fondo al locale rivedevo in un film con un ottimo sonoro la mia vita di un tempo. Quella fatta di un lavoro eccessivamente competitivo e stressante, di una necessità continua di denaro per soddisfare bisogni indotti a compensazione di frustrazioni e nevrosi di ogni genere figlie del tipo di vita che mi ero scelto.
Volavo alto, ma con l’infarto a quarant’anni dato come assai probabile.
"E le tue parti quali sarebbero ?" Aggiunsi dopo uno dei miei maledettamente lunghi periodi di silenzio.
Di nuovo il filo delle sue dissertazioni scompariva al mio orizzonte ed io entravo in una sorta di catatonia mentale.
La voce di Annamaria si affievoliva ed il mio sguardo perdeva il fuoco sul suo volto.
Il mio pensiero vagava in un enorme locale pieno sino all'inverosimile di persone in giacca e cravatta che urlavano come ossessi agitando nell'aria pezzetti di carta. Il rumore era assordante ed il pavimento si riempiva man mano dei pezzetti di carta appallottolati che gli urlatori gettavano via in continuazione agitandone poi dei nuovi, tutti rivolti verso un enorme tabellone nero che occupava un'intera parete e sul quale apparivano tante lettere e tanti numeri che cambiavano in continuazione. Al mutare di questi l'eccitazione della folla aumentava e ciascuno cercava di sopraffare gli altri urlando più forte e agitando con più frequenza nuovi pezzetti di carta, mentre quelli vecchi gettati in terra formavano ormai una marea montante che man mano sommergeva tutti e che in breve avrebbe lasciato emergere le sole braccia agitantesi per poi coprire anche quelle. Solo allora, quando tutto fu coperto, l'immenso locale tacque ed il grande tabellone divenne di un nero uniforme senza più alcuna lettera o numero.
Trascorso il tempo, lunghissimo, necessario alla preparazione della cena, fui risvegliato da due vassoi di couscous all'agnello niente male, due bottiglie di birra fresca piene ed una terza vuota, con infilata nel collo una candela che il nero del Ghana, spalancando in un largo sorriso i suoi magnifici denti marci striati dal rosso dei datteri, stava accendendo con la mano destra attaccata ad un polso sul quale splendeva il mio Swatch Happy Fish.
Non mi aveva fregato.
Mentre i francesi digerivano le squallide omelettes loro servite come menù unico e osservavano tra lo stupito ed il nervoso i nostri piatti, io riflettevo sulla romanzesca situazione nella quale mi trovavo. Dopo tanta polvere e tanta solitudine, dopo centinaia di selvagge introspezioni e di autoprocessi sommari, dopo migliaia di chilometri di vagabondaggi in luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini, mi accingevo a consumare una squisita cenetta a lume di candela accanto ad una bella donna proveniente da quel paese che avevo mandato al diavolo.
Ho sempre creduto nei segni premonitori e nell'aria c'era qualcosa che voleva mandarmi un messaggio.
Forse quella era l'ultima cartuccia che il destino metteva a mia disposizione ?
Mangiammo con gusto e conversammo per ore. Lei parlava, raccontava di se stessa e del suo lavoro di cacciatrice di teste, mentre io centellinavo le parole glissando con abilità, rimandando di sponda ogni volta che il discorso puntava sulla mia persona.
Laureata in psicologia all’università di Trento, sola ma non single, Annamaria era l'efficienza personificata con gli abiti di una dea. Utilizzava frasi precise inserite in un costrutto razionale, non sprecava un avverbio né un aggettivo, ma la sua conversazione era comunque calda e priva dell'asetticità dell'affarismo che avvolgeva la sua vita.
Amici ? Tanti.
Un uomo ? No, almeno non ora.
Tutto ciò era assurdo.
Nessuna donna vola in un luogo che conta meno di un abitante per chilometro quadrato e dove anche quella frazione di essere umano farebbe molto volentieri a meno di vivere, per appoggiare la sua preziosa testa sulla spalla di un clochard sporco e scostante.
All'una del mattino anche l'efficienza di Annamaria venne meno, e con uno sbadiglio educatamente coperto dalla mano chinò la testa sulle mie gambe e si addormentò in un istante. I francesi e i due neri del Ghana erano scomparsi nei dormitori e la nostra candela era ormai del tutto consumata.
Osservavo Annamaria dormire di un sonno beato ed immediato e pensavo a me, che da anni avevo bisogno del Roipnol per innescare un riposo forzato dopo ore di vertiginosa, caotica, inarrestabile attività cerebrale. Avevo fatto parte del suo stesso mondo, avevo avuto la sua stessa educazione e le sue stesse opportunità se non di più, avevo avuto le sue stesse capacità, ma i risultati oggi erano questi.
Perché ?
Chi aveva mandato questo angelo vendicatore a ricordarmi come ero stato e perché morissi nel confronto specchiandomi nelle sue pupille?
Non osavo muovermi per la paura che il suo bel profilo scomparisse dalle mie ginocchia, mentre un desiderio intenso di accarezzarle i lunghi capelli sparsi sulle mie gambe si faceva prepotentemente avanti. Alzai la mano per farlo ma la trattenni, come aspettando un suo permesso e con gli ultimi guizzi della candela vidi la mano di un'altra persona. Brutta, maltenuta e neanche lontanamente parente di quella ben curata che qualche tempo prima firmava con naturalezza assegni per cifre con molti zeri. La luce si spense del tutto ed io, istupidito dalla stanchezza e dagli avvenimenti ma con gli occhi sbarrati dall'insonnia che continuava a perseguitarmi fin nel Sahara, ritrassi la mano da quella carezza. I miei pensieri acceleravano la loro corsa insieme al ritmo cardiaco rincorrendosi l'un l'altro e mentre il lobo temporale pulsava all’impazzata un ronzio infernale mi torturava i timpani.
Avrei voluto muovermi, uscire, parlare alle stelle, urlare al buio.
Ma rimasi immobile.
Poi, forse dopo un paio d'ore, mi addormentai seduto.
La vacanzina del tipo di quella che si era scelta Annamaria prevedeva, al passo dell'Assekrem, un'escursione all'eremo di Pére de Foucauld dove tutte le mattine Padre Edouard teneva Messa.
Conoscevo quel tipo di circuito ed ero certo che verso le sei del mattino le guide dell'agenzia avrebbero dato la sveglia a tutti per quella passeggiata, assassinandone il formidabile feeling col pascolo del rumoroso branco. Nel dormiveglia decisi di battere la concorrenza, e delle guide e del galletto francese che certamente non avrebbe mollato la sua preda.
Alle cinque, era ancora buio pesto, la scossi leggermente un paio di volte e la sollevai a sedere tenendola per le spalle. Dormiva ancora, e mentre la sostenevo cercai con la mano libera di dar vita agli ultimi millimetri di candela che resistevano sul collo della bottiglia di birra.
"Annamaria, svegliati. Voglio farti assistere ad uno spettacolo come non hai mai visto in vita tua. Se ci muoviamo in fretta faremo in tempo a salire su di una montagna in tempo per l'alba, quando il sole esploderà dalla pancia della terra illuminando la nascita dell'universo."
Ero stato un buon alpinista negli anni delle vacche grasse ed avevo messo a frutto la mia esperienza scalando da solo per vie semplici alcune vette dell'Assekrem fuori del tiro dei turisti.
Annamaria si svegliò finalmente e riprese conoscenza con sorprendente rapidità.
Temevo di essere mandando al diavolo, magari educatamente. In fin dei conti non era poi detto che a tutti dovessero interessare gli spettacoli pirotecnici della natura, specie se comportavano una levataccia ed una scarpinata.
"E' una magnifica idea. Sapevo ier sera che invitandoti a pranzo avrei fatto un buon affare. Grazie per questo pensiero. E grazie per avermi fatto da cuscino."
Parole irreali in quel posto a quell’ora del mattino, mentre il suo sguardo ancora assonnato era fisso su di me.
Sgusciai via andando a cercare un'altra candela e quindi in cucina a scaldare dell'acqua per un tè che bevemmo in fretta. Ci infilammo nelle giacche imbottite ed uscimmo al freddo ed al buio intensi che paralizzavano ogni forma di vita.
Conoscevo bene il sentiero ed aiutandomi con una torcia condussi in meno di un'ora Annamaria sul Pic Sans Nom. Camminava spedita dietro di me, senza incespicare e senza sprecare fiato in chiacchiere inutili durante una salita in montagna. Poco prima delle sei e trenta eravamo seduti, col fiato un po' grosso, in paradiso ad aspettare la creazione del mondo, creazione che avvenne pochi minuti dopo in uno scenario da Apocalypse Now.
Il veloce succedersi degli avvenimenti mi aveva stordito e fatto perdere, almeno per quel poco che me ne era rimasto, il senso concreto delle cose. Così, con un gesto del cui nonsenso ero perfettamente cosciente, stavolta fui io a mettere un braccio sulle spalle di Annamaria che mi sedeva accanto, con la testa poggiata di tre quarti sulle sue ginocchia che abbracciava.
L'albore di pochi minuti prima si stava trasformando a velocità impressionante in alba.
Come da un immenso torrente pieno di acqua spumeggiante che scorreva lungo la linea d'orizzonte, una luce sempre più forte iniziò a straripare verso di noi. Mille guglie di mille forme e dimensioni diverse emersero d'incanto dal mare d'inchiostro che circondava la nostra isola ancora schiacciata da un cielo livido e viola come la morte. L'orizzonte iniziò a tremare in un punto: un secondo, due, tre secondi ed un immenso disco infuocato fece capolino gettando verso di noi ombre lunghissime che si accorciavano a vista d'occhio.
Senza nessuno schermo che spezzasse l'orizzonte circolare a trecentosessanta gradi percepimmo in quell'istante il ruotare della Terra intorno al Sole e noi insieme ad essa.
Una manciata di minuti e la luce, bianca ed accecante, esplose in tutta la sua violenza sciabolando l'aria. Il disco rosso divenne anch'esso bianco ed indistinguibile nel cielo chiarissimo, mentre la temperatura saliva rapidamente rendendo soffocanti quelle giacche che un paio di minuti prima ci proteggevano a malapena dal freddo.
Annamaria non parlava.
Mi guardava ed io mi resi conto che il mio braccio si era serrato ed irrigidito attorno alle sue spalle, più di quanto fosse concesso ad un semplice gesto di cordiale amicizia. I suoi occhi, castani e chiari, mi fissavano dal basso, forse aspettando qualcosa.
Se questo non fosse il racconto di una sciagurata parte della mia vita ma un film, e se io non ne fossi il protagonista ma il regista, partendo da un campo stretto sui volti degli attori, vicinissimi, allargherei man mano sulle figure intere e poi, con la cinepresa su di un elicottero in allontanamento, allargherei ancora alla cima del Pic Sans Nom, poi al picco intero e via alle altre mille vette senza nome che lo circondano, facendo girare più volte con progressiva velocità l'inquadratura su se stessa, sino a far perdere allo spettatore l'immagine dei due microscopici esseri abbracciati in un universo di fuoco.
Ma questo sarebbe per l’appunto un film, forse neanche tanto bello.
Così rinvenni, allentai la stretta e ritirai il braccio.
"Allora, hai mai visto uno spettacolo come questo ?" chiesi con voce rauca ed impacciata, rendendomi conto che stavo fissando il sole per esser costretto a chiudere gli occhi.
"No, non ho mai visto nulla del genere. Neanche le albe in montagna sono così belle."
Rispose seccamente mentre i miei occhi, sotto la pressione del bianco accecante trasmettevano al cervello allucinazioni geometriche ricche di colori fluorescenti.
Percorremmo a ritroso il sentiero in discesa parlando poco e futilmente, e quando giungemmo sul piazzale le Toyota erano già pronte per la partenza in evidente attesa dell'unico passeggero mancante.
Avevo la bocca secca per l'incertezza sul succedersi degli avvenimenti.
Avrei dovuto seguirla ancora con la mia bagnarola ?
Ci saremmo salutati lì e basta ?
O cos'altro ?
A pochi metri dal gruppo in attesa si fermò di scatto e mi si piantò ritta davanti. Con la sua voce ferma e cortese mi disse, indicando con il braccio destro una delle vetture: "Sul tetto di quella Toyota c'è uno zaino giallo. Lo vedi ?"
"Si", risposi.
"E' il mio", continuò lei. "Se lo desideri prendilo e caricalo sulla tua vettura. Io terminerò le mie vacanze con te. Se non vuoi, addio. Grazie per la magnifica alba, è stato un vero piacere." Il tutto con voce tranquilla, priva d'impeto, come se stesse fornendomi un'indicazione stradale.
La situazione da improbabile sta divenendo surreale ed anche un pochino comica considerando il teatro nel quale si svolgeva.
"D’accordo, siamo ambedue abbastanza grandi per metter da parte preamboli da adolescenti e recite di parti che in questi luoghi e in queste circostanze non hanno molta ragione di essere. Tuttavia trovo irritante la tua idea di dover concludere a tutti i costi qualcosa con una persona di cui non sai nulla. Fa parte del pacchetto turistico che hai acquistato a Parigi?"
"Non c’è male, complimenti. Riesci ad essere sgradevole quanto basta; ma se fai un minimo di sforzo diverrai ripugnante."
Parlava con voce secca decisa, per nulla disposta a perder battute in un dialogo che stava diventando, per me, preoccupantemente impegnativo.
"Guarda che l’idea dell’avventura è tutta nella tua testa; io ti ho espresso un mio desiderio, quello di concludere questo viaggio con te anziché con quegli antipatici francesi. Al sesso, per la verità, mi ci hai fatto pensare tu in questo momento."
Probabilmente stava prendendosi gioco di me; forse non voleva lasciarsi sfuggire l’occasione di aggiungere anche la mia testa alla sua collezione di trofei. Ero cosciente che le mie considerazioni non potevano che essere ragionevoli eppure ancora una volta non feci quello che avrei dovuto.
Come un condannato a morte diretto al patibolo, mi avviai verso la Toyota con lo zaino giallo. Mi arrampicai sulla bagagliera e lo tirai a terra sotto lo sguardo carico d'odio del galletto tricolore che schizzava bile anche dalle orecchie.
Poveretto ! Chissà cosa credeva che fosse successo e che dovesse ancora succedere !
Me ne misi uno spallaccio a tracolla e raggiunsi di nuovo Annamaria.
"Ecco, come vedi lo desidero" iniziai con voce stonata proveniente da una gola troppo secca "ma ti prego, non deludermi fraintendendo questo mio gesto di ospitalità. Ti chiedo scusa per le parole offensive di poc’anzi ma non sono nelle condizioni spirituali di offrirti altro che ospitalità" conclusi piuttosto sgarbatamente.
"Voilà, ci sei riuscito !"
"A far cosa ?"
"A diventare ripugnante. Guarda che nessuno ti obbliga a far nulla ed io stessa, a questo punto, sono in forse se rimangiarmi quanto detto."
Il suo volto si era irrigidito e la voce le usciva come un ringhio montante.
"In ogni caso sta tranquillo, non mi attaccherò ai tuoi pantaloni, non ne ho bisogno. Solo vorrei che mi spiegassi cosa c’è di così drammatico nel semplice gesto di accarezzare i capelli di una donna che ti dorme sulle ginocchia ! Che problema sarebbe quello di baciarla se ti piace ! E soprattutto che significato riveste questa corazza di falso cinismo con cui ti proteggi ! Ma non ti accorgi che è una corazza di carta ?"
Adesso era concitata.
Aveva i pugni serrati ed esangui e parlava con voce alterata, quasi gridava.
Il piazzale era vuoto, spazzato da un vento sostenuto che disperdeva le sue parole nei milioni di corridoi senza fine del Sahara centrale.
Le Toyota se ne erano andate ed eravamo rimasti soli lei ed io.
Nonostante il sole avevo freddo ed avevo la pelle d'oca.
Di fronte a me non c'era più il manager efficiente che non concede margini a nessuno, ma una donna dai capelli in disordine, senza trucco e con le occhiaie di chi ha dormito poco. Se possibile, così era ancora più bella.
Gettai il suo zaino nella Land in mezzo alle mie carabattole e picchiai forte col palmo della mano sul sedile che avrebbe dovuto ospitarla nel patetico tentativo di pulirlo. Nubi di polvere annidata lì ormai da anni si alzarono e vi ricaddero dopo pochi secondi.
"Dai non ti offendere, scherzavo ! Sali e andiamo."
"Subito, ma dammi un attimo di tempo per mettermi in ordine."
La sua voce aveva ripreso il solito tono da certezza universale spalmata col miele.
Si chinò sullo zaino per estrarne qualcosa e si appartò tra il muso della vettura e il muro, per uscirne dopo pochi secondi con indosso un costume da bagno il cui produttore doveva aver fatto grandi risparmi sulla quantità di tessuto impiegata nella sua confezione.
Mi ero chiesto in precedenza cosa ci fosse dentro i larghi indumenti casual indossati sino a quel momento, ed ora avevo la risposta.
Fisici così li avevo visti solo a Cortina, ai mondiali di pattinaggio su ghiaccio.
Spalle ampie ma non troppo sopra un seno che il magnifico costume non riusciva a comprimere.
Gambe dai muscoli lunghi, solidi e potenti rivestiti da una pelle sottile senza ombra di grasso. Ventre piatto più del mio con addominali tutti da immaginare.
"Guarda che la spiaggia di Malindi è piuttosto lontana per indossare ora il costume da bagno"
"Voglio fare una doccia, come hai fatto tu ieri sera. Vuoi aiutarmi ?"
"Posso farti una domanda ?" Le chiesi mentre mettevo mano all’acqua.
"Certamente! " Rispose aggiustandosi il costume sul seno.
"Pattini su ghiaccio per caso ?"
"No, pratico altri sport ma non pattino. Pourquoi ?"
"Nulla, non farci caso..."
Le riempii la ghirba con una tanica da venti litri e poi fece tutto da sola, per essere pronta dopo pochi minuti: capelli bagnati ma pettinati, trucco appena percettibile, come il suo profumo, pantaloni di lino bianchi, una polo color albicocca, scarpe di tela anche loro bianche.
Dove stavamo andando ?
Allo Squash Club per la partitina del sabato ?
Salii in vettura e pregai Tin Hinan di evitarmi il solito maneggio mattutino nel vano motore che le stimolava la partenza. Non avevo pantaloni di lino o polo da sostituire ad indumenti imbrattati di grasso. Grazia che mi concesse, partendo al terzo colpo con i suoi scossoni di disapprovazione.
I sei giorni che mancavano alla partenza di Annamaria trascorsero fuori dal mondo.
Sei albe e sei tramonti incandescenti scandirono le nostre giornate di venti ore passate a sobbalzare su piste appena accennate e a parlare.
A sedere sulla sabbia fresca del tardo pomeriggio e a parlare.
Ad osservare il moto della Terra intorno al Sole e a parlare.
Tra noi due ci furono molte parole e solo quelle.
Lei mantenne la sua promessa ed io non ebbi mai, neanche per un attimo, il coraggio di chiederle di fare l’amore; il terrore del probabile esito mi inibiva qualsiasi tentativo.
Eppure l’avrei desiderato.
E quanto!
I suoi trentatré anni me li raccontò per intero, mentre io divagai sui miei quarantacinque ed in special modo sugli ultimi dieci, chiudendomi alle volte in un mutismo sospetto, che contribuiva in modo determinante a tenere in piedi quella che lei aveva chiamato corazza di carta ma che in realtà era un solido scudo protettivo che mi ero costruito con le macerie della mia vita.
Furono sei albe e sei tramonti belli, i più belli della mia vita anche se ipotecati dal gran finale che avevo già scritto, finche l'ultimo calar del sole spense la luce sul sesto giorno.
Come il sesto fu l'ultimo della creazione del mondo, così doveva esserlo del nostro rapporto. L'indomani Annamaria sarebbe partita alle tre del pomeriggio da Tam diretta prima ad Algeri e poi a Parigi. Mi allontanai fingendo una necessità corporale per andarmi a rileggere la lettera che avevo scritto nei giorni precedenti, adoperando lo stesso stratagemma.
"Cara Annamaria, volevi l’avventura ?
Ebbene eccola, con tanto di gran finale e vera identità del suo protagonista maschile. Pochi anni fa ero come una delle teste eccellenti cui dai la caccia, uno di quei forsennati che consumano tutta la loro esistenza in un’unica fiammata che una volta spentasi lascia solo cenere. Ero bravo in questo gioco, sai ? Molto bravo, tanto da riuscire, da solo, a nuotare con profitto in mezzo ai branchi di squali che tu conosci bene. Maneggiavo cifre a nove zeri con la stessa naturalezza con cui oggi uso la leva delle ridotte della mia vecchia Tin Hinan. Deludente ? Se lo stereotipo dello Yuppie rovinato ti sembra banale scusami ma non so cosa farci, la storia è proprio questa. Io con le guide sahariane non ho nulla a che vedere e perché mi trovi da solo in questo oceano di sabbie roventi ho smesso ormai di chiedermelo da tempo. Amici ? Sì, ne avevo tanti e tutti interessati solo ai vantaggi che la mia amicizia poteva loro procurare. Una donna ? E quando avrei avuto il tempo di trovarla ? E poi dove ? Nell'esercito di puttanelle che riempivano club e bar alla moda, terrazze eleganti ed alberghi da un milione a notte ? Ti confesso, era bello. Provavo un orgasmo ogni volta che una mia intuizione si rivelava esatta ed un mare di quattrini mi finiva in tasca, così come una rabbia testarda mi induceva a combattere per una rivincita quando subivo una sconfitta. Ma era scritto che le cose non dovessero procedere bene all'infinito. Così, in poche mani veramente tragiche persi tutto, ma proprio tutto, come in una partita a poker che si rispetti. Soltanto che la mia aveva come posta la vita. Ti risparmio le patetiche storie che seguirono, la decisione di sparire in fondo all'inferno per fuggire la vergogna e le responsabilità della disfatta, il rifiuto di un rientro nella anonima normalità per assaporare, insieme al sale, anche il miele che la vita non nega mai a nessuno. Non so se allora la mia decisione fu giusta, ma fu comunque quel che fu. Totale. Le conseguenze le hai viste in questi sei giorni che il destino ha voluto regalarmi, forse a saldo definitivo dei conti in rosso che aveva con me. Ma credo che ormai l'estratto conto segni zero e che nulla mi spetti più. Non voglio pensare, non voglio riflettere su noi due, su di un sentimento che poteva anche esserci e che ho rifiutato forse per timore di vedermelo respinto o forse per paura di vedermelo morire tra le mie mani di incapace. I nostri mondi sono oggi distanti come lo eravamo noi due dal sole sei giorni fa, seduti sul Pic Sans Nom ad osservare il ciclo della vita.
Mi dispiace, ma non sono capace di chiudere questo paragrafo della mia vita sconclusionata che con una nuova fuga, che mi porti lontano da te e da quello che tu mi ricordi. Con una fuga che mi eviti la tentazione di una ricostruzione che non sarei capace di affrontare. Quando leggerai questa lettera, che un bambino dalla testa rasata ti avrà consegnata insieme ad un sacchettino in cuoio contenente del Kohl ed una boccetta di profumo del Mali, sarai seduta nella strada principale di Tam, al tavolo esterno di uno dei ristorantini che vi si allineano, aspettando che io torni dalla stazione di servizio dove sarò andato a far rifornimento.
Ma non tornerò.
Addio Annamaria, perdendo me non perdi nulla, ma ti prego. Usa ogni tanto il Kohl ed il profumo del mali, osserva ogni tanto il sorgere del sole. Credimi, questa volta te lo dico col cuore in mano. Mi piace pensare che ti sei appropriata di una parte di me e che la porterai indosso per sempre.
La tua guida dell'agenzia Sole Rosso"
Ripiegai la lettera e me la infilai in tasca avviandomi verso la Land e verso Annamaria.
Fra poco sarebbe calata la notte, avremmo mangiato qualcosa e poi avrei lasciato languire la conversazione sinché lei non si fosse addormentata. Una settimana di piste e di scarso riposo cominciavano a pesarle e non avrebbe faticato a cadere in un sonno nero, senza sogni. Io avrei passato la notte a fissare la volta celeste, incredibilmente stellata e vicina, ed avrei inseguito con lo sguardo i satelliti per impedire che chiudendo gli occhi la mia mente iniziasse le sue assurde montagne russe a velocità sempre crescente sino alla palpitazione.
Annamaria dormiva, chiusa nel mio sacco letto e gli ultimi rametti d'acacia che bruciavano illuminavano, come quella notte sull'Assekrem, il suo volto e i suoi riccioli debordanti sulla sabbia.
Rinunciai ancora una volta.
Ancora una volta rimasi inchiodato nella mia incapacità di modificare con un semplice gesto d'affetto il corso della mia vita. Ed anche questa volta, forse, mi addormentai.
Il mattino seguente non fu creato il mondo, e l'alba, pur uguale a tutte le altre, mi trafisse con milioni di aghi avvelenati che riempirono la mia bocca di liquido amaro.
Il risveglio, un tè. Gli ultimi chilometri verso Tam trascorsero nel mio più completo mutismo mentre la voce di Annamaria, la stessa di sempre, elencava con precisione tutto ciò che avrebbe avuto da fare quel giorno.
Ormai ero stanco, quasi ansioso di mettere in atto l'ultima idiozia che mi avrebbe evitato di sostenere un insostenibile addio.
Mi ritrovai nella strada principale di Tam quasi senza accorgermene e fermai la vettura poco distante dal ristorantino Les Palmiers. Dissi ad Annamaria che avrebbe fatto bene a mangiar qualcosa, dal momento che all'aeroporto saremmo dovuti andare con molte ore in anticipo sulla partenza per essere certi che il suo posto le venisse confermato e che lì non si trovava nulla da mettere sotto i denti. Scesi e mi avviai mentre lei si attardava nella Land, sicuramente per mettersi in ordine. Mi sedetti e l'osservai saltar giù dall'alto sedile con agilità, incamminarsi sorridente verso di me con i capelli che sembravano più lunghi e più ondulati del solito, che cadevano ben oltre la linea delle spalle e che sotto l'impulso determinato dal suo passo accompagnato da impercettibili e continui spostamenti verticali del baricentro ondeggiavano in modo vistoso. "Bene" disse, "Cosa offre lo Chef ?".
"Ma cosa vuoi che abbiano ! Non sai che Sahara in arabo significa "Là, dove non c’è niente"?."
Un gigantesco algerino installatosi da poco a Tam venne ad appoggiare le mani sul nostro tavolo e, spalancando la bocca in un sorriso cui mancava l'incisivo superiore centrale, ci chiese cosa desiderassimo.
" Qu'est-ce que vous avez à manger ?" domandai distratto e pensando ad altro.
"Te, cafè o lè, briosc sciod, marmeled." fu la risposta nel francese di Totò.
"Ben ti sta, disfattista !"
"Prendi solo il tè; il caffè è annacquato, le brioches sono rifatte e la marmellata e tutta dolcificante sintetico e coloranti. La frutta qui non esiste." Parlavo come un automa, non avevo più argomenti, non mi interessava averne, non vedevo l’ora di metter fine alla mia buffonata.
"Allora aspetto te per la colazione" disse lei, "fai presto".
Salii sulla vecchia Tin Hinan, che mai mi era sembrata stanca come in questo momento, e la pregai per l'ultima volta di partire senza aiuti straordinari. Percorsi cento metri o poco più scomparsi alla vista di Annamaria. Uscii da Tam e mi diressi verso Silet nei cui pressi era accampata la famiglia del mio amico Abdolo. Spinsi la mia anziana compagna d'avventure a velocità folle sulle buche di quella pista dissestata saltando nell'abitacolo come un canguro, picchiando più volte la testa contro il tetto, urlando come un ossesso mentre stringevo il volante quasi a volerlo spezzare. Dopo venti chilometri di quella corsa insensata che avrebbe finito per uccidermi fermai la vettura, spensi il motore e mi appoggiai sul volante ansimando pesantemente.
E fu allora che vidi sulla sinistra, appesa al pomello dello starter con un piccolo elastico per capelli, una busta bianca.
Meccanicamente la presi e l'apersi, dispiegando tre fogli di carta con su scritte, con una bella calligrafia tondeggiante, tante cose.
Iniziai la lettura del primo e il sangue per un attimo cessò di scorrermi nelle vene.
"Ciao Michi !
Perché così ti chiamavano, col ch, i tuoi degni compari qualche anno fa. Non è vero ? Quando t'incontrai sul plateau dei falsi dipinti ebbi subito l'impressione che anche tu fossi falso. Dovevo averti già visto da qualche parte ed il banale nome Michele qualcosa mi significava. Ma non riuscivo a collegare con sufficiente rapidità un volto, un nome ed un altro particolare che mi sfuggiva. Solo qualche ora più tardi, vedendo uno Swatch al polso di un nero del Ghana, ebbi la folgorante rivelazione sulla tua identità. Quello Swatch, uguale a tanti altri se non fosse stato per la piccola cicatrice bianca sul polso che allacciava, io l'avevo già visto in una foto che immortalava un ignobile individuo, sorridente nell'atto di firmare l'accordo per una delle tante truffe legali che erano la sua specialità.
Non potevo crederci! Tu!"
Sudavo, nonostante il bassissimo tasso d'umidità nell'aria.
Sudavo copiosamente ed alcune stille caddero sul foglio che avevo davanti.
Articolando impercettibilmente la bocca secca, come a ripetermi ciò che leggevo, continuai.
"Ora fai uno sforzo e ricorda. Vai indietro negli anni, alberi, tanti alberi, legname.
Ci sei ? Ma si che ci sei!
Fu una grande occasione per mio padre e per me che lavoravo con lui a quei tempi. Lo stock di legname più importante che avessimo mai trattato, l’opportunità che non si sarebbe presentata un’altra volta nella vita per pagare i debiti contratti nella costruzione della casa di S.Bernardo e per terminarne i lavori. La realizzazione del sogno di tutta una vita. Un lavoro che avrebbe dovuto essere l’ultimo per papà ed il primo veramente importante per me.
Farabutto, mille volte farabutto !
Con una semplice firma hai distrutto un povero vecchio che ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia e al lavoro. Con quello scarabocchio hai tolto ad una ragazza poco più che ventenne il suo candore, hai trasformato una giovane ed ingenua provinciale in una iena metropolitana schiumante di rabbia nei confronti del maschio che vince sempre.
Maledetto! Mi hai espropriato non solo di dieci anni della mia vita ma anche e per sempre della capacità di provar piacere con un uomo qualsiasi.
Te ne rendi conto ? No, forse no; un animale non può.
Faticai non poco a tener a bada una situazione che minacciava di esplodere e di trascinare nella rovina sei persone. Grazie ad un amico riuscii a trovare un altro lavoro evitando per un soffio che le banche ci portassero via tutto, anche la casa che papà ed io avevamo faticosamente tirato su per stare tutti assieme e per permettere a lui e alla mamma di poter morire nella loro valle. Riuscii a risollevarmi, a dimenticare te e tutto il legname di questo mondo, ma non il tuo polso e la mano che firmava. E neanche il tuo sciocco diminutivo."
Voltai pagina.
"Eccoti ora il secondo atto.
Mio caro,
nonostante i tuoi brillanti trascorsi, o forse proprio per quelli, sei sempre stato, in questi magnifici giorni che mi hai regalato, prevedibile. Non c'è dubbio, io ho giocato con quattro assi nella manica, e sapevo che ci sarebbe stata una lettera, quella che ora sto leggendo, che ci sarebbe stata una fuga, quella nella quale ora ti trovi. Non sei stato tanto bravo a nasconderti, sai ? Non ho quindi avuto difficoltà nel prendermi questa rivincita, tardiva certo, ma che in una certa misura ristabilisce una parità tra te e me. Quel che hai fatto è fatto, ma ora, nel momento della tua massima debolezza, nel momento in cui cominciavi quasi a credere che un nuovo sole potesse sorgere dal tuo grigio orizzonte di tetra solitudine e di tristi ricordi, in questo preciso momento, io ti presento il conto dei danni che hai provocati.
Dovrei esigerne il pagamento, ma non lo farò.
Continua a leggere, non è ancora finita. Siamo all’ultimo atto, volta pagina, prego."
Scoprii l'ultimo foglio.
"Mon amour,
l'intenzione che avevo quando ti offrii di passare insieme una settimana era quella di far l'amore con te per poi piantarti qui con un ricordo in più ad impazzire di solitudine e di desiderio. Tu però non me ne hai dato modo ed ora ogni velleità di vendetta è sepolta sotto la sabbia che ci ha fatto da letto. Credo che tu abbia già pagato abbastanza, troppo, ed io non parteciperò al gioco del tuo massacro che stai conducendo con tanta efficacia. Non testimonierò contro di te al processo che tu stesso hai istruito e nel quale non ci sono avvocati difensori, ma solo un pubblico ministero che funge anche da giudice e da boia. Ora torna ragazzo per un attimo, pensa e agisci come se gli ultimi venti anni della tua vita dovessero ancora trascorrere. Obbedisci non allo stereotipo che ti sei imposto ma all’uomo che forse hai sempre desiderato essere. Prova, per un istante, ad essere romantico.
Sai cosa vuol dire vero ? Me l’hai dimostrato sul Pic Sans Nom.
Sono ancora seduta qui, dove tu mi hai lasciata. Ho incaricato quel giovanotto francese che mi ronza intorno - gli è bastato un sorriso - di sorvegliare la mia prenotazione all'aeroporto, che potrò così raggiungere anche all'ultimo momento. Qui accanto a me c'è il mio zaino giallo. Chiudi gli occhi. Lo vedi ? Se lo desideri vieni a prenderlo e caricalo sulla tua vettura. In tal caso io non prenderò questo aereo, ma salirò su quello della prossima settimana. E ci salirò assieme a te. Se non lo desideri, allora addio.
Grazie, per avermi insegnato ad osservare la Terra che ruota attorno al Sole.
Grazie, per avermi insegnato a dormire sulla sabbia con il vento che ti accarezza le guance.
Grazie, per avermi insegnato ad ascoltare la voce del silenzio.
E' stato un vero piacere.
AM."
Le braccia mi caddero sulle gambe, ed i fogli di carta scivolarono via dalla mano svolazzando sulla sabbia attraverso lo sportello aperto.
Ero senza forze.
Scesi dalla vettura per cercare di respirare e mi appoggiai con le mani sul suo fianco vedendo riflessa nel vetro sporco l'immagine che ben conoscevo e che non potevo più sopportare.
Non ero alla frutta.
Non ero più nemmeno al caffè o al dolce.
Ero da ore con il conto in mano e non mi decidevo a pagare.
Ma questa volta non sentii un groppo salirmi in gola e i canali lacrimali riempirsi. Non deglutii e non sbattei le palpebre. Una rabbia disperata mi gonfiò il corpo ed esplose in una furia catartica durante la quale l'universo che mi circondava scomparve. Come un pazzo tempestai di calci e di pugni la povera Tin Hinan e ne ridussi il vetro in frantumi. Spalancai lo sportello posteriore e mi accanii con le mani sanguinanti su tutto quello che l'abitacolo conteneva. Abiti sporchi, pentole sudicie, borracce appiccicose, scagliai tutto lontano, schiacciai con i piedi ciò che mi cadeva vicino. Sinché, esausto, caddi a terra e finalmente piansi. Come un bambino.
Raggiunsi Annamaria alle spalle, in punta di piedi, e sollevando delicatamente lo zaino giallo le chiesi:
" Posso offrirti altre sei albe ed altri sei tramonti ?"
Lei si alzò e si voltò. Poggiandomi le braccia sulle spalle ed avvicinando la sua fronte alla mia rispose con voce sorda:
" Più romantico di così! Manca solo il bacio e la parola Fine". E tentò di attaccarsi con le sue alle mie labbra.
Io la mantenni a distanza impedendoglielo e chiesi:"Dai, dimmi la verità. Mi aspettavi!"
"Forse...ma se fosse tutto uno scherzo ?" E con questa parola mi chiuse le braccia dietro al collo impedendomi ogni altra fuga.
Mi caricai lo zaino sulla spalla e mi avviai assieme a lei verso la vecchia e sconquassata Tin Hinan che, dalla griglia del suo radiatore, sembrava sorridere.
C'erano ancora circa cinque ore di luce a disposizione.
Giusto il tempo per arrivare a Silet dal mio amico Abdolo.
Gli avrei regalato tutti i quattrini che mi rimanevano, i documenti della vettura e la vettura stessa. Lui mi avrebbe prestato la sua tenda ed i suoi tappeti. Poi sarebbe andato a Tam, avrebbe acquistato per me un biglietto aereo per Algeri e me lo avrebbe consegnato solo dopo sei giorni.
E stavolta ero quasi certo che non avrei fatto fiasco.