AVERE UN PROBLEMA
Finalmente Omar aveva un problema.
Erano passate dodici lune dal giorno che aveva lasciato le sue caprette in
basso nel Grande Reg dei Mille Venti a quello nel quale aveva raggiunto il
Passo-delle-pietre-che-bucano-gli-zoccoli per essere più vicino alle stelle, ma
solo da cinque si era reso conto di avere effettivamente un problema.
Le prime sette lune le aveva spese cercando di scoprire se quella magnifica ed
inquietante sensazione che progressivamente gli era entrata nel corpo fosse
realmente un problema.
Problema.
Una parola che l’affascinava, che gli incuteva quasi paura per la sua
enormità.
Una parola che si appropriava di ogni atomo del suo corpo quando la sera,
attorno al fuoco, i capi ne parlavano con solennità.
Ognuno di loro aveva un problema. O più problemi se era un uomo molto
importante. E ne parlava con gravità, quasi il problema avesse un corpo e un’anima.
Il problema era l’essenza della vita, la ragione stessa dell’essere, in
funzione del quale ognuno era sollecitato a dare il meglio di sé.
L’Amrar l’aveva del resto detto più volte rivolgendosi agli altri: ognuno
di noi ha un problema.
Avere un problema era quindi segno di nobiltà, dell’essere Imohar, uomo
libero, di distinzione dai servi che non sono liberi e non hanno problemi.
Lui, Omar, piccolo e mingherlino, umile guardiano di capre, che problemi poteva mai avere ?
Se avere è possedere, lui non aveva perché non possedeva nulla oltre la tunica marroncina di lana di capra grezza ispida come un’acacia ed i sandali di plastica azzurra che aveva trovato tempo addietro abbandonati ai bordi della Grande Pista che porta a Nord.
Ah, che gran giorno quel giorno !
Quasi non voleva credeva ai suoi occhi nel percepire quella minima stonatura
di colore nell’arancione infuocato della sabbia della Grande Pista, fumante di
diafani miraggi nell’ora più calda di quella giornata d’Ewilen. Tra i fumi
della silice in liquefazione ondeggiava quella macchiolina visibile ad
intermittenza, tra il c’è e il non c’è.
Incertezza di un segno che alle volte demarca con la sua estraneità al tessuto
del deserto il confine tra la probabilità di una direzione e la certezza del
nulla, tra la vita e la morte.
Quel giorno, assieme alle volute maligne del calore, si agitava un Djenoun che trascinava nel suo vortice leggere volute di sabbia fine che scoprivano, quel giorno per poco tempo e poi mai più per tutta la vita dell’universo sino alla sua fine, un paio di vecchi sandali di plastica azzurrina col tallone tutto consunto che chissà chi aveva chissà quando abbandonato proprio lì, dove Omar passava proprio in quel momento e dove non sarebbe mai più passato per tutta la sua vita sino alla fine dei suoi giorni.
Per la prima volta in vita sua Omar aveva calzato una protezione sotto la pianta dei piedi.
Per molti giorni la felicità gli aveva oscurato i sensi, tanto da non
accorgersi che lui con quegli attrezzi ai piedi camminava male e lentamente e
che gli provocavano delle spellature tra le due dita più grandi.
Poi i piedi impararono a muoversi assieme a quei due corpi estranei, le
spellature si trasformarono in pelle scura e grinzosa e non gli dettero più
fastidio.
Il tempo passò ancora e cambiò anche la pianta dei suoi piedi, che divenne
più chiara e più morbida, tanto che nelle ore più calde della giornata non ne
voleva sapere di star a contatto diretto con la sabbia incandescente.
Ecco, grazie a quel fortunato ritrovamento di tante lune prima che aveva
completamente cambiato la sua vita, ora lui, assieme alla tunica e ai sandali,
finalmente aveva anche un problema.
Per la verità soffriva un po’ per il ginocchio destro, molto gonfio e
bluastro, ma era felice.
Oh, come avrebbe desiderato essere al campo in quel momento !
Giunta la sera, consumata la semola e il tè assieme ai capi ma all’esterno
della circonferenza che essi, seduti, descrivevano attorno al fuoco, lui avrebbe
atteso che ciascuno iniziasse ad esporre il suo problema. Per tutti quasi
certamente sarebbe stato lo stesso problema del giorno precedente, che era lo
stesso del giorno prima, che era a sua volta lo stesso del giorno prima ancora.
Dovevano passare tantissime lune prima che qualcuno potesse avere un nuovo
problema.
Ma non importava.
Tutti avrebbero esposto il loro con solennità, col tono e coi gesti di sempre,
e ne avrebbero discusso in comune con gli altri ogni aspetto.
Ed anche se le conclusioni erano sempre le stesse, ne avrebbero parlato come se
quella fosse stata la prima volta.
Omar avrebbe atteso ancora che ciascun capo, per ordine decrescente di
importanza, prendesse la parola ed esponesse il suo problema.
Poi, quando il fuoco fosse stato sul punto di spegnersi ed i corpi avessero
iniziato ad assumere posizioni più adatte al riposo notturno, lui sarebbe
entrato nel circolo con molta legna secca tra le braccia, avrebbe cavato dai
tizzoni ormai scuri una bella fiamma gialla e crepitante, avrebbe allestito un
nuovo bricco per il tè.
Sempre in silenzio, senza dir nulla, consapevole che gli occhi di tutti erano
fissi sulla sua schiena che non si volgeva mai al fuoco e che questi occhi lo
interrogavano silenziosamente sui motivi di quel suo strano agire, lui avrebbe
continuato a rimestare la brace, a sistemare per bene il grande bricco in smalto
verde in bilico tra i tizzoni.
E quando avesse percepito, pur senza guardar nessuno, che una bocca era prossima
a muoversi per chiedergli conto di quelle azioni che nessuno gli aveva ordinato,
ecco, allora lui, Omar, il piccolo capraio figlio delle dune, avrebbe destato in
quei grandi uomini un’attenzione ormai corrotta dal sonno.
Si sarebbe voltato rispettosamente e con voce calma anche se un po’ tremula
per l’emozione, con gli occhi verso la sabbia per non sostenere tanti sguardi
importanti, avrebbe detto:"Ho un problema."
Ah, se avesse potuto essere al campo stanotte !
Nelle ultime due delle cinque lune nelle quali aveva acquisito la consapevolezza del suo problema, ogni qual volta con lacrime di gioia pensava al campo e alla sua presenza al centro del circolo dei grandi capi, una strana ed estranea sensazione aveva cominciato a far capolino in mezzo a tanta felicità.
Si imponeva un’accurata analisi della questione perché Omar non era disposto a permettere che nulla oscurasse quel sogno così a lungo inseguito e finalmente realizzato.
Dopo altre due lune giunse alla conclusione che c’era un problema nel problema.
Possibile che nel cielo per lui fosse scritto un destino così luminoso ?
Possibile che lui, Omar, fosse giunto in sole 14 lune al punto di possedere ben
due problemi ?
14 lune.
Il tempo che occorre dalle Montagne Parlanti dove lui si trovava per raggiungere il Pozzo dello Spirito Nero e tornare indietro.
Il Pozzo dello Spirito Nero.
L’unico posto dove scavando con attenzione e con pazienza era possibile trovare qualche ciotola d’acqua nel tempo che occorre al sole per mangiare ogni ombra sul terreno dal suo sorgere.
Due problemi.
Quando capi valorosi e discendenti da antiche e fiere famiglie portavano davanti al fuoco della sera sempre lo stesso problema che gli altri ascoltavano ormai solo per rispetto.
Doveva esserci un trucco.
Sicuramente uno dei Dijn più maligni si era insinuato nella sua testa passando
dall’orecchio ed ora lo stava ingannando.
Omar sentiva che qualcosa non andava, che una voce estranea gorgogliava
parole incomprensibili dal tono minaccioso.
Il suo ginocchio era ormai grosso, tondo e liscio come un Afeleleh e del colore
del Tagelmust, ma non gli dava fastidio eccessivo.
Certo, non poteva alzarsi, camminare, ma non ne aveva bisogno.
I suoi animali erano in giro, al sicuro su un buon pascolo, con della buona
acqua a poche lune di distanza.
Però l’acqua era un problema per lui, che aveva bevuto in quantità eccessiva da quando sul Passo-delle-pietre-che-bucano-gli-zoccoli aveva deviato stupidamente e senza ragione di pochi metri sulla destra, inciampando, cadendo e rompendo il sandalo dalla parte della mano pulita.
Era nato il suo problema, forse due problemi, ma anche un gran caldo interno, più caldo del caldo del sole, che gli aveva seccato la bocca e la gola e che lo aveva costretto a bere come un uomo del deserto non fa mai.
Era l’acqua, dunque, il problema nel problema ?
No.
L’acqua non è mai un problema per un uomo del deserto, Imohar o schiavo che
sia, perché un uomo del deserto sa sempre dove trovare, un attimo prima di
morire, l’acqua necessaria alla sua vita e a quella dei suoi animali.
Ma il Djenoun continuava a soffiare minaccioso nella sua testa.
Il suo piede privo di sandalo non avrebbe più camminato sui sassi aguzzi e taglienti del Passo che taglia come un colpo d’accetta le Montagne Parlanti.
La quindicesima luna faceva capolino dietro il Pestello di Allah dando inizio
al nono Tallit.
Quindici pietre tonde, perfettamente sferiche e dal caldo colore della terra
rossa, erano disposte a semicerchio accanto a lui.
Al suo polso il filo di cuoio rosso che lo circondava contava ormai quindici
nodi.
Dal suo riparo poco distante dal Passo-delle-pietre-che-bucano-gli-zoccoli, un gran taffone liscio e curvo su di lui, Omar vedeva riflesso nel cielo il tenue rossore delle fiamme che, al di là delle Montagne Parlanti, aveva acceso la sua gente venuta a cercarlo.
Ora che da due lune aveva terminato l’ultima goccia di acqua contenuta nella sua pelle di capra e che aveva schiacciato sotto i denti l’ultimo nocciolo dell’ultimo dattero rimastogli, Omar riusciva a seguire i suoi pensieri con molta efficacia.
Come l’acqua scorre fluida attorno alle pietre dell’oued, irresistibilmente attratta dalla sabbia nella quale andrà a morire, così lui accarezzava i suoi pensieri, sfiorandoli attento con le mani del cieco che palpa un oggetto a lui sconosciuto per costruire nella sua mente un’immagine assolutamente personale di ciò che non può vedere.
Il sandalo…il piede…il ginocchio…l’acqua…il freddo della notte che mordeva il suo corpo indifeso.
Sorrideva Omar, pensando a quanto privi di importanza fossero questi singoli pensieri di fronte alla grandezza del suo problema che lui avrebbe portato al campo in mezzo al circolo dei capi: il suo sandalo rotto ed il miglior sistema per ripararlo.
Ma il Djenoun nella sua testa soffiava sempre più forte.
Ed il soffio prendeva sempre più il tono di una voce distorta e lugubre.
E poi la voce diveniva sempre più chiara e comprensibile.
E diceva che lui, Omar, capraio tredicenne figlio di un amore illecito durato il tempo di una luna breve, sarebbe morto entro sette lune, molte meno delle venti o trenta che sarebbero occorse alla sua gente per trovare, non distante dal Passo-delle-pietre-che-bucano-gli-zoccoli, una nicchia liscia e ricurva per la quale si passa una volta sola nella vita e poi mai più.
Morto col suo problema che nessuno avrebbe mai saputo essere esistito, per aver inciampato a causa dei sandali di plastica coi quali non aveva mai imparato a camminare bene, a pochi metri da una pista per la quale non sarebbe mai dovuto passare.
Leonardo Calconi