DOVREI RESPIRARE
Dovrei respirare, forte e profondo, ma non posso.
Sdraiato a pancia in giù la mia schiena dovrebbe sollevarsi
per questa operazione ma non può.
Una lastra invisibile, dura ed indeformabile, incombe a pochi millimetri dalla
mia nuca ed impedisce qualunque movimento.
Il mio angolo visuale è dimezzato, l’occhio sinistro percepisce tanti diamanti
grandi come macigni a pochi millimetri dalla pupilla mentre il destro rotea
vorticoso nell’inutile tentativo di catturare quante più informazioni possibili
senza alcun aiuto da parte della testa che giace immobilizzata.
Cielo azzurro e limpido senza alcuna bava; polvere chiara che
fluttua nel mio ristretto campo visivo; a tratti voci che arrivano da lontano,
smorzate da un’atmosfera rarefatta nella quale sembra di veder navigare solitari
atomi di materia.
La vecchia Citroen verde bottiglia che m’ha portato sin qui è immobile, di
traverso al mio occhio destro, sbilenca con la ruota anteriore divelta, lo
sportello spalancato col vetro trasformato in migliaia di granelli micacei
brillanti tra me e lei.
Dovrei respirare, forte e profondo per rifornire i miei polmoni ormai depressurizzati, ma non posso.
La bocca socchiusa aspira lentamente più polvere che aria, le
labbra aderiscono al suolo e con l’aiuto del naso trasferiscono al cervello le
informazioni necessarie alla ricostruzione della scena che gli occhi vedono solo
in parte.
Bocca, orecchie, naso: unici organi in grado di muoversi; gli altri sono rimasti
sul sedile della Citroen.
Il cuore batte ancora forte e non accenna a rallentare la sua corsa, il respiro
eccessivamente frazionato non riesce a ricostruire l’equilibrio pressostatico
che il mio torace reclama violentemente.
L’occhio destro gira verso la spalla e oltre di essa riesce a catturare la
macchia scura dei capelli di Hamza, schiacciato anche lui al suolo dalla stessa
lastra che immobilizza me. Forse riesce a sentire il pulsare delle mia tempia
sinistra che picchia come un telegrafo sul suolo polveroso i codici della paura.
Ecco, ha mosso la testa.
E invece no, sono solo i suoi capelli ricci ed arruffati che si agitano
leggermente assieme alla polvere.
Voci più forti, un urlo, forse un comando che Hamza non può
più tradurre per me. Colpi secchi, a gruppi di tre. Colpi singoli più deboli,
opachi, seguiti da rumori sordi di metallo morbido colpito e bucato.
Il telegrafo picchia all’impazzata; è un trapano a percussione che affonda la
sua punta d’acciaio nel mio cervello.
Di nuovo silenzio. Niente vento ora, nulla si muove; neanche la polvere, neanche
i capelli neri e ricci di Hamza.
Un solo respiro, forte e profondo per evitare che i miei
polmoni implodano schiacciati dalla pressione esterna che non riescono più a
contrastare, ma niente.
Le voci lontane urlano frasi brevi, secche e schioccanti come frustate che
perdono nella bambagia la loro comprensibilità prima di arrivare al mio unico
orecchio attivo, mentre l’altro gracchia e fischia come un altoparlante
sfondato.
Un insetto nero e lucido entra enorme nel campo visivo del mio occhio basso e si
allontana in direzione della mano destra raggiungendo rapidamente l’indice.
Lo
annusa, si gira, si gira ancora e ancora lo annusa: che intenzioni avrà ?
L’indice tenta di alzarsi, solo un accenno, ma l’attuatore del movimento è
rimasto in vettura assieme alla mia vita.
L’insetto poggia le zampe anteriori
sull’unghia del pollice e si guarda attorno agitando le antenne e mentre si gira
verso la portiera della Citroen ancora tre colpi secchi lontani seguiti un
istante dopo da tre colpi sordi vicini, come di chiodi piantati nella lamiera
verde sulla quale appare improvvisamente un triangolo col vertice rivolto verso
il basso.
Ancora colpi, tanti e sovrapposti e stavolta la testa di Hamza si
muove, assieme al corpo che ha sussultato, si è come sollevato e spostato
brutalmente verso di me facendo entrare nel mio campo visivo il suo braccio
destro piegato in una posizione innaturale.
Di nuovo silenzio, il mio ospite, insensibile agli eventi di un universo per lui
troppo lontano, è interessato solo al ristretto dominio di fronte alle sue
antenne ed esplora il dorso della mano con maggior sicurezza perché ha capito
che la massa sotto le sue zampe è inerte.
Tutto è ormai inerte.
lo, la vecchia Citroen verde bottiglia, la mia guida, il suo vecchio AK47 col
calcio di legno scheggiato e la canna brillante per l’usura senza più la tacca
di mira al suo posto.
La mia scala di valori esistenziali è stata riprogrammata dagli eventi e
costretta in un dominio limitato nel tempo e nello spazio: ora e quaggiù,
sdraiato in terra in mezzo alla polvere.
La mia scala di valori sensitivi è stata compressa nel ristretto intervallo
consentito dalle poche interfacce attive. Quella affettiva è stata soppressa dal
brutale e breve sussulto di un corpo senza più anima.
La lastra si abbassa implacabile e sgonfia inesorabilmente le
mie scarse riserve d’aria.
Respirare forte e profondo... mi accontento invece di
tanti piccoli risucchi d'aria che non riescono nè a ventilare i polmoni nè a
umidificare le labbra e la gola.
Dovrei pensare in tempi rapidissimi alla mia vita passata scorrendola come un
film all’indietro - questo si dice delle persone che stanno morendo - e invece
il mio cervello si attarda su particolari estranei ed insignificanti: l’insetto
che ha raggiunto le fauci del drago tatuato sul mio avambraccio, il vetro della
Citroen che non c’è più e che ora farà entrare assieme al vento anche la
polvere.
Perché la tacca di mira del fucile di Hamza non è più al suo
posto?
Dove sarà la mia borsa? E i miei documenti?
Sto morendo?
Non lo so, ne dubito, fino ad ora non ci sono ancora riuscito.
Ho avuto altre occasioni nella vita di provare la violenta
necessità di fare un respiro profondo per vincere lo schiacciamento della
coscienza, occasioni assai meno drammatiche ma ugualmente portatrici di un
dolore sordo e insopportabile.
Situazioni prive di pericoli oggettivi ma gravide
di angoscia e depressione nelle quali mi consideravo spiritualmente fuori del
limite della vita.
Un limite oltre il quale non c’è più atmosfera, i suoni sono
assenti, nessun colore, i movimenti sono rallentati ed i processi vitali
sospesi.
Nessuna interfaccia con un mondo esterno che c’è ma non per me, nessuna
possibilità di irradiare energia o pensieri che devono nascere, svolgersi e
morire nel ristretto contenitore del corpo.
In quelle occasioni ho sempre trovato, senza grande difficoltà, la forza di
farlo quel respiro, di scambiare le mefitiche arie di morte stagnanti nella mia
coscienza con l’aria fresca del mondo intorno a me del quale di nuovo udivo i
suoni e vedevo i colori, coi movimenti a velocità normale e i pensieri che di
nuovo schizzavano via attraverso un’atmosfera ora presente.
Chiudendo gli occhi
e fissando il sole mettevo in moto ombre cinesi impazzite che rapidamente
prendevano man mano l’aspetto di tante figure umane in fila dietro di me che
camminavo avanti a loro, io verso il sole sempre più caldo e luminoso e loro che
perdevano progressivamente terreno, attardandosi per essere una alla volta
risucchiate nel nero alle loro spalle dove scomparivano.
In quelle occasioni ho avuto necessità di respirare forte e profondo per
scrollarmi dalle spalle i fallimenti che proponevano come inutile un
proseguimento della vita.
Fallimenti di figlio, di marito poi e di padre che mi
hanno inseguito da sempre in una gara crudele e beffarda nella quale erano
sempre gli altri a morire. Momenti nei quali un brano musicale, un rumore,
un’immagine qualsiasi scatenavano ricordi insopportabilmente dolorosi, dei fatti
accaduti e delle cause che li avevano generati.
Momenti nei quali una morsa d’acciaio mi stringeva lo stomaco comprimendolo come
una nocciola ed il respiro si trasformava in brevi atti sussultori con l’aura
bianca della vita che usciva per essere sostituita da quella nera della fine di
tutto.
La vedevo, lì di fronte a me, fluttuare nell’aria e prendere via via la
forma di tutte le persone care che avevo perso. Tante, troppe, e tutte con un
grande cartello appeso al collo sul quale erano scritte le mie mancanze, le mie
assenze, le mie colpe, in attesa di mettersi in fila dietro di me come le ombre
cinesi destinate a sparire nel buco nero.
Non era mai disponibile, in quei momenti, la quota sufficiente di decisione, o
di coraggio, per porre fine alla gara e dichiararsi finalmente vincitori.
Riuscivo sempre a respirare, forte e profondo e a ventilare sufficientemente la
mia anima con lo spirito di autoconservazione.
Sempre, in quei momenti, mi
ripetevo che le mie responsabilità non erano terminate con la scomparsa di una
moglie e di una figlia nella brutale aggressione del destino che ancora una
volta mi aveva reputato indegno della fortuna dispensatami e aveva deciso in un
battito di ciglia di riprendersi tutto.
Dopo di loro c’era sicuramente qualcun
altro nei cui confronti io avevo l’obbligo di vivere come un immortale per poi
vedermelo portare via ad espiazione di chissà quale peccato.
E così continuavo a subire passivamente il succedersi di eventi che
immancabilmente avrebbero portato ad altre morti e mai alla mia.
Vorrei avere uno specchio per vedere se le mie labbra sono
atteggiate a sorriso, ora che forse sto per tagliare il traguardo assieme ad
Hamza.
Ecco, ha superato la linea del gomito e si avvia a percorrere il bicipite, forse
pensa di intrufolarsi sotto la manica della maglietta. Il mio amico nero e
lucido calpesta la pelle morta che racchiude muscoli inerti e ossa rotte, ma…
Un movimento dolorosissimo della gabbia toracica solleva forse di un millimetro
la lastra sopra di me ed insuffla nei polmoni qualche bolla d’aria in più.
Un altro, e un altro ancora.
Il movimento respiratorio involontario ed inaspettato trasmette una brevissima
contrazione alla pelle del braccio facendone rizzare tutti i peli. Lui,
insensibile alle esplosioni, si spaventa per il leggerissimo movimento, ma non
fa in tempo a prendere la decisione di abbandonarmi perché una forza mi afferra
per le caviglie che non rispondono al dolore e mi trascina via mentre i diamanti
di fronte all’occhio sinistro rimpiccioliscono diventando da montagne prima
grossi sassi, poi sassolini, poi granelli indistinguibili nel suolo polveroso e
chiaro.
Perché sto fuggendo?
Perché ancora una volta mancherò all’appello finale?
Le cinque dita del braccio vivo tentano di artigliare il terreno lasciandovi sopra solchi sinuosi, ma invano. Nel mio campo visivo entrano progressivamente il corpo immobile di Hamza, la macchia scurissima del suo sangue impastato con la polvere, la scia lasciata dal mio corpo che viene trascinato via da questa strada dimenticata da Dio dove c’è abbastanza morte per gli altri ma non a sufficienza per me.
Il mio amico nero a sei zampe mi ha lasciato; è tornato alle
sue incombenze che non temono interruzioni.
Hamza mi ha lasciato.
O io ho lasciato lui.
Siamo stati amici? Non lo so.
Ho poco tempo per ricordare un ragazzo che ieri sorrideva
felice di aver trovato un lavoro e i pochi soldi che questo gli avrebbe portato.
Solo pochi attimi per immaginare un bimbo che allora gridava di gioia quando il
papà gli permetteva di condurre il carretto con l’asinello sino alla fornace
fuori del villaggio dove avrebbero caricato i mattoni appena cotti.
Hamza che ora guarda il cielo ad occhi aperti porgendomi il profilo scavato e
aquilino dove non c’è ombra di sorriso, la bocca socchiusa nello stupore di chi
in un attimo capisce che ciò che sta accadendo accade proprio a lui.
Allora, poco tempo fa; ora, in questo istante in questo luogo. Solo pochi anni
nel mezzo dilatati dagli eventi in millenni di buio nel quale ogni sorriso
muore.
Cerco di concentrarmi, di non perdere il contatto visivo scagliando lo sguardo in avanti nonostante la trazione sulle mie caviglie voglia a tutti i costi strapparmi via. Poi la trazione cessa, i miei piedi cadono senza che io abbia a percepire alcun impatto. Due figure mi scavalcano nell’atmosfera ovattata urlando con voce distorta. Suole enormi di scarponi militari scalciano al rallentatore terra verso la mia faccia ma in un lampo sono lontane, atterrate dietro la Citroen verde bottiglia.
Confusione, nausea, vista appannata.
Ho pochissimo tempo, devo concentrarmi, devo portare via con me il sorriso di
Hamza.
Ma so di essere fermo solo per un istante, troppo poco perchè riesca ad
immaginare quello che devo mentre sento che ancora una volta sta mancando
all’appello un respiro forte e profondo che sappia scacciare dal mio cranio la
certezza dell’irreversibilità degli eventi.
Ascolto dentro di me.
Nulla.
Il mio orecchio attivo ode soltanto rantoli gutturali che veicolano aria
mefitica priva di ossigeno.
Sono disperato e cerco di guadagnare terreno artigliandolo
con la sola mano valida, ma di nuovo la forza mi afferra senza che io provi
alcuna sensazione e riprende a trascinarmi.
La linea della mia vita si sta ritirando, quella di Hamza s’è interrotta là, a
pochi passi di distanza dopo che mille combinazioni ciascuna di per se
insignificante le avevano messe in rotta di collisione.
Fra poco sguscerò fuori dalla lastra e l’elasticità della mia anima immortale metterà di nuovo in funzione il mantice.
Ricomincerò a respirare, respiri lunghi e profondi e tutto intorno a me ricomincerà a muoversi a velocità normale, quella alla quale non c’è tempo per concentrarsi ad immaginar sorridere un ragazzo morto accanto al suo fucile.
Leonardo Calconi