DOVREI RESPIRARE
di Leonardo Calconi

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Dovrei respirare, forte e profondo, ma non posso.

Sdraiato a pancia in giù la mia schiena dovrebbe sollevarsi per questa operazione ma non può.
Una lastra invisibile, dura ed indeformabile, incombe a pochi millimetri dalla mia nuca ed impedisce qualunque movimento.
Il mio angolo visuale è dimezzato, l’occhio sinistro percepisce tanti diamanti grandi come macigni a pochi millimetri dalla pupilla mentre il destro rotea vorticoso nell’inutile tentativo di catturare quante più informazioni possibili senza alcun aiuto da parte della testa che giace immobilizzata.

Cielo azzurro e limpido senza alcuna bava; polvere chiara che fluttua nel mio ristretto campo visivo; a tratti voci che arrivano da lontano, smorzate da un’atmosfera rarefatta nella quale sembra di veder navigare solitari atomi di materia.
La vecchia Citroen verde bottiglia che m’ha portato sin qui è immobile, di traverso al mio occhio destro, sbilenca con la ruota anteriore divelta, lo sportello spalancato col vetro trasformato in migliaia di granelli micacei brillanti tra me e lei.

Dovrei respirare, forte e profondo per rifornire i miei polmoni ormai depressurizzati, ma non posso.

La bocca socchiusa aspira lentamente più polvere che aria, le labbra aderiscono al suolo e con l’aiuto del naso trasferiscono al cervello le informazioni necessarie alla ricostruzione della scena che gli occhi vedono solo in parte.
Bocca, orecchie, naso: unici organi in grado di muoversi; gli altri sono rimasti sul sedile della Citroen.
Il cuore batte ancora forte e non accenna a rallentare la sua corsa, il respiro eccessivamente frazionato non riesce a ricostruire l’equilibrio pressostatico che il mio torace reclama violentemente.
L’occhio destro gira verso la spalla e oltre di essa riesce a catturare la macchia scura dei capelli di Hamza, schiacciato anche lui al suolo dalla stessa lastra che immobilizza me. Forse riesce a sentire il pulsare delle mia tempia sinistra che picchia come un telegrafo sul suolo polveroso i codici della paura.
Ecco, ha mosso la testa.
E invece no, sono solo i suoi capelli ricci ed arruffati che si agitano leggermente assieme alla polvere.

Voci più forti, un urlo, forse un comando che Hamza non può più tradurre per me. Colpi secchi, a gruppi di tre. Colpi singoli più deboli, opachi, seguiti da rumori sordi di metallo morbido colpito e bucato.
Il telegrafo picchia all’impazzata; è un trapano a percussione che affonda la sua punta d’acciaio nel mio cervello.
Di nuovo silenzio. Niente vento ora, nulla si muove; neanche la polvere, neanche i capelli neri e ricci di Hamza.

Un solo respiro, forte e profondo per evitare che i miei polmoni implodano schiacciati dalla pressione esterna che non riescono più a contrastare, ma niente.
Le voci lontane urlano frasi brevi, secche e schioccanti come frustate che perdono nella bambagia la loro comprensibilità prima di arrivare al mio unico orecchio attivo, mentre l’altro gracchia e fischia come un altoparlante sfondato.
Un insetto nero e lucido entra enorme nel campo visivo del mio occhio basso e si allontana in direzione della mano destra raggiungendo rapidamente l’indice.
Lo annusa, si gira, si gira ancora e ancora lo annusa: che intenzioni avrà ?
L’indice tenta di alzarsi, solo un accenno, ma l’attuatore del movimento è rimasto in vettura assieme alla mia vita.
L’insetto poggia le zampe anteriori sull’unghia del pollice e si guarda attorno agitando le antenne e mentre si gira verso la portiera della Citroen ancora tre colpi secchi lontani seguiti un istante dopo da tre colpi sordi vicini, come di chiodi piantati nella lamiera verde sulla quale appare improvvisamente un triangolo col vertice rivolto verso il basso.
Ancora colpi, tanti e sovrapposti e stavolta la testa di Hamza si muove, assieme al corpo che ha sussultato, si è come sollevato e spostato brutalmente verso di me facendo entrare nel mio campo visivo il suo braccio destro piegato in una posizione innaturale.
Di nuovo silenzio, il mio ospite, insensibile agli eventi di un universo per lui troppo lontano, è interessato solo al ristretto dominio di fronte alle sue antenne ed esplora il dorso della mano con maggior sicurezza perché ha capito che la massa sotto le sue zampe è inerte.
Tutto è ormai inerte.
lo, la vecchia Citroen verde bottiglia, la mia guida, il suo vecchio AK47 col calcio di legno scheggiato e la canna brillante per l’usura senza più la tacca di mira al suo posto.
La mia scala di valori esistenziali è stata riprogrammata dagli eventi e costretta in un dominio limitato nel tempo e nello spazio: ora e quaggiù, sdraiato in terra in mezzo alla polvere.
La mia scala di valori sensitivi è stata compressa nel ristretto intervallo consentito dalle poche interfacce attive. Quella affettiva è stata soppressa dal brutale e breve sussulto di un corpo senza più anima.

La lastra si abbassa implacabile e sgonfia inesorabilmente le mie scarse riserve d’aria.
Respirare forte e profondo... mi accontento invece di tanti piccoli risucchi d'aria che non riescono nè a ventilare i polmoni nè a umidificare le labbra e la gola.
Dovrei pensare in tempi rapidissimi alla mia vita passata scorrendola come un film all’indietro - questo si dice delle persone che stanno morendo - e invece il mio cervello si attarda su particolari estranei ed insignificanti: l’insetto che ha raggiunto le fauci del drago tatuato sul mio avambraccio, il vetro della Citroen che non c’è più e che ora farà entrare assieme al vento anche la polvere.

Perché la tacca di mira del fucile di Hamza non è più al suo posto?
Dove sarà la mia borsa? E i miei documenti?
Sto morendo?
Non lo so, ne dubito, fino ad ora non ci sono ancora riuscito.

Ho avuto altre occasioni nella vita di provare la violenta necessità di fare un respiro profondo per vincere lo schiacciamento della coscienza, occasioni assai meno drammatiche ma ugualmente portatrici di un dolore sordo e insopportabile.
Situazioni prive di pericoli oggettivi ma gravide di angoscia e depressione nelle quali mi consideravo spiritualmente fuori del limite della vita.
Un limite oltre il quale non c’è più atmosfera, i suoni sono assenti, nessun colore, i movimenti sono rallentati ed i processi vitali sospesi.
Nessuna interfaccia con un mondo esterno che c’è ma non per me, nessuna possibilità di irradiare energia o pensieri che devono nascere, svolgersi e morire nel ristretto contenitore del corpo.
In quelle occasioni ho sempre trovato, senza grande difficoltà, la forza di farlo quel respiro, di scambiare le mefitiche arie di morte stagnanti nella mia coscienza con l’aria fresca del mondo intorno a me del quale di nuovo udivo i suoni e vedevo i colori, coi movimenti a velocità normale e i pensieri che di nuovo schizzavano via attraverso un’atmosfera ora presente.
Chiudendo gli occhi e fissando il sole mettevo in moto ombre cinesi impazzite che rapidamente prendevano man mano l’aspetto di tante figure umane in fila dietro di me che camminavo avanti a loro, io verso il sole sempre più caldo e luminoso e loro che perdevano progressivamente terreno, attardandosi per essere una alla volta risucchiate nel nero alle loro spalle dove scomparivano.
In quelle occasioni ho avuto necessità di respirare forte e profondo per scrollarmi dalle spalle i fallimenti che proponevano come inutile un proseguimento della vita.
Fallimenti di figlio, di marito poi e di padre che mi hanno inseguito da sempre in una gara crudele e beffarda nella quale erano sempre gli altri a morire. Momenti nei quali un brano musicale, un rumore, un’immagine qualsiasi scatenavano ricordi insopportabilmente dolorosi, dei fatti accaduti e delle cause che li avevano generati.
Momenti nei quali una morsa d’acciaio mi stringeva lo stomaco comprimendolo come una nocciola ed il respiro si trasformava in brevi atti sussultori con l’aura bianca della vita che usciva per essere sostituita da quella nera della fine di tutto.
La vedevo, lì di fronte a me, fluttuare nell’aria e prendere via via la forma di tutte le persone care che avevo perso. Tante, troppe, e tutte con un grande cartello appeso al collo sul quale erano scritte le mie mancanze, le mie assenze, le mie colpe, in attesa di mettersi in fila dietro di me come le ombre cinesi destinate a sparire nel buco nero.
Non era mai disponibile, in quei momenti, la quota sufficiente di decisione, o di coraggio, per porre fine alla gara e dichiararsi finalmente vincitori.
Riuscivo sempre a respirare, forte e profondo e a ventilare sufficientemente la mia anima con lo spirito di autoconservazione.
Sempre, in quei momenti, mi ripetevo che le mie responsabilità non erano terminate con la scomparsa di una moglie e di una figlia nella brutale aggressione del destino che ancora una volta mi aveva reputato indegno della fortuna dispensatami e aveva deciso in un battito di ciglia di riprendersi tutto.
Dopo di loro c’era sicuramente qualcun altro nei cui confronti io avevo l’obbligo di vivere come un immortale per poi vedermelo portare via ad espiazione di chissà quale peccato.
E così continuavo a subire passivamente il succedersi di eventi che immancabilmente avrebbero portato ad altre morti e mai alla mia.

Vorrei avere uno specchio per vedere se le mie labbra sono atteggiate a sorriso, ora che forse sto per tagliare il traguardo assieme ad Hamza.
Ecco, ha superato la linea del gomito e si avvia a percorrere il bicipite, forse pensa di intrufolarsi sotto la manica della maglietta. Il mio amico nero e lucido calpesta la pelle morta che racchiude muscoli inerti e ossa rotte, ma…
Un movimento dolorosissimo della gabbia toracica solleva forse di un millimetro la lastra sopra di me ed insuffla nei polmoni qualche bolla d’aria in più.
Un altro, e un altro ancora.
Il movimento respiratorio involontario ed inaspettato trasmette una brevissima contrazione alla pelle del braccio facendone rizzare tutti i peli. Lui, insensibile alle esplosioni, si spaventa per il leggerissimo movimento, ma non fa in tempo a prendere la decisione di abbandonarmi perché una forza mi afferra per le caviglie che non rispondono al dolore e mi trascina via mentre i diamanti di fronte all’occhio sinistro rimpiccioliscono diventando da montagne prima grossi sassi, poi sassolini, poi granelli indistinguibili nel suolo polveroso e chiaro.

Perché sto fuggendo?
Perché ancora una volta mancherò all’appello finale?

Le cinque dita del braccio vivo tentano di artigliare il terreno lasciandovi sopra solchi sinuosi, ma invano. Nel mio campo visivo entrano progressivamente il corpo immobile di Hamza, la macchia scurissima del suo sangue impastato con la polvere, la scia lasciata dal mio corpo che viene trascinato via da questa strada dimenticata da Dio dove c’è abbastanza morte per gli altri ma non a sufficienza per me.

Il mio amico nero a sei zampe mi ha lasciato; è tornato alle sue incombenze che non temono interruzioni.
Hamza mi ha lasciato.
O io ho lasciato lui.
Siamo stati amici? Non lo so.

Ho poco tempo per ricordare un ragazzo che ieri sorrideva felice di aver trovato un lavoro e i pochi soldi che questo gli avrebbe portato.
Solo pochi attimi per immaginare un bimbo che allora gridava di gioia quando il papà gli permetteva di condurre il carretto con l’asinello sino alla fornace fuori del villaggio dove avrebbero caricato i mattoni appena cotti.
Hamza che ora guarda il cielo ad occhi aperti porgendomi il profilo scavato e aquilino dove non c’è ombra di sorriso, la bocca socchiusa nello stupore di chi in un attimo capisce che ciò che sta accadendo accade proprio a lui.
Allora, poco tempo fa; ora, in questo istante in questo luogo. Solo pochi anni nel mezzo dilatati dagli eventi in millenni di buio nel quale ogni sorriso muore.

Cerco di concentrarmi, di non perdere il contatto visivo scagliando lo sguardo in avanti nonostante la trazione sulle mie caviglie voglia a tutti i costi strapparmi via. Poi la trazione cessa, i miei piedi cadono senza che io abbia a percepire alcun impatto. Due figure mi scavalcano nell’atmosfera ovattata urlando con voce distorta. Suole enormi di scarponi militari scalciano al rallentatore terra verso la mia faccia ma in un lampo sono lontane, atterrate dietro la Citroen verde bottiglia.

Confusione, nausea, vista appannata.
Ho pochissimo tempo, devo concentrarmi, devo portare via con me il sorriso di Hamza.
Ma so di essere fermo solo per un istante, troppo poco perchè riesca ad immaginare quello che devo mentre sento che ancora una volta sta mancando all’appello un respiro forte e profondo che sappia scacciare dal mio cranio la certezza dell’irreversibilità degli eventi.

Ascolto dentro di me.
Nulla.
Il mio orecchio attivo ode soltanto rantoli gutturali che veicolano aria mefitica priva di ossigeno.

Sono disperato e cerco di guadagnare terreno artigliandolo con la sola mano valida, ma di nuovo la forza mi afferra senza che io provi alcuna sensazione e riprende a trascinarmi.
La linea della mia vita si sta ritirando, quella di Hamza s’è interrotta là, a pochi passi di distanza dopo che mille combinazioni ciascuna di per se insignificante le avevano messe in rotta di collisione.

Fra poco sguscerò fuori dalla lastra e l’elasticità della mia anima immortale metterà di nuovo in funzione il mantice.

Ricomincerò a respirare, respiri lunghi e profondi e tutto intorno a me ricomincerà a muoversi a velocità normale, quella alla quale non c’è tempo per concentrarsi ad immaginar sorridere un ragazzo morto accanto al suo fucile.

Leonardo Calconi

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