STORIE DIVERSE
di Gabriele Paolillo

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Entrò in casa soltanto dopo essersi pulito le suola delle scarpe più volte sullo zerbino, guardando in basso come se piuttosto che di un gesto automatico, si trattasse di un rituale da seguire in maniera attenta e scrupolosa, poco meno sacro di una preghiera mattutina.

Lasciò cadere le chiavi nel cestino, si sfilò la sciarpa dalle spalle, sbottonò il cappotto e si diresse in cucina.
Aprì un po’ di scaffali in cerca di un bicchiere, poi scacciò via la distrazione con un rapido gesto della mano davanti al volto, come quando si vuol mandar via una mosca, e ricordò che in effetti quello che voleva prendere era da tutt’altra parte.
Girò lo sguardo ed osservò la libreria, dove un bicchiere quadrato con la base alta e spessa lo osservava luccicante…
Fece un paio di passi, poi tornò indietro verso il frigorifero; aprì lo sportello superiore, prese la vaschetta del ghiaccio e si fece scivolare nella mano un paio di cubetti.
Li passò rapidamente da una mano all’altra mentre raggiungeva la libreria poi li fece scivolare nel bicchiere.
Il Martini non era in frigo, gli piaceva sentire sulla lingua la differenza di temperatura tra il liquido a contatto con il ghiaccio e quello circostante più tiepido.

 Dopo un primo sorso poggiò il bicchiere sul tavolo, si sedette, e sbilanciò la sedia all’indietro per prendere i fogli e la penna sulla mensola di marmo alle sue spalle; lanciò le gambe in avanti all’improvviso per evitare di cadere, aveva sorpassato il punto di equilibrio e la sua nuca stava per dirigersi verso lo spigolo appuntito della mensola, come era ovvio che fosse, dal momento che le cose non vanno mai leggermente storte, ma sempre perfettamente male.
Riuscì comunque a riprendere una posizione stabile, riportò la sedia sulle quattro zampe e cominciò a stendere con le mani il foglio di carta che aveva sgualcito, stringendo la mano per lo spavento, nel momento in cui aveva perso l’equilibrio.
Un volta a posto sfilò il tappo della penna con la bocca, avvicinò la punta al foglio e rimase fermo qualche istante, poi cominciò a scrivere…

 La penna scivolava precisa da una riga all’altra, veloce come se le parole fossero state racchiuse da tempo nell’inchiostro ad altissima pressione e adesso, libere, non potessero fare a meno di venir fuori con quella rapidità.
A dire il vero nemmeno lui era ben sicuro di quando e come avrebbe potuto smettere di scrivere, ed allo stesso tempo si sentiva totalmente in balia di una serie di pensieri che non controllava più.
Le cose da scrivere erano così tante, ma anche così intricate e confuse che volendoci ragionare su non avrebbe mai trovato da quale punto cominciare e dove finire.
Non era la prima volta che succedeva, ed in questi casi l’unica possibilità era quella di lasciar fare tutto a quella parte di cervello che, un po’ come il cuore ed i polmoni, funzionava per conto suo, al di fuori da ogni tipo di controllo.
Una delle caratteristiche che rendevano palese questo tipo di situazioni era l’utilizzo di forme personali, non scriveva più in terza persona, non raccontava storie astratte, e si rivolgeva a precisi interlocutori che volenti o nolenti erano in quel momento il fulcro delle sue attenzioni…
“Eccomi qui, adesso, a pensare a te, sospeso a camminare sull’ultima e fragilissima fettuccia della corda delle mie occasioni.
Tu sai quanto sia difficile trattenersi dall’alzare un telefono, dal mandare un messaggio, o dal cadere in ginocchio a pregare…”

 Oppure: 

“Dimmi una cosa, un uomo è tale più quando nasconde i propri sentimenti o quando li affronta e li mette in mostra senza la paura di svelare ciò che prova?” 

Di solito ciò che veniva fuori non era mai stilisticamente apprezzabile o minimamente leggibile, qualche volta assumeva la forma di un esercizio di stile, dal quale trarre idee per future scritture, ma niente di più.
Anzi, ancor prima di metterle su carta era già consapevole che la maggior parte di quelle produzioni, se non tutte, erano destinate al cestino. 

Suonò la porta, iniziò ad alzarsi dalla sedia continuando a scrivere per terminare la frase, poggiò la penna e si diresse verso l’ingresso.
Un’occhiata dallo spioncino per accorgersi che era sempre l’anziana signora del piano di sotto, con un sorriso stampato in volto ed una teglia da forno tra le mani.
Prima o poi avrebbe dovuto trovare le parole per spiegarle che il piacere di ricevere qualcosa da mangiare di inaspettato, si trasforma in fastidio quando diventa un appuntamento fisso, due volte alla settimana, e sempre negli stessi giorni.
In ogni caso, vestì il suo viso con la maschera della sorpresa, quella dedicata appunto alla signora del piano di sotto, ed aprì lentamente la porta sbirciando nella fessura, con l’aria di chi non si aspettasse alcuna visita quella sera. 

“Guarda un po’ cosa ti ho portato!”
-         Guarda un po’ cosa ti ho portato! 

Il primo era il suo pensiero, il secondo era quello che la signora effettivamente disse..
Un copione già visto, per un menù già provato che inevitabilmente meritava, anzi pretendeva, la solita frase di rito:
“Buonasera Signora, cos’è?” “ Ma su non doveva, così mi imbarazza…” 

“Non imbarazzarti, ne avevo fatta un po’in più e te l’ho portata, spero ti piaccia”
-         Non imbarazzarti, ne avevo fatta un po’in più e te l’ho portata, spero ti piaccia.

 “Ma certo che mi piace, lo sa, è uno dei miei piatti preferiti, grazie…” 

Certo che era uno dei suoi piatti preferiti, lo era stato fino alla seconda volta che la signora gliel’aveva offerto. In seguito, quando la cosa aveva preso una piega routinaria i suoi gusti erano cominciati a cambiare.
Non era affatto un tipo da pranzo della settimana, uno di quelli abituati con il famoso sistema delle costolette della domenica.
Sapete a cosa mi riferisco vero?
Il sistema per il quale ad ogni giorno della settimana corrisponde un menù: Lunedì Pasta e Fagioli, Martedì riso, Mercoledì pollo… domenica Costolette… e così via ogni settimana, ogni mese, ogni anno. 

Richiuse la porta alle sue spalle dopo aver salutato e promesso di finire tutta la teglia, la poggiò con noncuranza sul ripiano di marmo grigio screziato della cucina e tornò verso lo studio, non prima di aver dato un’ occhiata alla finestra.
Si chiese quanto sarebbe dovuta scendere ancora la temperatura perché la pioggia potesse trasformarsi in neve, e rimase in attesa per qualche istante sperando che quel momento arrivasse davanti ai suoi occhi.
Strinse gli occhi, poi li spalancò nuovamente, colpito da un’idea e si diresse alla scrivania.
Il flusso di coscienza era svanito, adesso aveva il pieno controllo delle sue facoltà narrative, e la conseguente consapevolezza di poter scrivere ciò che voleva. 

“Il primo e l’ultimo fiocco di neve…..
dicono che sia impossibile vedere il primo o l’ultimo fiocco di una nevicata.
Quando nell’inverno del 2000, all’età di 72 anni, Geremia decise di tornare a stare dove era nato, sentendo che gli restava ormai non molto da vivere, non disse niente a nessuno.
Scrisse soltanto quattro righe su di un foglio di carta strappato in malo modo da un blocco per gli appunti e con mano tremante mise giù una frase del tipo: Torno dove sono nato, non perché io mi trovi male qui ma perché mi trovavo meglio lì.. 

Geremia era arrivato in città al seguito del figlio che, sebbene lui fosse contrario, non lo aveva voluto lasciare solo quando poco più di sei mesi prima era rimasto vedovo di quella che, per poco meno di cinquanta anni, aveva continuato a descrivere come la più bella donna del paese. E con indubbio coraggio, considerando che non si riferiva agli anni della giovinezza ma a tutto l’arco di vita di sua moglie.
A dire il vero non è che Anna fosse poi un granché, e non lo era stato nemmeno da giovane, ma si sa, l’amore è cieco, e di certo questo caso non aveva fatto eccezione.
Si erano sposati a 22 anni lui, e diciotto lei, un’età regolare per l’epoca, e, come da copione, lui si era assicurato il benestare della famiglia di lei presentandosi a casa vestito con l’abito della domenica ed una camelia all’occhiello. Aveva gentilmente salutato Anna con un baciamano, e seguito il padre in sala da pranzo, dove aveva formalizzato la sua richiesta ed assicurato le sue buone e serie intenzioni. 

Poi tutto era continuato ad andare come doveva, un lavoro lui, casalinga modello lei, ed un figlio cresciuto con amore.
Quando Anna se ne era andata, a sessantasette anni suonati perfettamente scanditi dai ”clac” delle sue articolazioni invase ormai dall’artrosi, Geremia aveva passato un periodo difficile, di profonda depressione, che comunque sapeva gli sarebbe passata col tempo; esperienza, era successo lo stesso a suo padre quando aveva perso la propria consorte.
Ciò che però non era riuscito a fare era stato convincere suo figlio a lasciarlo stare per conto proprio in paese.
Si era lamentato a più riprese, ma di fronte alla sua decisione ed irremovibilità non aveva saputo fare di meglio che dirgli: “Fa come credi, arriva un momento nella vita in cui i figli cominciano a comandare ed i padri finiscono per essere ubbidienti. Sappi comunque che vorrei restare qui..” 

Così erano scesi giù in città, 3 ore di automobile e tanto caldo in più.
Il mare mitiga il clima e per chi è abituato alle temperature rigide la cosa può essere fastidiosa, e poi c’era il rumore… come in ogni città; e quello all’inizio non gli era andato affatto giù. Poi con il sopravvenire di una certa sordità era diventato più sopportabile.
Geremia in verità sosteneva che fosse proprio il rumore la causa della sordità, e quando Marco gli diceva che sarebbero dovuti essere tutti sordi se fosse stato vero, lui ribatteva con un semplice “Tempo al tempo, lo diventerete…”.
Erano passati i mesi, ed in casa tra figlio, nuora e nipoti non si stava male, ma nemmeno si stava mai soli, ed un vecchio la solitudine comincia a farsela amica dopo un po’, e se non c’è comincia a cercarla. 

Così quella mattina di inizio inverno aveva scelto di tornare indietro.
La casa in paese, nonostante le insistenze di Marco, non l’aveva mai venduta, né mai toccata nell’arredamento interno. Addirittura Geremia pagava la vecchia signora dell’edicola perché almeno ogni due settimane andasse a dare una spolverata. 

Quindi prese le chiavi, scrisse il biglietto e chiuse la porta dietro le sue spalle convinto di non varcarla mai più.
Si avviò alla fermata dell’autobus e dette un’occhiata al cartellone per vedere quale mezzo facesse al caso suo; non utilizzava quasi mai il trasporto pubblico, i suoi spostamenti erano per lo più brevi ed in ogni caso amava camminare.
Quella volta però, aveva necessità di trovare un mezzo che lo portasse il più possibile in periferia, verso est per la precisione, laddove partiva la strada per il paese..
Il 438 passava per il centro commerciale, e quello era senz’altro ad est. Probabilmente cinque o sei chilometri dai confini della città, ma da lì avrebbe cercato un passaggio.

Salì sul bus senza biglietto, volutamente. In cuor suo sperava che salisse il controllore e gli chiedesse di mostrargli il titolo di viaggio.
Pregustava la scena in cui lui apriva il portafogli, estraeva un documento lo dava al controllore e gli diceva: Mi faccia la multa… pagherà mio figlio..
Era una sorta di piccola, innocente vendetta; una cinquantina di euro non avrebbero pesato sul budget familiare e lui avrebbe avuto la soddisfazione di sapere che obbligarlo a venire in città aveva comportato qualche spesa imprevista che si sarebbe potuta evitare.
In ogni caso il controllore non salì mai e Geremia lasciò l’autobus alla fermata del centro commerciale con una lieve delusione che prese il posto dello stato adrenalinico di tensione che si era portato dietro per tutto il viaggio.

Si diresse verso il parcheggio, cercò qualche faccia dall’aria amichevole e provò a chiedere un passaggio. I primi due andavano da tutt’altra parte, ma il terzo era proprio diretto ad est, sulla statale 61, tanto che non si limitò a portarlo fino ai limiti della città, ma lo accompagnò per un altro lungo tratto, fino al punto in cui la strada cominciava a girare a sud allontanandolo dalla meta.
-Qui va benissimo, grazie –
Salutò con un’alzata di cappello ed offrì ospitalità se mai il conducente si fosse trovato a passare dalle sue parti. 

Da quel momento in poi la strada sarebbe diventata più difficile da percorrere.
A piedi e lungo le colline in salita.
Il cielo cominciava ad ingrigire, erano ancora le dieci del mattino, e considerando la strada fatta e quella ancora da percorrere calcolò che gli ci sarebbero voluti circa 2 giorni di cammino.
Perché scelse quel tragitto, perché in quel periodo e perché non portò con se né viveri né coperte, nessuno sa dirlo. D’altronde nessuno sa nemmeno perché le balene si arenino talvolta in massa sulle spiagge o perché i lemming siano noti per la loro fama di suicidi.
Forse non ci pensò, forse credette prima di partire di potercela fare in un solo giorno, o forse si affidò al fato sperando di arrivare al paese stremato ma vivo, cosa che avrebbe reso la sua impresa poco meno che epica. 

In ogni caso dopo un paio d’ore dall’inizio della marcia, con le piante dei piedi già doloranti, si fermò a mangiare qualche clementina in un frutteto semi abbandonato. Non era stata fatta alcuna raccolta, probabilmente la concorrenza estera era stata forte anche quell’anno, rendendo l’attività di raccolta e vendita del tutto antieconomica.
Così era stato anche l’anno prima, gliel’aveva detto Franco, l’ultimo amico con il quale si sentiva telefonicamente almeno una volta alla settimana. Lui era rimasto in paese, vedovo, ma con un figlio molto più accondiscendente…beato lui…
Nemmeno Franco era stato informato della sua intenzione di tornare su, sarebbe stata una sorpresa, una piacevole sorpresa da fare.
Si conoscevano da piccoli, Geremia e Franco, dall’età di 5 anni, da quando giocavano a sottomuro, oppure con le trottole di legno fatte dai genitori o da quando avevano cominciato a contare il tempo che rimaneva all’inverno in attesa di vedere le prime nevicate.
Era un momento eccitante quello delle nevicate, appena uno dei due fiutava l’odore della neve, ancor prima che questa cominciasse a cadere, avvisava l’altro. Così si davano appuntamento in cortile, quindi si stendevano schiena a terra sui lastroni di tufo a guardare in alto e ad aspettare. 

Era la loro personalissima roulette russa. 

Pietro, il figlio del panettiere, di un paio d’anni più grande ma molto, molto più furbo, aveva raccontato loro del mistero del primo e dell’ultimo fiocco di neve.
Il racconto era incominciato con: “Mio cugino mi ha detto…” (perché nelle storie dei bambini c’è sempre un parente più grande e più saggio che dà valore ai racconti), ed era proseguito con la descrizione dell’incredibile ed ineluttabile destino di chi fosse mai riuscito a vedere il primo o l’ultimo fiocco di una nevicata.
Si narrava che chi si fosse trovato in una di quelle due condizioni sarebbe morto immediatamente, senza poter dire nemmeno una parola o fare un passo.
Ai dubbi dei due ragazzini Pietro aveva risposto spavaldo:
- Aspettate la prima nevicata e guardatevi attorno, vedrete che nessuno guarda in alto fino a che la prima neve non abbia toccato terra o fino a che non abbia smesso del tutto di nevicare; nessuno ne parla, ma quelli sono attimi di terrore per tutti… - 

Nei giorni seguenti Geremia e Franco si erano trovati ad analizzare la situazione più volte, ed alla fine non avevano potuto che convenire che effettivamente era così, e che chi guardava in alto lo faceva solo quando la neve stava già cadendo o solo dopo che fosse smesso del tutto di nevicare.

Così per gioco, avevano cominciato a sfidarsi verbalmente, accusandosi a vicenda di non avere il coraggio di aspettare l’inizio o la fine di una nevicata a testa in su, fino a che non avevano deciso di sfidarsi in una prova di coraggio: chi fosse rimasto vivo sarebbe stato testimone oculare della morte dell’altro, ed avrebbe potuto raccontarlo ai posteri. 

Di solito aspettavano solo l’inizio delle nevicate, quelle si potevano percepire con sufficiente approssimazione, la loro fine no, e dal momento che rimanere stesi sotto la neve non era particolarmente piacevole, di solito aspettavano solo che cominciasse, poi una volta certi di non essere riusciti a vedere il primo fiocco in assoluto, si alzavano e correvano via a giocare.
Per ben quattro inverni, dai cinque ai nove anni compiuti, non avevano dimenticato mai di seguire la scommessa, poi come tutti i giochi dei bambini, la loro attenzione era stata attratta da altro e così se ne erano dimenticati del tutto. 

Le clementine calmarono la fame e la sete per un bel po’ e gli ridettero la forza per riprendere il cammino, non prima del breve riposino post prandiale al quale non avrebbe rinunciato mai. Il tronco di una quercia accanto al frutteto si rivelò piuttosto comodo, d’altronde tra un materasso ortopedico e quello schienale di fortuna la differenza era poca. 

Era ad un centinaio di metri dalla vetta della seconda collina quando percepì distintamente l’abbassarsi della temperatura; “Se va avanti così, pensò, al tramontare del sole scenderemo sotto zero…”
Nemmeno quel pensiero gli riportò alla memoria il fatto di dover trovare un riparo per la notte, al contrario continuò a camminare, superò la cima della collina e ridiscese dal lato opposto.
La vegetazione si faceva più fitta, un piccolo bosco di faggi lo aveva avvolto con i suoi rumori verso le quattro del pomeriggio, e da una mezz’ora gli facevano compagnia lo stormire delle foglie e lo scricchiolio dei rami secchi sotto le scarpe.

Fu quando raggiunse una radura che sentii di nuovo, dopo tanto tempo l’indimenticabile odore pungente del freddo secco, proprio quello che in quota fa cristallizzare le gocce d’acqua in sospensione.
Cominciò a camminare più veloce, come quando sulla via di casa si sente l’odore del pranzo e si accelera il passo per arrivare prima a tavola.
Era come un richiamo, un segnale, qualcosa che gli suggeriva di essere sulla strada giusta, provò a correre, ma al primo sforzo si rese conto che un passo veloce era quanto di meglio il suo fisico potesse fare. Il sudore cominciò ad appannargli gli occhiali, se li tolse continuando a camminare per poterli pulire sul pullover, poi non sentì più niente. 

Si svegliò di soprassalto qualche minuto dopo, con il fiato ancora corto. Si rese conto di non essere probabilmente più nell’età di poter fare certi sforzi improvvisi; il sangue era sceso rapidamente alle gambe che sotto sforzo avevano bisogno di quanto più ossigeno possibile, così ne era stato sottratto al cervello ed era svenuto.
Provò a rialzarsi, deciso a riprendere la marcia, ma era dolorante e le gambe non lo sostenevano affatto nello sforzo.
Fu in quel momento che sentì nuovamente l’odore pungente di freddo secco, portato stavolta da una brezza veloce che saliva dal fondo della collina puntando decisamente al cielo.
Questa volta la sensazione non era più quella di prima, il freddo era più freddo, il secco era più secco e le foglie stormivano più forte.
“Non scenderemo sotto zero al calar della notte” pensò, “farà freddo molto prima, questa è neve… Franco, questa è neve….”.
Deglutì spaventato, si guardò attorno, poi in alto.
Qualcosa carpì la sua attenzione, scendendo leggero ma deciso gli passò proprio davanti al naso, a meno di un metro di distanza.
Uno solo, un singolo fiocco di neve, il primo e contemporaneamente l’ultimo fiocco di neve della nevicata più breve a memoria d’uomo. 

Non emise una sola parola, non fece un solo passo in più. 

Lo ritrovarono due settimane più tardi, disteso sulla schiena, con una gamba piegata sotto l’altra e le braccia aperte.
Gli occhi guardavano spalancati il cielo come da bambino, solo che Franco non era lì, a testimoniare di una sfida che probabilmente non avrebbe mai voluto vincere. 

Non ci furono analisi né autopsie sul suo corpo, perché un vecchio che si arrischia da solo nei boschi all’inizio dell’inverno senza cibo, acqua e vestiti adatti, sarebbe stato dichiarato morto assiderato da qualsiasi medico dotato di buon senso. 

Se fosse stato un malore, il freddo intenso, l’eccesso di sudore, il suo cuore fragile oppure la vendetta di una leggenda dimenticata in soli quattro anni, molto tempo prima, nessuno poteva saperlo; certo è che quando lo trovarono, aveva gli occhi pieni di stupore ed una smorfia che sembrava un sorriso, d’altronde una nevicata così, chi l’avrebbe vista mai…” 

Si appoggiò allo schienale, guardò i fogli soddisfatto e vi gettò su la penna.
Per le correzioni se ne sarebbe parlato il giorno dopo.
Si alzò, prese un pezzo di sformato ormai freddo dalla teglia e lo assaggiò prima di andare a dormire.
Quando si è consapevoli di ciò che si scrive, e vengon fuori delle cose belle, anche la solita cena ha un sapore diverso…

Gabriele Paolillo
gabriele.paolillo@tin.it

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